Il Venerdì di Repubblica e il Rare Roma 2018: polemica in rosa

Dunque, ho letto l’articolo incriminato uscito sul Venerdì di Repubblica sul Rare Roma 2018, che ha scatenato l’indignazione di autrici, lettrici e blogger. Lo ammetto: volevo leggerlo perché avevo qualche pregiudizio. “Va beh, si starà esagerando, come al solito”, pensavo, memore del fatto che almeno due volte al mese un’autrice/lettrice/blogger s’incazza per qualcosa e se la prende con qualcuno. E invece ho dovuto ricredermi: la rabbia è giustificata da un articolo superficiale, spocchioso, sprezzante, sessista. Fallito anche l’intento ironico, quando il sarcasmo non lo sai usare, il risultato non può che essere disastroso: sono la prima a ridere, quando si usa in maniera intelligente l’ironia, anche per prendere in giro cose che amo. Non è questo il caso e, figuratevi, che non sono una gran lettrice di romance (anche se ne ho scritto uno perché, udite udite, raccontare l’amore è bello e mi piace!)

Chi è Paola Zanuttini e perché è controproducente insultarla

Paola Zanuttini, autrice dell’articolo, non è un Signor Nessuno. È una giornalista di Repubblica, autrice per Minimum Fax, si occupa da almeno vent’anni di cultura ed editoria. Insomma, se dobbiamo criticarla, meglio non farlo mettendo in discussione il suo curriculum. Sarebbe anche il caso di non citare, fra i capi d’accusa, una presunta vita sessuale di merda, se non altro per non ricadere negli luoghi comuni usati dalla giornalista per scrivere il suo articolo. Direi di analizzare, piuttosto, i fatti; perché anche una giornalista di lungo corso, una che i libri li conosce e conosce il mercato editoriale e che, udite udite, scopa con piacere e assiduamente, può prendere un’enorme e imbarazzante cantonata.

Che cosa è successo?

È evidente che, quando al Venerdì hanno deciso di scrivere un articolo sul RARE di Roma, le idee fossero essenzialmente due:

Il romance fa schifo, ma vende.

Dobbiamo vendere. Usiamo il romance.

L’occasione è stata il Rare, un evento di successo dedicato al romance, creato, che ha richiamato pubblico e che ha avuto risonanza sui social, grazie a un settore – quello del romance e sottogeneri – vivissimo proprio sui social network, dove autrici, lettrici e blogger hanno formato comunità floride, seguite, in cui si parla, ci si scambia pareri e, spesso, si tirano fuori lunghissimi flame (ebbene sì, ve lo dice una che coi social media ci lavora e vive: serve pure questo).

Detto ciò, è innegabile che i giornali siano aziende e le aziende necessitino di fatturare. I mezzi di comunicazione tradizionali, fra cui le riviste stampate come il Venerdì di Repubblica, non hanno ancora assorbito il contraccolpo causato dall’avanzata dei new media, sono inadeguati a raccontare la velocità con cui le cose accadono, non hanno il potere di condivisione che, invece, hanno i social. E però, in qualche modo, dovranno pur campare. Parliamo, si saranno detti in Redazione, di un argomento che va forte sui social. Buttiamoci a peso morto nel mare della cultura pop che più pop non si può, ma facciamolo mantenendo le distanze, perché il lettore-tipo del Venerdì vuole essere rassicurato: la cultura è per pochi, leggere libri è per pochi, siamo animali in via d’estinzione, i social network sono il male, e così via.

L’articolo sembra scritto proprio con queste intenzioni: un colpo al cerchio e una alla botte, insomma. Attiriamo l’attenzione con una copertina romance (all’acqua di rose, però: romanticismo sì, ma senza la “disdicevole” componente sessuale) ma parliamo male del romance, che è un genere di serie B, così le sciure e i professori di latino in pensione che leggono il Venerdì non si sentiranno oltraggiati (sì, questo è sarcasmo).

Ma andiamo all’articolo, vi sottolineo alcuni dei passaggi più odiosi:

Ingollare oltre duemila pagine di romanzi rosa in cinque giorni per prepararsi con scrupolo al Rare, il primo festival del romance sbarcato in Italia in un sabato d’estate, può alterare la percezione. Visioni, trasfigurazioni, forse allucinazioni. Così la sinuosa fila di lettrici che attendono di sciamare nello Sheraton per riverire una sessantina di scrittrici, per lo più americane, assume la forma di una processione, una di quelle processioni dell’Italia povera e contadina d’antan.

