Star Wars Episodio VIII – Gli ultimi Jedi a.k.a. Il secondo tragico Kylo Ren

Riassunto delle puntate precedenti: trent’anni dopo le vicende della prima trilogia, Luke Skywalker è scomparso. Tutti lo stanno cercando, compresa la sorella. Tra quelli che lo cercano c’è Kylo Ren, un cosplayer di Darth Vader interpretato da un Herbert Ballerina in stato di grazia, e con problemi di gestione della rabbia, al servizio del temibilissimo Leader Supremo Snoke. Nel corso della storia vengono presentate le nuove leve, prima di tutto la giovane Rey, che sta aspettando che i genitori vadano a riprenderla e sopravvive vendendo rottami nel deserto, la particolarità di Rey è che evolve come un pokemon. Poi c’è Finn, ex assaltatore che si occupa di fare battute nei momenti meno opportuni, per ricordarci sempre che siamo in un film della Disney ed è tutto finto, Poe, cosplayer di Han Solo, col piccolo droide BB-8, versione pucciosa di R2-D2. Tutti loro si uniranno alla Resistenza. C’è poi, ovviamente, la vecchia guardia: Han Solo e Chewbecca, a bordo del Falcon, Leia – capo della Resistenza – che ha cambiato pettinatura ma non parrucchiere, C3-PO e anche R2-D2 che come al solito salva le chiappe a tutti. La vicenda serve soprattutto come passaggio di testimone dalla vecchia scuola alla nuova e per permettere agli spettatori di deridere Kylo Ren, la sua bruttezza e la sua incapacità di portare a termine qualsiasi piano. Alla fine la Forza si risveglia col mal di testa post-sbornia e apprendiamo che Rey è potenzialmente più forte di Goku e Vegeta dopo la fusione e che sa maneggiare d’istinto una spada laser e tutte quelle cose che il Maestro Yoda ci ha messo secoli a insegnare a Luke (due sono le cose: o Yoda faceva cacare come maestro o Luke faceva schifo come allievo). Comunque, alla fine del film, Rey riesce finalmente a trovare l’isola sulla quale si è rifugiato il Genio delle Tartarug… emh… Luke Skywalker.

Recensione

Facciamo una doverosa premessa: è un film di Star Wars, quindi mi è piaciuto a prescindere. Basta il tema iniziale e le scritte gialle inclinate sul cielo stellato a farmi diventare gli occhi a cuoricino. In questa recensione, però, farò tacere il cuore e parlerà solo il buon senso. Perché, cuore o non cuore, mentre ero al cinema la parte razionale di me non ha potuto fare a meno di domandarsi tutto il tempo: “Ma che cazzo è questa roba?”

Il Primo Ordine, con al comando il Generale Hux, che noi chiameremo per amicizia il Generale Cazz, ha appena rintracciato la base di ribelli di D’Qar, mentre la Resistenza è impegnata a evacuare a tempo di record la zona, il pilota Poe Dameron gioca a fare Han Solo e rende ridicolo il Generale Cazz perculandolo in viva voce per distrarlo mentre fa guadagnare tempo ai ribelli che devono compiere il salto nell’iperspazio. Il Generale Cazz, esperto di tattica militare, si dimostra subito per il coglione che è e cade nel tranello. Poe distrugge i cannoni dell’ammiraglia nemica ma, allo stesso tempo, sacrifica un’intera squadra di bombardieri ribelli. Tornato a bordo, tutto felice  per l’impresa compiuta, Leia lo prende a schiaffi e lo degrada. Questo è solo il primo dei tanti momenti “Torna dalla mamma, Poe” sparsi in tutto il film.

Leia:
Leia: “Va bene, Poe, vai a giocare fuori”

Altri momenti che caratterizzano Gli ultimi Jedi sono:

“É la Disney, bellezza”, quando, per scongiurare il pericolo che lo spettatore possa prendere sul serio la cosa, la tensione viene spezzata dalla presenza di qualche buontempone e delle sue battute.

“Il secondo tragico Kylo Ren”, quando l’imitatore di Darth Vader distrugge cose o fallisce.

“Mannaggia lu vino”, quando gli sceneggiatori si affidano un po’ troppo alla sospensione dell’incredulità (e all’alcool mentre scrivono).

Ma passiamo a Rey e Luke. Luke si è trasformato nel Maestro Muten di Dragoball e, come lui, vive su un’isola sperduta popolata di strane creature, con un potente senso di colpa, una rabbia inespressa e una testa due volte più grande del normale. Rey gli consegna la spada laser e il momento epico e commovente viene spezzato dal primo dei tanti “É la Disney, bellezza”, con Luke che si getta la spada alle spalle e supera una Rey sconcertata, come tutti gli spettatori in sala. Luke le dice che i Jedi si devono estinguere e cercherà di dimostrare questa sua affermazione per tutto il film. Rey, però, non si dà per vinta e lo segue come un’ombra, mentre pesca il pesce spada sul trampolo, mentre scala pareti rocciose senza motivo, mentre cerca di ridurre il volume della sua testa dormendo, ecc. alla fine Chewbecca abbatte la porta di casa come Hagrid nel primo Harry Potter e dice a Luke: “Tu sei un mag…”, no scusate, e dice: “Waaaaargh”.

Luke capisce che la pace sull’Isola delle Tartarughe è finita e la presenza del wookiee + il racconto di Rey sulla morte di Han Solo a opera del figlio Kylo Ren, lo convincono a svelarle la via dei Jedi. Ricordate la parte bellissima su Dagobaa dell’apprendistato di Luke assieme a Yoda? Dimenticatela. L’apprendistato di Rey è una serie di “Faccio come cazzo mi pare” intervallati da momenti “É la Disney, bellezza”. Durante questo periodo, però, scopriamo una cosa interessante: Kylo Ren e Rey sono mentalmente uniti nella Forza: si vedono, parlano, arrivano perfino a toccarsi (la mano, che avete capito!). I loro poteri sono molto simili: entrambi sconfinano decisamente nel Lato Oscuro. Kylo Ren cerca di attrarre Rey nel Lato Oscuro, utilizzando tutti i mezzi in suo possesso e arrivando perfino a mostrarle i pettorali pur di convincerla. Rey, chiaramente ingrifata, gli chiede di mettersi addosso qualcosa, qualsiasi cosa. É la Disney, bellezza.

Ma ritorniamo alla Resistenza, che è riuscita a sfuggire al nemico per merito di Poe, degradato per questo. Dopo il salto nell’iperspazio, Leia Organa si rende conto che sono finiti sulla Salerno-Reggio Calabria dopo Mormanno, senza benzina e senza distributori per chilometri. Sono morti! Tanto più che il Primo Ordine li ha di nuovo rintracciati e che non hanno abbastanza carburante per un nuovo salto nell’iperspazio. Ma come fanno a rintracciarli sempre? Eh? Eh? Lo scopriremo presto…

Uno dei luoghi più pericolosi della Galassia per restare senza benzina
Uno dei luoghi più pericolosi della Galassia per restare senza benzina

Dopo aver mostrato i pettorali a Rey, Kylo Ren si reca al cospetto del Leader Supremo Snoke, un incrocio fra Palpatine e Super Sloth, ma vestito come Malgioglio. Snoke bullizza Kylo Ren, soprannominandolo “Kylo Scem”, e prendendolo per il culo per il suo costume da Darth Vader. Kylo viene colto da uno dei suoi tanti momenti di rabbia e distrugge la maschera, mentre la gente lo fissa come un povero mentecatto. A quel punto, per recuperare un po’ di dignità, decide di partire per andare a distruggere la Resistenza ma, mentre sta per premere il pulsante che distruggerà l’astronave, vede il volto di sua madre Leia e – indovinate – fallisce. A quel punto, però, un altro caccia distrugge la piattaforma d’osservazione dove si trova Leia, sparando lei e tutti quelli che erano con lei (compreso l’ammiraglio Ackbar che stavolta non ha neanche il tempo di gridare: “É una trappola!”) nello spazio.

Un momento terribile, la morte di Leia. Beh, però una morte onorevole e… Cosa? Non è possibile perché è la Disney e, mannaggia lu vino, Leia si risveglia dalla morte nello spazio grazie alla Forza (?) e volando come Superman (??) ritorna – in fin di vita, un po’ di “realismo” – sull’astronave (???). A quel punto, è tempo di trovare un nuovo capo. Poe è davvero convinto che sceglieranno lui perché nessuno gli ha fatto leggere la sceneggiatura, ma, stranamente, viene scelta Amilyn Holdo, vice ammiraglio di Leia che spunta fuori dal cilindro sorprendendo tutti, sceneggiatori compresi. Poe va a parlarci per chiederle che strategia userà ora (per carità fate leggera la sceneggiatura a quest’uomo: c’è scritto a lettere cubitali che non c’è una strategia) e il vice ammiraglio lo mette subito a posto con un paio di “Torna dalla mamma, Poe”, “Come sei dolce, Poe”, “Prendi le tue pasticche, Poe”.

Leia e la sua allegra cavalcata nello spazio...
Leia e la sua allegra cavalcata nello spazio…

Ma passiamo a uno dei personaggi più *inizio momento sarcasmo* interessanti e sfaccettati *fine momento sarcasmo* della serie: Finn. Il ragazzone, entrato in coma dopo lo scontro con Kylo Scem nel film precedente, purtroppo si risveglia. Il tempo di capire dove si trova (cioè nella merda) che decide di prendere di nascosto un guscio di salvataggio e scappare con il localizzatore portatile che possiede anche Rey, in modo che, quando la ragazza deciderà di tornare, non tornerà sulla nave spacciata (e in più Finn si salverà il culo: è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo). Mentre sta per mettere in atto il suo geniale piano, Finn viene interrotto da uno dei personaggi più *inizio momento sarcasmo* affascinanti e simpatici *fine momento sarcasmo* della serie: l’addetta alle tubazioni (?) Rose. Rose ha perso la sorella nella missione suicida a inizio film che è costata i gradi a Poe e crede che Finn sia un eroe (cara ragazza, date una sceneggiatura anche a lei). Quando si rende conto che è solo uno messo lì per creare momenti É la Disney, bellezza, decide di stenderlo e portarlo in prigione. Se ci fosse una giustizia, i due a questo punto scomparirebbero dall’Universo, ma invece… con un lampo di genio Rose comprende come il nemico riesce sempre a rintracciarli, ma naturalmente “grazie a un potente localizzatore che si trova sull’ammiraglia del Primo Ordine e che può essere disattivato solo tramite codici segreti”. Eeeeh? Mannaggia lu vino. Finn capisce subito tutto al volo e i due vanno a dirlo all’unico che, in tutto il carrozzone, non capisce mai un cazzo: Poe.

Poe si fida ciecamente, così decide di coprirli mentre i due si recano sul pianeta Cantonica, dove Maz (vi ricordate dell’aliena Maz? Io speravo fosse morta, invece…) ritiene si trovi l’unico che può aiutare due imbecilli così in questa impresa: un tizio che fa cose, vede gente e decodifica codici. Il piano prevede: trovare quest’uomo, convincerlo a imbarcarsi con loro sul vascello del Primo Ordine, disattivare il localizzatore e, mentre il Primo Ordine è distratto (?), far compiere alla nave dei ribelli il salto nell’iperspazio, dove i nemici non potranno più rintracciarli. Un piano semplice e lineare con alta potenzialità di riuscita. Nel frattempo, Poe cercherà di non far capire a Holdo che Finn, Rose e BB-8 (per fortuna che ci sono i droidi in questo film) sono impegnati in quella che si prospetta come una “Cazzata alla Poe”.

I due arrivano su Cantonica, un pianeta che Rose definisce “orribile”, anche se Finn proprio non capisce perché: in fondo è pulito, tutti sembrano divertirsi, c’è un bellissimo Casinò, quasi quasi Finn resta lì, altro che guerra, ribelli, Rey… Ma l’animalista Rose gli fa notare un gruppo di velocirapt… emh di bestie torturate e usate per gareggiare e che vengono dal suo pianeta di origine, dove la ragazza è stata trattata come una schiava. All’improvviso, uno sceneggiatore si sveglia e si rende conto dell’improbabile presenza dei due in quel luogo, così li fa arrestare. In cella, che coincidenza!, incontrano DJ, un Benicio Del Toro balbettante e sibilante che si rivela essere un genio nel decodificare codici. Il tizio decide di aiutarli e, con una mossa da illusionista, apre la porta della prigione liberandoli tutti. Fra una battuta di spirito e l’altra, Finn e Rose riescono a liberare tutti gli animali e a fuggire veloci verso la loro navicella, che però viene distrutta davanti ai loro occhi. Ormai in trappola, Rose l’animalista disneyana, libera l’ultimo animale che li ha aiutati e si prepara a crepare in compagnia di Finn quando il solito BB-8 salva il culo a tutti, comparendo su una navicella rubata assieme a DJ. I quattro s’imbarcano alla volta della nave nemica, dove dovranno disabilitare il localizzatore. Ma ci si può fidare di questo DJ? Boh. Gli sceneggiatori non lo dicono, così Finn e Rose si fidano: Rose è costretta anche a dare a DJ il medaglione della sua defunta sorella come anticipo sul pagamento, medaglione che poi il ladro le restituisce in un momento molto commovente (?) poco dopo. Tutto questo teatrino per fare cosa? Boh.

Nel frattempo, Kylo Scem e Rey continuano a messaggiarsi telepaticamente e a questo punto siamo a un passo dalla ship, e meno male, perché l’interesse di Rey per Finn mi aveva, a un certo punto, seriamente spaventato: Kylo le rivela il motivo per cui Luke è sparito, in maniera vigliacca ha provato a ucciderlo nel sonno, perché spaventato dal suo grande potere. A quel punto Rey, sconvolta, affronta il grande maestro Jedi Luke Skywalker, allievo nientemeno che di Yoda, colui che ha sconfitto Darth Vader e ha riportato la speranza nella Galassia… e lo sconfigge in tre mosse. Il macrocefalo Luke perde quel poco di dignità che gli era rimasta e, piagnucolando, confessa a Rey il suo peccato: spaventato dall’Oscurità crescente di Kylo aveva provato a ucciderlo nel sonno, si era poi pentito, ma Kylo lo ha beccato con la spada laser in mano e i due si sono scontrati. Chi ha vinto, secondo voi? Ovviamente Kylo, Luke ormai è da pensionamento e basta. In quell’occasione Kylo ha dato fuoco a tutto… peccato che abbia risparmiato la sceneggiatura. Per questo motivo Luke si è andato, giustamente, a nascondere.

Allora Rey capisce che c’è solo una cosa da fare. E quale può essere questa cosa? Portare dallo psicanalista Kylo Scem? Rinchiudere in un ospizio Luke? Fare in modo che Leia cambi parrucchiere? Dare un giocattolo a Poe? Cosa… cosa in nome di dio?

Ma naturalmente riportare Kylo Scem nel Lato Chiaro! Il piano è semplice: Rey si lascerà catturare dal Primo Ordine e lì, tra una tortura e l’altra, convertirà Kylo Scem al Lato Chiaro della Forza e la galassia sarà salva, perché ovviamente con Kylo Scem al loro fianco sbaraglieranno tutti i nemici, no? Del resto, il ragazzo ha inanellato una serie incredibile di successi militari, finora. Va beh, niente, il piano è questo: Rey prende la bibbia e la valigetta da Testimone di Geova e si reca sull’astronave di Kylo Scem (che poi è la stessa dove si trova anche il Leader Supremo Super Sloth). Luke resta solo con la sua disperazione, il fallimento, la debolezza ma al peggio non c’è mai fine, ed ecco allora comparire Yoda che consiglia a Luke di candidarsi per il posto di professore di Fallimento alla Facoltà di Fiaschi e Smacchi. Luke accetta.