La premessa di Paola Zanuttini è prevenuta, suona come un’excusatio non petita: “Oh, mi c’hanno mandato, è lavoro, io non volevo andare, volevo restare a casa con Proust, ma sono stata costretta, ho perfino dovuto leggere quei ridicoli romanzi rosa che una volta si chiamavano Harmony, ma, figuratevi, che cosa sono oltre duemila pagine in cinque giorni, per una che, come me, conosce a memoria Tolstoj? Che impegno ci vuole per leggere oltre duemila pagine di peni e vagine che s’incontrano?”. Insomma, il vero problema è che questo articolo la fa sembrare un vecchio trombone, non una sagace opinionista.

Ora, probabilmente le duemila pagine lette da Paola Zanuttini facevano veramente schifo al cazzo, il punto è che restiamo col dubbio, perché l’autrice dell’articolo non entra nel merito, non non ci dice quali libri ha letto, manca l’oggetto dell’analisi, come manca qualunque elemento per giudicare l’evento Rare nel suo insieme. Non ci dice se l’organizzazione è stata buona o cattiva, ci parla confusamente di poverette dalla vita banale che nei libri cercano evasione, femmine in processione (non in fila) per ossequiare (non incontrare, proprio genuflettersi come invasate) altre femmine che hanno messo su carta i loro più pruriginosi sogni erotici. (Quanto è sessista tutto ciò? Soprattutto se detto da una donna?).

Notiziona a margine: nei romanzi non si cerca solo conoscenza ma anche e, soprattutto, evasione, in un romance come in un thriller, in uno storico come in un fantasy. E non c’è nulla di male, anzi. Se gli scrittori fossero più coscienti che la loro missione è principalmente “divertire” il lettore e non insegnargli a campare saremmo salvi da un bel po’ di noiosissimi  e pretenziosi romanzi.

Vi cito Primo Levi, tratto dall’Altrui Mestiere, capitolo intitolato “Perché si scrive?”:

1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno.

2) Per divertire o divertirsi. [ INCREDIBILE! ]

3) Per insegnare qualcosa a qualcuno.

4) Per migliorare il mondo.

5) Per far conoscere le proprie idee.

6) Per liberarsi di un’angoscia.

7) Per diventare famosi.

8) Per diventare ricchi.

9) Per abitudine.

Ora, di certo chi scrive/legge romance non ha come fine ultimo quello di insegnare/imparare qualcosa sulle leggi dell’universo o dare una risposta alla alla domanda fondamentale sulla vital’universo e tutto quanto. È una scelta. I libri – udite, udite – sono anche puro intrattenimento, purché ben scritti. Come chi legge thriller – si spera – non ha come scopo quello di imparare a uccidere gente e sfuggire alla giustizia, ma sempre il caro, vecchio “divertissement”.

Paola Zanuttini, però, dà per scontato e senza fornire dati precisi – grave errore per una giornalista – che il genere romance sia spazzatura, che lettrici, autrici e blogger siano delle povere ignoranti represse, il che non è molto credibile anche da un punto di vista dell’analisi giornalistica, e lo dice una che non ha letto moltissimi romance. Devo anche dire che mi sono piaciuti pochissimi romance, la maggior parte erano libri scritti male, punto. Libri brutti. Libri che non meritavano di essere definiti libri, insomma, quello che volete. Il genere non c’entra nulla, perché potrei, parimenti, citare una montagna di fantasy brutti, di thriller orribili, di narrativa contemporanea imbarazzante.

E sapete qual è un’altra cosa che non c’entra assolutamente nulla? L’estrazione sociale di chi scrive/legge/recensisce romance.

Leggiamo un altro brano:

Originaria di Las Vegas, questa robusta signora immune da ogni civetteria [ che c’entra l’aspetto fisico? Sexism Alert ] si era trasferita con il marito militare in una piccola città della Virginia: noia mortale e depressione serpeggiante l’avevano spinta a cercare consolazione nella narrativa rosa shocking. La folgorazione, invece di stecchirla [ tentativo di sarcasmo fallito ] l’ha rinvigorita e le ha fatto lasciare il noioso lavoro nel ramo assicurazioni per diventare la patronessa del secondo più importante festival del romance negli Stati Uniti e uno dei cinque maggiori nel mondo [ Ah beh, hai detto niente ].