Rey intanto è con Kyle Scem, sul vascello del Primo Ordine. Mentre i due sono in ascensore diretti al cospetto del Leader Supremo Malgioglio, Rey inizia a  parlare della buona notizia del Regno, ma Kylo, da dietro lo spioncino della porta, le dice “No grazie, non ci serve niente, abbiamo tutto”, aggiungendo che deve passare al Lato Oscuro, perché è chiaro che lì ci stanno tutti i vincenti come lui. Le dice, inoltre, che presto conoscerà la storia dei suoi genitori, cioè la cosa che Rey vuole sapere da sempre. I due arrivano al cospetto del Leader Supremo e il vecchiardo inizia subito a prendere per il culo entrambi, svelando il grande mistero che ci ha tormentato per tutta la durata del film: la connessione tra Rey e Kylo Scem è opera sua, basandosi sul fatto che Kylo è malleabile come il pongo mentre Rey è una povera credulona, ha ottenuto di catturare Rey che ora dovrà svelarle dove si trova Luke, perché pare proprio che la morte del Jedi più vergognoso del mondo sia essenziale per la vittoria.

Kylo Ren in una delle scene più intense del film
Kylo Ren in una delle scene più intense del film

Rey si rifiuta di collaborare, per fortuna il Leader Supremo Super Sloth non è un fallito come Luke e le tiene testa, sconfiggendola più e più volte, mentre Kylo sembra non capire dove si trova, chi è e perché lo fa. A quel punto, arriva il momento per Kylo di dimostrare chi è veramente, così il Leader Supremo Malgioglio gli ordina di uccidere Rey, inerme davanti al ragazzo. Kylo Scem prende la spada laser e la punta contro la ragazza, ma qualcosa va storto: il Leader Supremo di Idiozia non ricorda di aver posato una spada laser accanto a lui, sul trono. Si sa che le spade laser sono la maggiore causa di incidenti domestici, oggigiorno, inoltre prima o poi che qualcuno morisse in maniera idiota con un oggetto simile doveva pur capitare: il prescelto è il Leader Supremo di Sto Cazzo. Da lontano, Kylo attiva la spada che trancia in due il cattivone, l’unico che, fino a quel momento, aveva mostrato un barlume di dignità.

A quel punto, Kylo Scem e Rey si uniscono in un combattimento all’ultimo sangue per eliminare tutte le guardie vestite come Kate Bush nel video di Wuthering Heights e ci riescono, per fortuna  che Rey ha imparato a usare la spada laser con una serie di tutorial su You Tube. A quel punto, Kylo Scem le svela che i genitori di lei erano due mercanti che l’hanno venduta e abbandonata e che sono ormai morti. “A ‘sto punto unisciti a me, sei sfigata abbastanza!”. Pure un bambino di tre anni comprenderebbe che si tratta di una balla grande come Jabba the Hutt, ma Rey invece ci crede, solo che, comunque, non è disposta a passare al Lato Oscuro: Kylo è stupefatto, com’è possibile che un altro dei suoi geniali piani sia fallito?! A quel punto i due ingaggiano una lotta per assicurarsi la spada laser di Luke: il tira e molla divide l’arma in due. Poi Kylo cade come corpo morto cade e Rey scappa via tranquillamente (le guardie del Leader Supremo di Sta Minchia erano quelle dieci lì, del resto l’Universo è in recessione, gli stipendi costano, ecc. ecc.)

A questo punto si è liberato un posto di comando nel Primo Ordine, Kylo invia la sua candidatura, il Generale Cazz giunto sul luogo si ritrova davanti: 1) una stanza distrutta 2) i cloni di Kate Bush deceduti 3) Un Leader Supremo tranciato a metà 4) Una prigioniera fuggita come se niente fosse 5) un cosplayer di Darth Vader semi-svenuto che torna in sé e dice che vuole fare lui il capo. Ma il capo di sto cazzo, gli urla contro il Generale Cazz, dicendo l’unica cosa giusta di tutto il film. Kylo, però, lo prende per il bavero e quello, mostrando il suo proverbiale coraggio, subito lo accetta come capo. Fine delle trattative.

Il Generale Hux mentre si stura le orecchie per essere sicuro di aver sentito bene
Il Generale Hux mentre si stura le orecchie per essere sicuro di aver sentito bene

Ma passiamo all’interessantissima vicenda di Finn e Rose, i due insieme a BB-8 e DJ si sono intrufolati nel vascello del Primo Ordine, che a questo punto dovrebbe rivedere un po’ le sue misure di sicurezza. In ogni caso, DJ riesce a decodificare i codici, a quel punto Rose è pronta per fare non si sa bene cosa, ma il gruppetto di imbecilli viene catturato perché DJ li ha venduti tutti al nemico. Che cosa incredibile! Chi poteva mai immaginarlo? Ma soprattutto: c’è un solo piano, in questo film, che riesca?

Nel frattempo le cose precipitano anche a bordo del vascello dell’Alleanza: Poe, per permettere ai due idioti di compiere il loro assurdo piano è arrivato ad ammutinarsi, in compagnia di altri non meglio specificati ribelli. Lasciando l’ammiraglio Holdo sotto la minaccia delle pistole dei suoi tre o quattro compagni, Poe va in sala controllo per compiere il salto nell’iperspazio quando Finn e Rose gli daranno l’ok. É un momento davvero drammatico quello in cui Poe capisce che ciò non avverrà mai perché è stato come mettere la propria vita nelle mani di un cieco paralitico sordo e muto. Mentre, dunque, Poe esclama sorpreso, “Non ci sono riusciti!” (MA VA?), l’ammiraglio Holdo riprende il controllo della nave mettendo fuori combattimento quei tre o quattro ammutinati. A quel punto, in sala comando compare Leia in persona che si è ristabilita ed è ora vestita come Paolo Villaggio nell’ultima fase della sua vita, Poe felice esclama: “Leia!” ma lei gli spara e lo mette a tacere per l’ennesima volta.

A questo punto, Leia spiega al povero disgraziato che non ha capito nulla non solo della guerra ma proprio della vita, che in realtà l’ammiraglio Holdo aveva la situazione sotto controllo: infatti il localizzatore nemico può localizzare solo la nave principale. I ribelli, a quel punto, s’imbarcano su navicelle di salvataggio e fanno rotta verso un misterioso pianeta ribelle dove si potranno rifugiare. A questo punto, qualcuno potrebbe domandarsi: ma dirlo prima, no? No, altrimenti come potevano gli sceneggiatori mettere in ridicolo Poe una volta di più? Leia e il vice ammiraglio Holdo si salutano, dicendosi addio: la donna ha deciso di sacrificarsi, restando sulla nave principale per permettere loro di scappare verso il pianeta. Così, giusto per sottolineare che i veri eroi qui non sono i personaggi principali.

Abbiamo trovato un pianeta sicuro sul quale rifugiarci!
Abbiamo trovato un pianeta sicuro sul quale rifugiarci!

Al sicuro sulla navicella, Leia sorride, ostentando sicurezza, purtroppo non ricorda che uno dei leitmotiv di questo film è: nessun piano è destinato a riuscire. DJ, il tizio che Finn e Rose hanno raccattato e portato con loro e al quale hanno detto la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, li ha traditi e ha svelato al nemico che i ribelli si sono imbarcati su una flotta che si sta dirigendo verso il tale pianeta. Il Generale Cazz, a quel punto, fa bombardare la flotta, a quel punto il vice ammiraglio Holdo dirige il vascello in un’azione suicida contro quello nemico, tranciandolo in due e salvando, con quest’azione, anche quei due buoni a nulla di Finn e Rose, che stavano per essere giustiziati da Brienne di Tarth pure lei di ritorno dal Comicon nel suo costume da Darth Vader. Brienne fa una fine di merda sconfitta da Finn: la fine di merda non è il fatto che crepa, è proprio essere sconfitta da Finn.

Comunque alla fine ci ritroviamo tutti sul benedettissimo pianeta ribelle, ultra sicuro, a prova di nemici… fatalità: il Primo Ordine, con il loro nuovo capo Kylo Scem, li rintraccia pure lì! E che miseria, ma questa è veramente sfiga. I Ribelli si rifugiano, guidati da alcune gentili volpi di cristallo sfuggite dal cartone di Frozen, in una caverna che ha solo un’entrata, chiusa da un portone in cartongesso, sicura come una trappola mortale. Come cazzo usciamo di qui che ci hanno puntato un cannone contro? Si domanda Poe. Leia, come al solito, quando non sa, resta zitta, facendo finta di cercare una cosa sotto il banco.