Si parla, lo avrete capito, di Amy Jennings, l’organizzatrice del Rare. Una donna che ha avuto un’intuizione felice, si è messa al lavoro e ha creato, dal nulla, un evento di successo, lasciando il lavoro precedente, sicuro ma noioso, e dedicandosi, invece, a qualcosa che ama. In storie femminili di imprenditoria, coraggio e rivalsa come questa il Venerdì di Repubblica (e in generale la carta stampata) di solito ci sguazza fino al vomito. Il problema, in questo caso, è che la donna-imprenditrice si è impegnata in un’attività che, per la giornalista, è ridicola. Quindi non conta il successo dell’evento (“secondo più importante festival del romance negli Stati Uniti e uno dei cinque maggiori nel mondo”), conta solo che la signora non si sia dedicata a salvare vite, aiutare i poveri, scoprire nuovi pianeti, ecc. [Sexism Alert anche qui, con una bella dose di classismo ]

By the Way: è un po’ come quando si prende per il culo Chiara Ferragni perché non sa fare niente e vive di frivolezza. Signore e signori, può non piacervi (io trovo ridicoli la maggior parte dei suoi outfit, per dire), ma la scoperta è che se quella frivolezza e quel “non saper fare” l’hanno resa milionaria, c’è poco da dire: i perdenti siete voi.

Karina, una bella signora bionda, giunonica, che firma autografi col bicchiere in mano…

Qui si parla, invece, di una scrittrice. Anche lei viene descritta come una casalinga alcolizzata della provincia americana negli anni ’50. Paola Zanuttini non ci dice quasi nulla dei suoi libri, del suo modo di scrivere, dei suoi personaggi. Cosa conta? Che sia una bella signora bionda e giunonica, praticamente una nonna Papera che si è messa in testa di scrivere libri. Tzè.

Ma passiamo alla maniera in cui la giornalista affronta il tema dei blog:

Nella decadenza generale della critica letteraria hanno preso piede i blog. E, nel caso del romance, schifato dai recensori ufficiali, hanno potere di vita e di morte. […] Al Rare incontro tre blogger: Vanessa, neurologa di 47 anni, Sara, 40 anni, moglie di un rapper e Karin, 37 anni, tabaccaia.

Anche qui, sessismo e classismo come se piovesse: le tre blogger sono identificate col nome, la professione (per sottolineare che non hanno una laurea in giornalismo, una addirittura viene definita “moglie di”) e l’età (per evidenziare la disperazione di donne adulte che invece di fare altro, si dedicano ad attività risibili).

Esiste sicuramente un problema per quanto riguarda i blog (ho in programma di scrivere un post): molti sono sciatti, gestiti male, con contenuti tutti uguali, capacità di recensire e parlare di libri pari a zero, italiano discutibile e chi più ne ha più ne metta. Il problema, però, è sempre parlare fornendo dati, argomenti, analisi. Paola Zanuttini avrebbe dovuto dare il nome dei rispettivi blog, non “i titoli” delle blogger. Avrebbe potuto parlare, ad esempio, dell’ignoranza di alcuni sedicenti book blogger, che non sanno cosa sia un impianto narrativo. Inoltre, avrebbe dovuto informarsi sul fenomeno dei blog: vale esattamente lo stesso discorso fatto per le laureate in moda che criticano la Ferragni. Esistono blog di ragazzi giovani che spostano le opinioni, sono seguiti e influenzano le vendite: cosa dovrebbero fare le Case Editrici, rifiutare la loro esistenza in quanto professionisti non accertati da un titolo? Per favore.

Questa narrativa conservatrice – però democratica, non repubblicana, mi garantiscono le americane – mantiene tutti i cliché del rosa, ma scarta nel postmoderno con l’avvento del sesso esplicito e con l’aggiornamento del linguaggio: dialoghi che sembrano rubati da WhatsApp e ironica forzata, un po’ scemetta.