I Ribelli decidono, coraggiosamente, di affrontare in campo aperto il gigantesco cannone, con l’ausilio di un alcuni Califfoni truccati: si dirigono in queste condizioni pietose verso il nemico, che carica il cannonazzo, pronto a fare fuoco e a spazzare via tutti quegli imbecilli. Solo Finn, che è il più imbecille di tutti, pensa di poter sconfiggere un cannone gigantesco con l’ausilio del suo ciclomotore Atala e va dritto verso il nemico, mentre tutti gli altri si ritirano a seguito del fallimento dell’ennesimo piano del cazzo. A quel punto, Ros – ma non era meglio se continuava a occuparsi di tubazioni – per salvare la vita a Finn lo sperona col suo Califfone rischiando di accopparlo e di morire lei stessa. Prima di svenire, comunque, gli confessa il proprio amore e lo bacia. Qualcuno impedisca loro di riprodursi, per carità!

Un mezzo imbattibile contro i cannoni nemici
Un mezzo imbattibile contro i cannoni nemici

Ma non è ancora finita: il cannone sfonda il portone in cartongesso della caverna, la situazione è disperata, c’è solo una possibilità, un’unica possibilità, una sola scintilla di speranza… no, non che venga ritrovata la vera sceneggiatura… LUKE! Ebbene sì, nonostante le dimensioni della sua testa e il fatto che è stato sconfitto più e più volte da alcuni fra i personaggi più inetti del film, Luke Skywalker rappresenta ancora la speranza di tutti. Ed eccolo, allora: compare dal nulla all’interno della caverna e, salutata sua sorella Leia – “Cara, perché non cambi parrucchiere?” “E tu perché non cambi testa?” – va fuori ad affrontare il nemico da solo.

Kylo Scem è fuori di sé dalla rabbia: il suo ex maestro è la persona che odia di più al mondo, ragion per cui ordina di sparargli addosso tutte le munizioni in suo possesso. Il Generale Cazz sa di prendere ordini da un coglione, ma visto che lui è ancora più coglione, esegue. Dopo il trattamento, dovrebbe essere rimasta sul terreno solo l’indistruttibile testa di Luke e invece eccolo lì, tutto intero, sorridente quasi, che si spazzola la tunica con aria strafottente. A questo punto qualcuno avrebbe dovuto iniziarsi a porsi delle domande: è comparso dal nulla, si è preso una raffica addosso… com’è possibile? Ma Kylo Scem ha altro a cui pensare, deve sconfiggere il suo arcinemico, quindi scende a terra e lo affronta.

É uno scontro fra titani, quello a cui assistiamo: da un lato il più inetto del Team Cattivi, dall’altro il più inetto del Team Buoni. I due combattono, mentre i Ribelli hanno tutto il tempo di seguire le volpi di cristallo di Frozen, che li portano in un altro vicolo cieco. Per fortuna arriva Rey, che con la sola imposizione della mano, sposta tutto il Gran Sasso per farli uscire dalla caverna.

Nel frattempo, dopo uno scontro di altissimo livello, Kylo Scem riesce a colpire Luke tagliandolo a metà. Niente, Luke sopravvive. Kylo continua a non farsi la domanda giusta e lo affronta ancora, colpendolo di nuovo. Niente, Luke non accusa: ed è solo in quel momento che Kylo Scem comprende la verità. Luke in realtà non è lì davvero, ha mandato, da bravo cacasotto, un ologramma a combattere al suo posto! Kylo Scem si ritira, gabbato per l’ennesima volta, Luke muore sulla sua isola, vinto dallo Sforzo, mentre i Ribelli, assistiti da una fortuna sfacciata e dall’idiozia dei nemici si salvano.

Comunque, breve parentesi seria: a me questo film è piaciuto più dell’episodio VII per quanto riguarda l’intreccio, i personaggi continuano a non piacermi, ma devo dire che l’unico interessante per la sua evoluzione e le potenzialità è proprio Kylo Sc… emh… Ren. Comunque, avranno sempre i miei soldi, non ci si può afre nulla.

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La recensione di Peaky Blinders: cavalli, gangster, Nick Cave e cuori spezzati

La volete una serie che vi farà restare incollati al divano a fare binge watching? Sì? Allora munitevi di Netflix e date l’assalto alla Birmingham del primo dopoguerra, sporca, grigia, fumosa, rumorosa, piena di gente di malaffare e poveracci senza prospettive, popolata dalla fame, dalla necessità di fare soldi facili e scrollarsi di dosso l’orrore della guerra. Qui, troverete i Peaky Blinders e, occhio, perché rischiate seriamente di innamorarvi di una manica di delinquenti dal cuore (quasi) d’oro.

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Titolo Peaky Blinders
Creatore Steven Knight
Paese Regno Unito
Anno 2013 – in produzione
Genere drammatico, gangster, in costume
Stagioni 3 – in corso
Episodi totali finora pubblicati 18
Durata 60 min (episodio)
Dove guardarla: Netflix

I personaggi

Cillian Murphy: Thomas Shelby
Sam Neill: C.I. Campbell
Helen McCrory: Polly Gray
Paul Anderson: Arthur Shelby
Iddo Goldberg: Freddie Thorne
Annabelle Wallis: Grace Burgess
Sophie Rundle: Ada Shelby
Joe Cole: John Shelby
Kate Phillips: Linda Shelby
Ned Dennehy: Charlie Strong
Tom Hardy: Alfie Solomons
Charlotte Riley: May Carleton
Noah Taylor: Darby Sabini
Aimee-Ffion Edwards: Esme Shelby

La serie:

Prima stagione | episodi 6 | 2013 | Italia, 2015
Seconda stagione | episodi 6 | 2014 | Italia, 2016
Terza stagione | episodi 6 | 2016 | Italia, 2017
Quarta stagione | episodi 6 | inedita | inedita

La trama:

La storia inizia nel 1919 nella povertà della Birmingham del primo dopoguerra dove tutti lottano per sopravvivere a un periodo particolarmente difficile dal punto di vista storico ed economico. La storia è ambientata nel quartiere di Small Heath e si focalizza particolarmente sulla famiglia Shelby, il cui capofamiglia è anche il boss della gang detta “Peaky Blinders“, dall’usanza di nascondere una lametta nel risvolto dei cappelli, in modo tale da poterla utilizzare anche come arma. La leadership di Tommy Shelby è messa a dura prova dall’arrivo in città da Belfast dello spietato poliziotto Campbell, deciso a ripulire il marcio e la delinquenza a tutti i costi, e da una donna, Grace Burgess, dal passato misterioso.

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La mia recensione

Cosa mi ha fatto amare questa serie dal primo fotogramma? Un sacco di cose. Prima di tutto la faccia di Cillian Murphy: non lo conoscevo, pur avendo recitato in film famosi (che recupererò tutti, perché ormai sono fissata con lui!). L’ho visto per la prima volta in Dunkirk (film meraviglioso che ho recensito qui) e mi ha colpito il suo viso così diverso dal 90% degli attori bellocci che ci sono in giro. Cillian è irlandese, e già questo me lo fa amare (il suo nome si pronuncia [ˈkɪliːən] e non [ˈsɪliːən]) ed è un attore estremamente espressivo, che riesce a recitare anche solo con gli occhi.

La potenza della serie, comunque, è l’unione tra un cast d’eccezione (Cillian Murphy e gli altri Peaky Blinders sono memorabili, soprattutto Arthur Shelby – interpretato da Paul Anderson – e Polly – interpretata da Helen McCrory), una sceneggiatura perfetta, sia nel linguaggio che nella successione di avvenimenti e una colonna sonora semplicemente da brivido. La prima stagione non ha in pratica alcun difetto, nelle successive due, forse, calano un po’ alcuni personaggi ma ne emergono altri (come l’immenso Alfie Solomon, interpretato da un Tom Hardy in stato di grazia) che rendono Peaky Blinders una vera e propria droga.