Anche se detto in maniera pedante, i problemi che ho riscontrato io in parecchi romance sono proprio questi: 1) narrativa essenzialmente conservatrice, 2) dialoghi che non contengono alcun filtro letterario ma sono spesso copiati pari pari dal linguaggio da chat (serie di puntini esclamativi e abbreviazioni comprese) e 3) ironia forzata, la cosa che forse detesto di più (quando i personaggi fanno battute che dovrebbero essere brillanti ma fanno ridere solo loro e l’autore del libro). Detto ciò, sono problemi, questi, che si trovano in parecchi romanzi: si tratta dei famosi “brutti libri”, un genere trasversale.

Mi sono dilungata anche troppo, voglio solo concludere sul perché penso che la verità stia nel mezzo:

Paola Zanuttini ha scritto un articolo brutto, impreciso, superficiale, rozzo, sessista e classista, usando un linguaggio da “barone” e “un’ironia forzata e scemetta”, esattamente come i romanzi che critica. Lo ha fatto, forse, di proposito, solo per scatenare il flame? Ci è riuscita. Ha portato a casa condivisioni e citazioni, anche se non ha fatto il suo dovere di giornalista.

Dal canto loro, gli autori romance, i lettori, perfino i blogger hanno la responsabilità di migliorare il settore di cui fanno parte. Alcune delle critiche fatte costantemente al romance (ma qualche tempo fa, il “capro espiatorio” letterario era il fantasy, il mio genere, quindi posso capire!) non sono campate in aria. In giro ci sono un sacco di sedicenti autori, un sacco di libri brutti, un sacco di blog sciatti: tutto questo non fa altro che screditare un settore (ad es. il self publoshing) e un genere, in questo caso il romance, che dovrebbe essere considerato al pari degli altri. Dunque, è giusto arrabbiarsi per un articolo così stupido, ma è anche necessario rimboccarsi le maniche e provare a distinguere, nel marasma di roba chiamata “romance”, ciò che ha dignità di libro e ciò che non la ha. Forse, col tempo, si riusciranno a sconfiggere anche i pregiudizi.

Volete sapere quali romance ho letto e ho apprezzato e quali invece ho proprio detestato? Fatemelo sapere nei commenti, potrebbe diventare l’argomento del mio prossimo post!

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Recensione di Quattro madri di Shifra Horn (Fazi)

La storia inizia con la nascita di un bambino, un bambino sano, la cui madre si chiama Amal ed è israeliana. Questo gioioso evento, secondo la madre, la nonna e la bisnonna di Amal, spezza l’antica maledizione che ha colpito le donne della sua famiglia. Di quale maledizione si tratta? Con un linguaggio poetico e immediato, perfino crudo, Shifra Horn in Quattro madri, edito Fazi, racconta una storia tutta al femminile, intrisa di realismo magico, ma anche di psicologia, che è un modo meraviglioso per viaggiare nelle profondità dell’animo femminile, in una società fortemente maschilista ma che non può impedire la nascita di donne meravigliosamente forti e, forse proprio per questo, sole. Ecco la mia recensione!

Titolo: Quattro madri
Autore: Shifra Horn
Editore: Fazi
Serie: Autoconclusivo
Genere: narrativa contemporanea
Data di pubblicazione: 21 giugno 2018
Pagine: 369
Prezzo: 14,87 € | 9,99 €
Link d’acquisto: cartaceo | ebook

La storia di quattro generazioni di donne, a Gerusalemme, raccontata dal punto di vista dell’ultima donna ad aver partorito un figlio, in famiglia: Amal, che ha appena ricevuto in eredità dalla sua bisnonna una serie di foto scattate da un certo Edward, il suo grande amore. Le foto sono una traccia, per Amal, che la guida in un viaggio di scoperta alla ricerca di suo padre, delle radici della sua famiglia, attraverso la vita, i dolori, le perdite e la storia delle sue donne. Shifra Horn ci porta in un mondo fatto di simboli antichi, sangue e carne, un mondo estremamente tangibile, che profuma di spezie ma anche di sudore, illuminato dal sole cocente e spazzato da venti impietosi. Il mondo di quattro donne, le loro radici, gli affetti, le sconfitte, la forza, le lacrime.

E chi sono queste donne?