Prima di andare più nel dettaglio con la serie, vi parlo della colonna sonora, cui ho accennato prima: dicevo perfetta, perché ogni singolo pezzo descrive alla perfezione le scene, i colori, le luci, le ombre, i sentimenti. La musica in Peaky Blinder è fondamentale: del resto la voce cupa di Nick Cave, quella roca di Tom Waits, le chitarre taglienti dei White Stripes sono il commento musicale perfetto per una serie fatta di sangue e sentimenti violentissimi. E c’è anche il David Bowie di Black Star (che colpo al cuore!). E la musica della sigla, che ritorna nel corso della puntate a commentare i momenti salienti, vi entrerà nel cervello.

Dicevo: sangue e sentimenti. Sì, perché parliamo di criminali, allibratori, gangster pronti a tutto, gente che tagliuzza i nemici con le lamette nascoste nei cappelli, delinquenti spietati che si fanno la guerra per dominare un pezzo di città e allargarsi e uscire dal vuoto che la guerra ha lasciato fuori e dentro di loro. Quindi sì: ci sono le corse di cavalli, le guerre fra i clan, le sparatorie, le scazzottate, le banconote, i gioielli, ma anche l’amore, il tradimento, la famiglia, la morte, il dolore, lo shock dei soldati tornati dalle trincee e poi cuori spezzati, alcool e sigarette. Praticamente, è la serie da NON guardare se state cercando di darci un taglio con gli alcolici e il fumo, perché in ogni scena almeno uno dei protagonisti sta fumando e bevendo un bicchiere di whiskey. E vi giuro, vi verrà voglia di fare altrettanto.

Ogni stagione ha una sua trama, è un pezzo del percorso nella lunga e inarrestabile ascesa della famiglia Shelby, da piccoli criminali di quartiere a dominatori della scena criminale del tempo, non solo di Birmingham. La famiglia Shelby è un club esclusivo, unito, compatto ma nel quale la competitività e i malumori serpeggiano in continuazione: hanno tutti il loro carattere e non è semplice per Tommy (che è il secondogenito, ma il più intelligente e portato al comando dei tre fratelli Shelby) tenerli uniti. Tommy è spietato ma allo stesso tempo ha una sua etica e le sue debolezze, i problemi maggiori li ha perché, nonostante sia freddo come un serial killer, crudele anche quando si tratta della sua famiglia, non può fare a meno di provare amore per le persone a cui tiene davvero e questo lo porterà ad avere il cuore spezzato più di una volta. Perciò è semplice provare empatia per quest’uomo intelligente, coraggioso, che ha scelto la via del crimine per sopravvivere e che trascina nel suo stesso inferno coloro che lo amano e che lui ama.

Le scenografie magnifiche, con la polvere delle strade e le fiamme che escono dalle fabbriche che entrano quasi nelle case degli spettatori, le frequenti scene al rallentatore, che commentano con tocchi epici la presenza dei Peaky Blinders sulla scena, gli sguardi febbrili, furiosi, persi dei protagonisti, la sceneggiatura perfettamente calibrata coi dialoghi essenziali e i frequenti, significativi silenzi, la regia che riesce a far entrare lo spettatore fin dentro l’anima dei protagonisti, alternando momenti di pura azione ad altri introspettivi e ugualmente magnifici, rendono questa una delle migliori serie che io abbia mai visto.

I personaggi hanno tutti il loro preciso background: Tommy ha la responsabilità del comando, una cosa che non sempre gli piace, ma che ha accettato come ineluttabile, una sorta di continuo sacrificio di sé, che comprende anche il farsi odiare da chi sta proteggendo e ama; Arthur, suo fratello maggiore, istintivo e pieno di rimpianti, incline alla dipendenza (dal padre, dalle donne, dall’alcol, dalla cocaina) e alla rabbia, che ama suo fratello e lo odia in parti uguali; John, che è il minore dei fratelli, il braccio che esegue, la mano che si sporca (assieme ad Arthur) quando Tommy ordina; e poi Polly, donna all’apparenza dura, spietata, che vive cercando di governare un mondo prettamente maschile, in cui le donne non sono altro che oggetti da sfruttare o individui da zittire, che nasconde le sue paure e i suoi dolori dietro una maschera di pietra.

Menzione d’onore per un personaggio che fa la sua comparsa nella seconda stagione, Alfie Solomon, interpretato dal magnifico Tom Hardy: quando compare, la scena è tutta sua. Incredibile come Tom Hardy riesce, anche solo con i movimenti del suo corpo, a trasmettere emozioni: è un uomo spietato, sleale, crudele, senza morale, che persegue soltanto i suoi scopi, ma è interessante vedere come il suo rapporto con Tom Shelby si evolve puntata dopo puntata.

Tutto l’odio del mondo, invece, lo raccoglie il poliziotto bigotto e violento C.I. Campbell, interpretato da Sam Neill, che rende benissimo l’idea di quest’uomo di legge, corrotto dalla sua stessa intransigente morale, bigotto perché fa ricorso alla violenza tanto quanto i Peaky Blinders, ma travestendola da giustizia. É un personaggio senza luci, da odiare e basta.

É una serie piena di violenza ma anche di sentimenti, dicevo, solo che  l’amore non è più gentile delle coltellate, anzi. Come un proiettile nel cuore, l’amore è violento, doloroso, furioso, fa sanguinare, profuma di tradimento, sconfitta, vendetta. É shakespeariano, solo per brevi momenti presenta il suo volto gentile, illusorio, il tempo di innamorarsi e perdersi.

Guardate Peaky Blinders, innamoratevi di questa serie magnifica, un capolavoro imperdibile che consiglio davvero a tutti. A breve arriverà la quarta stagione, e io non vedo l’ora!

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Il contagio di Walter Siti al cinema: solitudini, corruzione e bellezza

105 minuti di solitudine, corruzione, cocaina, disperazione e di una furiosa e sconcertante bellezza. Tratto dal romanzo di Walter Siti, Il contagio è un film di poche parole e moltissima umanità, col fiato corto e l’ampio respiro. É il ritratto crudele e struggente della borgata romana, che finisce per comprendere le periferie di tutto il mondo e da cui si passa al dramma della Città, agglomerato urbano e spazio condiviso, nella sua spersonalizzante impostazione e ai singoli drammi interiori, ancora più tragici nelle loro terribili somiglianze.

[ Sono riflessioni personali e c’è qualche spoiler. Siete avvisati. ]

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Titolo: Il contagio
Regia: Matteo Botrugno, Daniele Coluccini
Durata: 105 minuti
Uscita: 28 settembre 2017
Cast: Anna Foglietta, Vinicio Marchioni, Vincenzo Salemme, Giulia Bevilacqua, Maurizio Tesei, Luciana De Falco, Daniele Parisi, Nuccio Siano, Fabio Gomiero, Michele Botrugno
Trama: Le vite di Chiara e Marcello (Vinicio Marchioni), quelle di Mauro e Simona, e del boss di quartiere Carmine si agitano in una vecchia palazzina di borgata, in uno scenario di umanità mutevole perennemente sospesa tra il tragico e il comico. Come il registro del film Il contagio, una tranche de vie suburbana in cui si inserisce il professor Walter (Vincenzo Salemme), scrittore di estrazione borghese che ha da tempo una relazione con Marcello, ex culturista dalla sessualità incerta. Se gli inquilini della spoglia palazzina di periferia accettano con rassegnazione le proprie vite sonnolente, Mauro, freddo e ambizioso spacciatore, sembra il solo a sentire la necessità di una svolta. I poteri corrotti irrompono in un angolo della periferia. Criminali, affaristi, palazzinari: un lucido affresco della Roma contemporanea.
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La mia recensione

Periferia romana, la voce del Professore, nessuna immagine, solo buio: le parole dello scrittore s’introdurranno, anche in seguito, come sprazzi di poesia nei momenti più tragici del racconto, a disinfettare ferite e fissare momenti che, altrimenti, andrebbero persi. Una porta chiusa si apre all’improvviso, come un sipario. Il pubblico fissa la perfetta simmetria di un corridoio sul quale si affacciano alcune porte: quattro persone entrano in scena, un uomo, una ragazza che lavora per lui e una giovane coppia, Mauro (Maurizio Tesei) e Simona (Giulia Bevilacqua), in cerca di un nuovo appartamento.

Un’impostazione teatrale, in cui ogni elemento ha il suo preciso significato: inquadratura fissa, la luce e le ombre che scandiscono una scena volutamente spoglia, l’abbigliamento trash e la strafottenza con cui mastica la gomma la ragazza che lavora per il padrone dell’appartamento, il cui sogno è (naturalmente) “fare cinema”, l’entusiasmo di Simona per una casa con tre bagni e un affitto bloccato a 70 euro, che non sa quanto quei 70 euro le costeranno davvero. Mauro entra in scena pagando una specie di pizzo per compiere il primo, decisivo passo della scalata che lo porterà in alto, sempre più in alto fino a fargli perdere del tutto il contatto con le proprie radici.

Mentre Mauro e Simona iniziano la loro nuova vita in via Vermeer, la telecamera esce dall’appartamento, esce dal palazzo, lo sguardo si allarga, e il pubblico si trova davanti una palazzina che ha la struttura ad archi di un teatro e che, proprio come in un teatro, ci offre la prima visuale su quasi tutti i protagonisti della storia. Lo sguardo va su e giù, a destra e a sinistra e ci mostra per prima cosa le donne, testimoni della presenza/assenza dei loro compagni, mariti, fratelli, figli, specchio di una periferia tragica e grottesca, di una vita che indossa la maschera della commedia fuori e quella della tragedia dentro: sui balconi ci si punzecchia, si ride e ci si confida, mentre si urla, si piange, ci si consuma nell’intimità della casa. Romano, napoletano, siciliano: gli accenti si mescolano, in un coloratissimo affresco, un guazzabuglio che, malgrado tutto, ha un suo preciso ordine.

Una ragazzina rom rovista nella spazzatura davanti al palazzo ma viene scacciata via, in malo modo, da uno degli inquilini, Attilio, che, subito dopo, non esita a frugare a sua volta nell’immondizia: la struttura ipocrita e meschina nella quale ci troviamo è definita da questa semplice scena, in cui il degrado diventa una piramide: non importa quanto deboli e miserabili ci si possa sentire, c’è sempre qualcuno al di sotto, sul quale scaricare la propria (identica) miseria.

La presenza della ragazzina rom, triste ed emarginata, eppure composta nella sua miseria, commenta le scene di fallimento e solitudine dei vari protagonisti, è una quieta spettatrice e un monito silenzioso: siamo noi, seduti in poltrona, mentre frughiamo fra le povere vite di uomini e donne sconosciuti alla ricerca di cose dimenticate e sono loro, i protagonisti del dramma. Col suo carretto e lo sguardo serio ma lucido, la ragazzina rom è l’unico personaggio a non nascondere i suoi bisogni, a non fingersi diversa da ciò che è, compare all’inizio, al centro e alla fine del film, ad aprire il sipario, poi nel punto di svolta, quando sono svelate le solitudini dei protagonisti, e alla fine, come chiosa tragica e struggente.

Il film è raccontato in due tempi: la prima parte si concentra sulla palazzina di via Vermeer, sulla vita che si stratifica al suo interno, sulla dicotomia dentro/fuori e sulle singole solitudini dei protagonisti, la seconda parte compie un salto in avanti di tre anni e si concentra su Mauro e sulla corruzione che, come una malattia contagiosa, si è allargata, prendendo possesso di ogni singolo spazio della sua vita.

Il ritmo della prima parte del film è misurato, lento, carezzevole, la luce calda di un perenne pomeriggio illumina i contorni di corpi e oggetti, i granelli di polvere in aria, la staticità di case che fungono solo da sfondo, scenografie asettiche fatte per ospitare la presenza ossessiva degli attori. Due sedie e in mezzo un tavolo, per far parlare Chiara e Mauro della distanza che li separa, una porzione di specchio che riflette i lividi che il marito violento lascia sul corpo di Flaminia (Luciana De Falco), l’opulenza dell’appartamento di Mauro e Simona, che descrive il loro rapporto perfetto basato sull’assenza di dialogo, ecc.

Entrando e uscendo dalle case della palazzina, conosciamo dunque le singole solitudini dei suoi inquilini e le relazioni tossiche che intrattengono fra loro, svelate in una sequenza bellissima in slow-motion, commentata alla perfezione da “Quelle parole” di Lucilla Galeazzi, in cui scopriamo il mostro che consuma Chiara da dentro, la dipendenza e la disperazione di Marcello, in bilico fra le sue due vite (quella con Chiara, che gli è toccata in sorte, e quella col Professore, che ha scelto per disperazione) e via via tutto il corollario di personaggi secondari, che contribuisce ad arricchire e completare il dramma della periferia.

Su tutte queste vite, quella del Professore, di Walter, lo scrittore, il solitario timido e outsider, disposto a pagare per essere amato, a rischiare la vita pur di far parte del triste circo nel quale si esibisce Marcello, “ragazzo” di quarant’anni che si spacca di palestra e cocaina, ma si sveglia piangendo quando sogna la morte del suo cane, l’unico affetto non contaminato che ancora possiede. Walter (Vincenzo Salemme) è una presenza evanescente eppure costante, quando sembra che non ci sia nessuno a seguire le scie di dolore e dramma che serpeggiano sulla scena, c’è la sua voce confortante, che esce da un appartamento colmo di libri, di parole non dette e parole da scrivere, per riempire i vuoti e i silenzi che ci sono fuori.

Nella seconda parte, il salto di tre anni spiazza all’inizio, ma serve a portarci dove si trova Mauro, protagonista e POV principale di questa parte del film: usciamo, dunque, con lui dalla palazzina di via Vermeer ed entriamo in una delle zone in di Roma, in un appartamento luminoso e ricco, che Mauro si è procurato con la sua inarrestabile scalata verso il successo. Più soldi, più cocaina, lasciata sbadatamente sui lucidi mobili di casa, più relazioni sessuali usa e getta, consumate senza piacere esattamente come alcol, sigarette, droga: sono lontanissime le albe sui tetti di Roma, la birra e le canne consumate con l’amico Marcello, sono lontani i, seppur minimi, intervalli di pace che c’erano un tempo; la vita ora è tensione, abisso e rumore, i brevi silenzi sono procurati da ossessive sniffate di coca: la scalata verso la vetta del mondo si è trasformata in una discesa agli inferi popolata da corpi che si dimenano sulla pista da ballo, un mondo in cui le voci sono scomparse, sopraffatte dalla musica techno, in cui i colori sono svaniti, ammassati in una poltiglia blu elettrico e intermittente.

Mauro comprende che la sua vita è un aggirarsi immotivato fra corpi e rumori, che non c’è più alcuna vetta da raggiungere, che nulla ha più alcun significato, in una scena macbettiana, quella in cui Mauro cammina come uno zombie nella massa indistinta di gente:

La vita non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla.

E come in un dramma shakespeariano, il martirio finale: le luci delle auto illuminano un San Sebastiano pop, il corpo nudo legato a un palo e le pietre che, in slow-motion, fendono l’aria. Non c’è sangue, ma la furia dionisiaca, invasata, degli aguzzini è descrizione perfetta del brutale, quanto ineluttabile, martirio, che qui assume i contorni di un sacrificio rituale. Mauro assiste finché può, poi le sue palpebre si chiudono sulla materializzazione delle sue colpe, dando la cifra esatta della sua impotenza, dell’inutilità di qualsiasi altro slancio: non può esserci perdono o via d’uscita, l’unica strada è quella della resa senza condizioni, l’unico modo è affidarsi a una giustizia asettica ed esterna, che possa proteggerlo dalla sua stessa morale.

Il racconto oscilla fra l’elegiaco e il sincopato, fra la poesia e il trash: prima parte distesa, immersa in una luce calda e, a tratti, sonnacchiosa, impostazione teatrale con una sceneggiatura che tende al monologo; seconda parte cupa, rapida (come la corsa sempre più forsennata di Mauro per le strade di Roma), televisiva, dialoghi più serrati e brevi. L’importanza del rapporto fra Marcello e Walter è solo accennato in una bellissima scena d’amore fra i due, in cui alle immagini delicate di carezze e sguardi si sovrappone il carnale raccontare del Professore; La coppia Marcello/Mauro, invece, è magnifica espressione del disagio imperante. Poche le scene che li vedono protagonisti assieme, ma abbastanza per mostrarci il lato nascosto di entrambi: l’alba su Roma a confidarsi sciocchezze, momento distensivo e poetico, intriso di malinconici addii, l’incontro disperato alla fine del film, in cui Marcello va a pregare l’ex amico di aiutarlo, coi due che restano separati da una porta e il monologo di Marcello che duetta col silenzio di Mauro e che dà vita a quello che forse è il più potente dialogo dell’intero film. E poi la cruenta sequenza finale, in cui la distanza tra i due è breve e immensa allo stesso tempo.