Mazal l’orfana, il cui matrimonio colpito dal destino dà inizio alla maledizione che vede ogni donna della famiglia partorire una femmina dovendola poi crescere da sola in seguito all’abbandono da parte del padre; sua figlia Sarah, i cui splendidi capelli biondi sono assieme segno di potere e solitudine; la figlia di Sarah, Pnina-Mazal, la cui straordinaria capacità di percepire i pensieri altrui le porterà gioie e dolori; e, infine, la figlia di Pnina-Mazal, Gheula, madre di Amal, la cui intelligenza è assieme un dono e una maledizione.

La storia di Mazal è solo un’introduzione per condurre il lettore nel cuore di questa famiglia di donne destinate a restare sole: la maggior parte del romanzo, infatti, è dedicato a Sarah dai lunghi capelli color oro, la donna più bella di Gerusalemme, desiderata da tutti e anche per questo sfruttata e spesso torturata dalla gente. Sara, dopo aver sposato Avraham (Abramo) e aver partorito Yitzhak (Isacco), bambino affetto da un grave ritardo mentale, accetta di seguire il marito all’estero, dove questi dovrà prendersi cura del padre malato. In America, lontana dai suoi affetti e preda di una suocera cattiva e invadente, che riesce a separare marito e moglie, Sarah è infelice. Così, dopo aver partorito una bambina che chiama Pnina (come la suocera) ma segretamente Mazal (come sua madre), Sarah prende i suoi figli e fa ritorno a Gerusalemme, senza suo marito. Ed è a questo punto che la storia inizia davvero. Sulla nave che la riporta a casa, Sara incontra il fotografo americano Edward: nasce un amore che li accompagnerà per tutta la vita, tra alterne vicende, e che documenterà tutte le fasi della storia di questa famiglia.

Gli uomini sono quasi del tutto assenti dalla storia, la scelta di Shifra Horn è voluta: le conseguenze delle loro azioni e il riflesso della loro presenza si sente, forte e chiaro, ma l’autrice sceglie di farli svanire dalla scena, esattamente come questi uomini hanno fatto con le loro donne.

Gerusalemme, coi suoi profumi, le voci nelle strade, la polvere e le tradizioni, è uno sfondo affascinante e ricco di luci e ombre, perfetto per raccontare una storia di un crudo pragmatismo e seducente realismo magico alla Garcia Marquez, in cui l’amore, ma soprattutto l’eros, è il vero motore. L’autrice dà moltissima importanza al corpo delle donne, all’erotismo, al fuoco della passione. Le donne sono, sembra dire Shifra Horn, condannate a provare di più degli uomini, sono soggiogate da leggi che impediscono loro di soddisfare desideri naturali, sono prigioniere di routine maschiliste, ma quando si liberano, quando si concedono di sentire liberamente, le catene si spezzano, i muri crollano. Le donne di questa storia amano, piangono, vivono per i loro figli e per gli spazi vuoti lasciati dai loro uomini, ma sanno trovare in quei vuoti il posto che spetta loro e, quando finalmente lo occupano, diventano invincibili e fanno paura.

Lo stile è scorrevole, immediato, fa uso di periodi lunghi, ricchi di metafore, simbolici, pieni di riferimenti alla tradizione, ma mai oscuri: Shifra Horn descrive sentimenti umani, reali e lo fa senza mezze misure, usando parole dirette. Anche l’erotismo è immediato, naturale, primordiale, direi: l’autrice non si concede inutili parafrasi, va dritta al dunque e riesce a essere poetica e allo stesso tempo spietata. La maggior parte della storia è raccontata, quindi i dialoghi sono davvero pochi, ma non è appesantita da un linguaggio tronfio e autoreferenziale, anzi.

Della storia mi è piaciuta la struttura, adoro le saghe familiari e l’idea di questo viaggio “fotografico” in quattro generazioni di donne l’ho trovata perfetta, molto bello anche lo stile. Ho adorato la storia di Mazal, Pnina-Mazal e di Gheula, i personaggi che mi hanno interessato meno sono, paradossalmente, quelli principali: Amal, che racconta la storia, e Sarah, a cui è dedicata la maggior parte del libro. Di Amal sono riuscita a percepire davvero poco, mentre su Sarah mi sarei soffermata molto meno.

Il libro è consigliato a chi ama le storie di donne forte e consapevoli, a chi adora i libri di Garcia Marquez, perché vi troverà echi e omaggi, a chi vuole respirare un’atmosfera esotica, calda, polverosa, speziata, venata d’erotismo e passione ancestrale.

È nata nel 1951 a Tel Aviv e vive a Gerusalemme. Dopo aver concluso la Hebrew University laureandosi in studi biblici e archeologia, ha proseguito la formazione approfondendo anche l’ambito della comunicazione di massa e ottenendo un diploma per l’insegnamento. Negli anni universitari è stata funzionario didattico per l’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei, coordinando la campagna per salvare gli ebrei etiopi e farli tornare in Israele. Ha trascorso cinque anni in Giappone come corrispondente dall’Estremo Oriente per il quotidiano «Maariv». Autrice pluripremiata di fama internazionale, con Fazi Editore ha pubblicato Quattro madri (2000), La più bella tra le donne (2001), Tamara cammina sull’acqua (2004), Inno alla gioia (2005), Gatti (2007) e Scorpion dance (2016).


 


			
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Review party: Il marciume, Siri Pettersen – Raven Rings 2

L’anno scorso, mentre leggevo La figlia di Odino era agosto e mi trovavo immersa nella fredda estate inglese, un clima perfetto per una lettura di questo tipo. Oggi, invece, con più di trenta gradi, mi trovo immersa in un bagno di sudore, davanti al mio caro Mac per scrivere la recensione del secondo libro della serie Raven Rings di Siri Pettersen, edita Multiplayer Edizioni: Il Marciume e, capitemi, è tutta un’altra cosa. Ma non lamentiamoci: se già state soffocando per il caldo, diversi brividi può darveli la lettura che vi propongo oggi!

Titolo: Il Marciume
Autore: Siri Pettersen
Serie: Raven Rings #2
Preceduto da: La figlia di Odino (recensione)
Editore: Multiplayer Edizioni
Genere: Fantasy
Data di pubblicazione: 17/05/2018
Pagine: 492
Prezzo: 21.00 €
Link acquisto: Cartaceo

Trama: Hirka è prigioniera di un mondo morente, divisa tra cacciatori di teste, nati dalle carogne e la nostalgia di Rime: per rivederlo sacrificherebbe ogni cosa. Nel nostro mondo a lei sconosciuto, è un bersaglio facile e la lotta per la sopravvivenza non è nulla rispetto a ciò che accadrà quando prenderà coscienza della propria identità. La fonte del marciume ha bramato la libertà per mille anni. Una libertà che soltanto Hirka può dare.

Siri Pettersen conferma il suo talento di storyteller, intessendo una storia che mescola fantasy e realtà, tradizione e modernità, passato e presente: popolano le pagine di questo secondo volume inquietanti leggende, folklore, amore, passione, sensualità, ghiaccio, pioggia, solitudine, sangue. Il sangue, poi, scorre letteralmente a fiumi: tanti i debiti da pagare e le vendette da realizzare. L’arrivo di due nuovi, maestosi, personaggi e l’ambientazione leggermente diversa regala a questo secondo volume un sapore nuovo e avvincente.

I punti di vista: Hirka e Rime, divisi

Purtroppo sì, alla fine del primo volume Hirka, sacrificandosi per il bene di tutti, ha dovuto dire addio al suo bellissimo e coraggiosissimo Rime, col quale c’era appena stato un passionale bacio. I due ragazzi accettano il destino: Hirka, attraversando i cerchi dei corvi, svanisce, lasciando il nostro bel guerriero tutto solo. Ripartiamo proprio da questa separazione, perché se nel primo volume i POV erano tre (Hirka, Rime e Urd che ci ha lasciato proprio alla fine del libro), in questo secondo volume i due punti di vista principali, Hirka e Rime, fanno parte di due ambientazioni diverse: Hirka, infatti, attraversando i cerchi dei corvi si è ritrovata in un mondo popolato da figli di Odino come lei (cioè senza coda… cioè… NOI!), più precisamente Hirka si trova in Europa, vive in una chiesa. Rime, invece, è ancora a Ymslanda, è il più giovane portatore del corvo che il Consiglio abbia mai avuto, ma proprio per la sua natura ribelle e rivoluzionaria non è ben visto dalla maggior parte dei membri – conservatori – del Consiglio. Inoltre, la morte di Urd ha lasciato ombre inquietanti.