Infine, Nuccio Siano nei panni del criminale Carmine D’Antonio ha un ruolo difficilissimo, quello del cattivo assoluto. Il boss di quartiere, che specula sui centri d’accoglienza, si rifiuta di aiutare i suoi protetti, fa ammazzare gente per mille euro, ride della sofferenza altrui, incarna una malvagità che non lascia spazio al minimo perdono. E’ l’immagine stessa del “contagio”, della forza buia che parte dalla periferia e va verso il centro e viceversa, una forza che non può essere arrestata, perché come una malattia contagiosa si diffonde e troverà sempre nuovi modi e nuovi spazi in cui attecchire. Il male non ha volto, racconta l’interpretazione di Nuccio Siano, ha la sigaretta in bocca e il sorriso spietato mentre in un vicolo buio ordina di picchiare selvaggiamente un uomo, ha la camicia immacolata e la cravatta, mentre parla di solidarietà alle cene con persone importanti. Non è riconoscibile e, allo stesso tempo, si vede benissimo: è costituito dalle piccole sconfitte quotidiane e dalle grandi paure assolute, è un mostro dalle mille espressioni, tutte quelle portate sulla scena da Nuccio Siano. E se anche Carmine D’Antonio, alla fine, dovesse finire maciullato nel tritacarne della corruzione, un altro prenderà il suo posto.

Un film che prende la verità e la spoglia, lasciandola nuda ed esposta sulla scena, in cui l’unico margine di una timida speranza è dato dalle parole del Professore che assicurano il ricordo commosso della povera umanità massacrata sulla scena:  è questa l’unica salvezza, l’unico conforto concesso agli uomini.

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Sconfitte che sembrano vittorie: Dunkirk, la guerra raccontata da Nolan

Non sono un’esperta di cinema di guerra, in realtà non sono un’esperta di cinema in generale, sono una semplice appassionata che ha visto un film bello e potente, nella sua crudissima poesia e che vuole parlarvene perché se non ve ne parlasse e si tenesse tutto dentro poi ci starebbe male. Ecco. Quindi questa è sì una recensione del film (bello, bello, bellissimo) di Christopher Nolan (che io amo) ma soprattutto una riflessione su quello ha scatenato in me. 

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Regia: Christopher Nolan
Cast: Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Harry Styles, Aneurin Barnard
Titolo originale: Dunkirk.
Genere: Azione
Produzione: USA, Gran Bretagna, Francia, 2017,
Durata: 106 minuti.
Uscita: giovedì 31 agosto 2017
Distribuzione: Warner Bros Italia

Maggio, 1940. Sulla spiaggia di Dunkirk 400.000 soldati inglesi si ritrovano accerchiati dall’esercito tedesco. Colpiti da terra, da cielo e da mare, i britannici organizzano una rocambolesca operazione di ripiegamento. Il piano di evacuazione coinvolge anche le imbarcazioni civili, requisite per rimpatriare il contingente e continuare la guerra contro il Terzo Reich.

La mia recensione

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Ogni volta che vedo un film di guerra, penso ai miei nonni. Ho trascorso tutta l’infanzia a farmi raccontare “i fatti della guerra” da loro, per una bambina che non sa cosa voglia dire vivere sotto le bombe e nella minaccia costante di morire, erano avventure prive di sangue (i miei nonni respingevano tutto ciò che era macabro e sapeva di morte, forse come reazione a tutto il sangue e i morti visti sul campo di battaglia) ma allo stesso tempo terribili. Ascoltavo rapita, perché loro erano tornati, perché la brutta avventura era finita, perché erano in salvo e potevano raccontarla. L’effetto-Dunkirk, insomma.

Niente sangue, neanche una goccia, ma angoscia, dolore, senso d’ingiustizia, etica, patriottismo, coraggio, epos, tutto questo sì: un film di guerra in cui la guerra è ridotta a occhi, bocche, mani, inquadrature strette sul dolore, sul terrore e larghissime vedute in cui gli esseri umani sono piccoli, ammassati come insetti o isolati come animali morenti: spiagge desolate costellate di cadaveri, cieli attraversati da aerei nemici e la sconfinata distesa del mare, freddo e immobile spettatori, una vasta tomba di acqua.

Tre ambientazioni, tre tempi, un’unica storia

Il film è diviso in tre parti, separate all’inizio da titoli in sovrimpressione: tre ambientazioni e tre tempi diversi, il capitolo “sul molo”, quello ambientato a terra, dura una settimana, il capitolo in mare dura un giorno e, infine, il capitolo in aria dura un’ora. Terra, acqua e aria e dappertutto fuoco: i quattro elementi compongono la scelta narrativa di Nolan, quattro elementi che s’incrociano, con continui cambi di angolazione, fino all’epico e commovente finale (è storia: gli uomini salvati dal massacro di Dunkerque saranno circa 344.000). Protagonisti della parte “via terra” sono due soldati inglesi (Tommy e Alex) e un terzo francese che si finge inglese per poter sfuggire al massacro. La parte “via mare” è raccontata attraverso gli occhi del signor Dawson e di suo figlio che partono, sulla loro imbarcazione privata, alla volta di Dunkerque, rispondendo all’appello di Churchill ai privati. Infine, la parte “via aria” è vista attraverso gli occhi del pilota Farrier (Tom Hardy), pronto a dare man forte e protezione ai soldati dall’alto.

Tutti gli attori sono stati bravissimi, ma eccezionali Kenneth Branagh e Tom Hardy, quest’ultimo a volto coperto per il novanta per cento del film, riesce a recitare la sua parte solo con gli occhi. Incredibile.

Il coraggio dei singoli

Le tre storyline procedono slegate le une dalle altre, in un mosaico di volti, esplosioni, fango, mare, urla e morte: l’accento è posto essenzialmente sul concetto di coraggio, un coraggio individuale e profondo che va al di là della guerra e delle ragioni politiche, si riferisce alla resilienza, toccando le corde più intime della natura umana. Gli uomini sono capaci di gesti di una barbarie inaudita quando sono spaventati ma sono in grado, nel terrore, di provare sentimenti altissimi ed eroici: commovente, in questo senso, il viaggio compiuto dal signor Dawson con il suo giovane figlio, un viaggio incerto, pericoloso, al quale l’uomo non ha alcuna intenzione di rinunciare.

La descrizione di fuga, paura, terrore è affidata ai volti giovanissimi di tre soldati, due inglesi e uno francese, che fuggono dall’inferno: i ripetuti tentativi di scappare dalla spiaggia dove sono assiepati, in ordine perfetto, i soldati stretti nella morsa nemica, sono disperati, caotici, inutili. L’ansia che pervade il racconto si trasmette subito allo spettatore che, grazie alla tecnologia utilizzata per girare il film e al perfetto sonoro, si ritrova tra le bombe, in fuga anche lui.
Sul molo, il volto non più giovane e composto anche nel disastro del comandante Bolton (Kenneth Branagh magistrale)  descrive perfettamente l’ineluttabile destino cui le truppe inglesi stanno andando incontro: sarà un massacro e non c’è nulla da fare. Ecco perché il finale in cui invece degli “almeno 30.000” uomini richiesti da Churchill vede in salvo 344.000 uomini è un trionfo. La battaglia è persa, ma l’iniezione di speranza è innegabile. Commovente ed epica anche la battaglia aerea, con Farrier a corto di carburante che continua a sparare al nemico per dare il maggior supporto possibile ai soldati: scelte singole di auto-sacrificio che si rivelano essenziali.