Tutto il romanzo è narrato con un alternarsi di capitoli in cui il pov è ora di Hirka e ora di Rime, questo ci permette di passare dal nostro mondo a quello di Rime continuamente e di allargare moltissimo i confini della storia. Hirka si trova bloccata nel nostro mondo che, però, non è esattamente come lo conosciamo noi: antiche leggende, inquietanti creature e millenarie maledizioni tengono uniti figli di Odino, nati dalle carogne e Ymslandesi e Hirka si ritroverà al centro di tutto questo, scoprirà qualcosa in più delle sue origini, farà la conoscenza di alcuni personaggi memorabili: Stefan, cacciatore di reietti, Allegra, una donna infelice e sola e poi Naiell e Graal, di cui non posso dirvi di più, ma sappiate che entrambi cattureranno tutta la vostra attenzione.

So che la domanda di tutti quanti i fan della ship Hirka/Rime si fanno è: “riusciranno i nostri eroi a coronare il loro sogno d’amore in questo volume?”, per conoscere la risposta dovrete leggere Il marciume, tenendo conto, comunque, che Siri Pettersen ama i twist plot e la suspense!

Il marciume, la superstizione, il nostro pianeta

Cos’è il marciume? La parola non lascia adito a fraintendimenti: il marciume è putrefazione, puzza di morte, decomposizione. É così che Hirka vede il nostro mondo, spostandosi di città in città: cumuli di immondizia, degrado, la vita frenetica di enormi agglomerati urbani, dove più persone ci sono, meno rapporti umani esistono. A Hirka il nostro mondo appare morente, ferito: e sembra così anche a noi, quando guardiamo con gli occhi di una ragazzina sedicenne che viene da un mondo dove conta ancora il sorgere e il calare del sole, il volo degli uccelli, l’accendersi delle stelle di notte. Il nostro caotico mondo è pericoloso, pieno di insidie ma anche di enormi possibilità, come Hirka scoprirà strada facendo.

L’evoluzione di Hirka, anche in questo volume, è straordinaria: ormai siamo di fronte a una donna, quasi, che sa esattamente cosa vuole e come fare per ottenerlo. Dimenticate, allora, la fragile ragazzina arrabbiata del primo volume: alla fine de La figlia di Odino, Hirka appariva già cambiata, era riuscita ad ammettere, soprattutto con se stessa, di essere innamorata di Rime, si era sacrificata per un bene superiore. In questo secondo volume la posta in gioco sale ulteriormente e le scelte di Hirka saranno ancora più difficili.

Ancora una volta una trama fatta di astuzie e coraggio, oltre che di una sottile, quasi impalpabile, eppure sostanziale, passione: passione intesa come sensualità pura, come amore, come attaccamento alla vita. É una storia di grandi e potenti sentimenti, mette al centro, ancora una volta, il desiderio di potere, di vita eterna e poi la vendetta, il rimorso, i rimpianti. Tutti i sentimenti che hanno reso l’Umanità quella che è ora, tutto ciò che bisogna trovare in una storia epica.

Un mondo stratificato descritto con potenza

Lo stile è sempre quello che abbiamo imparato ad amare: frasi brevi, concise, ma potenti, metafore sempre calzanti, mai abusate, che riescono a descrivere, visivamente, persone, cose, azioni, sentimenti. Anche in questo caso, l’influenza delle leggende nordiche con tutto il loro incredibile simbolismo, così profondo, crudele, diretto, si fa sentire: ed ecco allora che la storia si popola di carcasse di corvi, ballerine nude dal corpo dipinto, sanguinolente stregonerie, mescolate con leggende europee d’origine cristiana e vampiri. Il potere di questa storia è esattamente questo: Siri Pettersen è riuscita a collegare elementi lontanissimi tra loro, dando vita a un universo coerente, cangiante, la cui prospettiva cambia in continuazione e le cui regole iniziano, finalmente, a svelarsi.

Il finale lascia il lettore sul più bello, e va bene così: io non posso che sperare che il terzo e conclusivo volume, arrivi prestissimo!

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Tappa VIII – Blog Tour Il Marciume (Raven Rings #2): ambientazione e leggende

Benvenuti all’ottava tappa del Blog Tour dedicato all’uscita del secondo e attesissimo volume della serie Raven Rings di Siri Pettersen che Multiplayer Edizioni ha avuto il merito di portare qui in Italia: il nostro paese ha accolto calorosamente l’autrice e i suoi personaggi, che si sono guadagnati subito un fandom accanito e affezionato.