Non c’è sangue, non c’è la patria, neanche quando il comandante Bolton, all’arrivo delle barche inglesi, alla domanda: “Chi sono?” risponde “La patria”, nella versione originale – e immensamente più bella e significativa – risponde semplicemente “Home”, casa… una casa che non è inglese, non è francese, non ha nazionalità, è la casa per tutti gli uomini, nonostante le differenze. Non ci sono neanche i Nazisti (neanche i Tedeschi a dirla tutta), nel senso che non vengono mai nominati, se non come “il Nemico”. C’è l’Inghilterra, lontana ma visibile, come la salvezza, triste e terribile proprio perché è lì ma è irraggiungibile.

É un film che colpisce tutti i sensi umani: la vista, l’udito, perfino il tatto e il gusto (le uniformi sporche e strappate, la sabbia, il mare schiumoso, quei pochi pezzi di pane e marmellata che i giovani soldati riescono a mandare giù sulla nave). É un film sicuramente difficile da descrivere, proprio perché fa leva sulle emozioni più che sul racconto: è un film sulla resilienza, dicevo, sul coraggio, sulle scelte, sul fatto che durante la guerra gli eroi nascono e muoiono e i loro nomi vengono dimenticati e ci sono eroi di tutti i tipi, ma non per questo meno importanti, come descrive alla perfezione il commento musicale di Hans Zimmer, cupo e minimale, che si accompagna alle bombe e alle urla, ma anche agli sguardi decisi e pieni di voglia di vivere dei soldati.

Sarà un miracolo, ma non una vittoria, questo è certo. Nei volti dei soldati sconfitti che assieme alla vita, in Inghilterra, portano il senso di colpa per non essere morti per la Patria si legge la profonda ingiustizia della guerra, che costringe all’inutile sacrificio di sé. C’è l’epica del ritorno, ma, ripeto, non c’è giustizia: c’è, però, la speranza, la speranza di combattere e vincere, di resistere, di subire, patire ma tornare a vivere, perché alla domanda “siamo solo tornati vivi” non può esserci altra risposta che: “ti pare poco”.

« Combatteremo sulle spiagge, sulle piste di atterraggio. Non ci arrenderemo mai. »

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I Guardiani della Galassia vol. 2 + Film Disney da vedere fino al 2020

buon-junkieIl 25 aprile sono andata al cinema a vedere I Guardiani della Galassia vol. 2: aspettavo dal 2014 il seguito e devo dire di non essere stata per nulla delusa. Nel primo “volume” abbiamo imparato a conoscere Star-Lord, Gamora, Drax il Distruttore, Rocket Raccoon e Groot e tutto si concentrava sul recupero dell’Orb e la presentazione dei personaggi, in questo secondo capitolo al centro di tutto ci sono le vite dei protagonisti e le complesse dinamiche di gruppo.

ECCEZIONALE!
ECCEZIONALE!

 

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L’avventura è ambientata due mesi dopo quella precedente: i Guardiani della Galassia (Star Lord, Rocket, Drax, Gamora e il baby Groot) sono stati ingaggiati dai Sovereign per difendere un gruppo di preziose batterie da un mostro intergalattico. Purtroppo però, Rocket decide (apparantemente senza motivo) di rubare quelle batterie e così i Guardiani si ritrovano i Sovereign alle calcagna. La scena iniziale in cui ritroviamo riuniti tutti i personaggi è chiassosa e piena di effetti speciali, divertente e precisa come una coreografia, sicuramente pensata per il 3D ma con il suo effetto anche per chi, come me, ha visto il film in 2D.

Ancora una volta, le azioni dei Guardiani si svolgono a tempo di musica, raccontate e accompagnate dalla cassetta n. 2: Awesome mix vol. 2. La musica (quasi sempre scanzonata) accompagna e crea un contrasto divertente con le moltissime scene di azione. Credo che questo sia uno dei motivi principali che hanno fatto scattare l’amore con questo film.

Se volete ascoltare la playlist n. 2, eccola qui!

136 minuti di risate, azione, qualche lacrima e buoni sentimenti alla Disney: un mix senza sorprese, rassicurante ed esplosivo, che non conosce momenti noiosi. Lo humour occupa gran parte della narrazione, gli scambi che caratterizzano ogni personaggi sostituiscono una tram esile, rispetto al film precedente. La vicenda è una specie di Star Wars comico (con tanto di “Morte Nera” da distruggere e rapporto conflittuale padre/figlio). Sapremo finalmente qualcosa di più sul padre di Peter Quill, sul rapporto fra Gamora e sua sorella, approfondiremo le paure di Rocket e il dolore di Drax e si parlerà anche di Celestiali, gli dei spaziali.

I personaggi non sono stati stravolti: le caratteristiche con le quali ci sono stati presentati sono state amplificate e approfondite. I siparietti a cui danno vita sono esilaranti e non ci sono momenti morti: la sceneggiatura è scoppiettante in ogni singola scena. Molto bello lo sviluppo del personaggio di Yondu Udonta: non voglio svelarvi nulla, ma vi posso assicurare che il nostro criminale blu preferito vi stupirà e commuoverà. Il rapporto tra Star-Lord e Gamora si fa più profondo (li shippo in una maniera inconsulta!). Per quanto riguarda Groot, c’era il pericolo che l’enorme albero umanoide del primo film (così intenso e importante nella sua fisicità) potesse lasciare un vuoto, invece gli autori sono riusciti a dare un ruolo importante anche al baby albero che è protagonista di alcune delle scene più divertenti del film. Rocket è come sempre cazzutissimo, al centro di molte scene esilaranti, ma in questo secondo capitolo conosceremo anche un altro suo lato, più “umano”. Altra “aggiunta” è la sorella di Gamora, Nebula: anche in questo caso ne vedremo delle belle. Infine, ultimo personaggio da sottolineare Mantis, l’aliena con poteri empatici: molto simpatici i siparietti con Drax. In generale, in questo secondo capitolo si rinsalderanno i rapporti e si parlerà molto di famiglia.

Come sempre bravissimi tutti gli attori, nella versione italiana perdiamo l’interpretazione di Vin Diesel (che interpreta Groot) e di Bradley Cooper (che interpreta Rocket), Kurt Russel nei panni di Ego è convincente e si fa amare anche Silvester Stallone nel ruolo del capo di Yondu, Starhawk, un personaggio che ritroveremo anche nei prossimi film.

Vi lascio al trailer 😉

Io sono Groot!

Vi consiglio vivamente di andare a vedere I Guardiani della Galassia! Fatemi sapere poi cosa ne pensate. Nel frattempo vi metto qui la lista di film Disney che arriveranno a breve al cinema. In grassetto quelli che mi interessano! I vostri?

2017

Disney Pictures – Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar – 24 maggio
Marvel – Spider-Man: Homecoming, 7 luglio (collaborazione Marvel Studios/Sony Pictures)
Pixar – Cars 3, 14 settembre
Marvel – Thor: Ragnarok, 25 ottobre
Pixar – Coco, 22 novembre
Lucasfilm – Star Wars – Gli Ultimi Jedi, 13 dicembre

2018

Marvel – Black Panther, 16 febbraio
Disney Pictures – A Wrinkle in Time, 9 marzo
Disney Pictures – Magic Camp, 6 aprile
Disneynature – Dolphins, 21 aprile
Marvel – Avengers, Infinity War, 4 maggio
Lucasfilm – Star Wars Anthology: Han Solo, 25 maggio
Pixar – Gli Incredibili 2, 15 giugno
Marvel – Ant-Man and the Wasp, 6 luglio
Disney Pictures – Mulan live action, 2 novembre
Disney Animation – Ralph Breaks the Internet, 21 novembre
Disney Pictures – Mary Poppins Returns, 25 dicembre

2019

Marvel – Captain Marvel, 8 marzo
Marvel – Untitled Avengers, 3 maggio
Lucasfilm – Star Wars Episodio IX, 24 maggio
Pixar – Toy Story 4, 21 giugno
Marvel – Spider-Man: Homecoming 2, 5 luglio
Disney Pictures – Il Re Leone live action, 19 luglio
Disney Animation – Frozen 2 , 27 novembre

2020

Lucasfilm – Indiana Jones 5, 10 luglio
Disney Animation – Gigantic, 25 novembre

 

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