Per quanto mi riguarda, uno dei maggiori pregi della serie è la maniera con cui l’autrice è riuscita a usare e reinterpretare le tradizioni e le leggende nordiche, dando loro nuova linfa vitale e nuovi significati. Ecco perché ho deciso, in questa tappa, di parlarvi del fantastico simbolismo, legato ad ambientazioni e personaggi, che Siri Pettersen sviluppa nella sua opera. Andiamo subito alla scoperta delle leggende nascoste in questa storia stupenda, ma prima ecco le info tecniche sul libro!

Titolo: Il Marciume
Autore: Siri Pettersen
Serie: Raven Rings #2
Preceduto da: La figlia di Odino (recensione)
Editore: Multiplayer Edizioni
Genere: Fantasy
Data di pubblicazione: 17/05/2018
Pagine: 492
Prezzo: 21.00 €
Link acquisto: Cartaceo

Trama: Hirka è prigioniera di un mondo morente, divisa tra cacciatori di teste, nati dalle carogne e la nostalgia di Rime: per rivederlo sacrificherebbe ogni cosa. Nel nostro mondo a lei sconosciuto, è un bersaglio facile e la lotta per la sopravvivenza non è nulla rispetto a ciò che accadrà quando prenderà coscienza della propria identità. La fonte del marciume ha bramato la libertà per mille anni. Una libertà che soltanto Hirka può dare.

Ambientazione

L’autrice ha ambientato la sua storia in una gelida terra del nord dal nome mitico (Ymslanda), nella quale, ci tiene a specificare, non troverete draghi, spade magiche o altro. Una sorta di magia c’è, ma è una magia misteriosa, legata alla natura, alle leggende, alla superstizione. In questo secondo volume, inoltre, Siri Pettersen ambienta una parte della storia nel nostro mondo, nella nostra Europa, terra moderna ma ricca di antiche leggende.

Ymslanda è un mondo organizzato come nelle antiche terre vichinghe, disseminato di villaggi e agglomerati cittadini più grandi, in cui religione e politica spesso coincidono: il potere è concentrato nelle mani di un Consiglio ristretto che utilizza le leggende e la paura del diverso e dell’ignoto per governare e mantenere l’egemonia. Sangue, sacrifici, rituali sono la base di questo potere.

L’Europa, invece, è quella che conosciamo ma… con qualche segreto e leggenda in più! La bellissima mappa all’inizio del secondo volume ce la mostra per la terra dove sono nati miti e leggende.

Il collegamento tra i due mondi, Ymslanda ed Europa, avviene tramite dei portali, i Raven Rings che danno il titolo alla serie e richiamano una delle creature più significative della mitologia norrena: il corvo.

Le leggende

Dalle fonti, sappiamo che i Vichinghi tenevano in gran conto il coraggio, dunque l’arte della battaglia, che garantiva ai migliori guerrieri l’accesso al Valhalla, dove avrebbero banchettato al cospetto di Odino stesso, l’astuzia (una delle divinità più importanti del pantheon norreno è Loki, dio dell’astuzia) e il Fato, che governa tutte le azioni umane. Su questi tre elementi si fonda questa bellissima saga: coraggio, astuzia, fato.

Ma da quali leggende si è lasciata ispirare Siri Pettersen?

Il corvo

Nella mitologia norrena il corvo è il simbolo di Odino: il padre degli dei, infatti, viene raffigurato in compagnia di due corvi che rappresentano il Pensiero e la Memoria, due qualità fondamentali in una cultura, come quella vichinga, che non conosceva ancora la parola scritta. Tutto doveva essere pensato e ricordato, ecco perché i riti erano così importanti: conservavano la cultura intera di un popolo. Ed ecco perché il Rito cui è sottoposta Hirka nel primo volume (un rito di passaggio in cui deve dimostrare di possedere il Dono, una sorta di potere che la unisce alla Natura) svolge un ruolo così essenziale. Secondo la leggenda, i corvi di Odino ogni sera tornavano dal loro padrone, si appollaiavano sulla sua spalla per raccontargli tutto ciò che avevano visto: la loro figura, infatti, è collegata anche alla saggezza e alla conoscenza. Inoltre il corvo, nella mitologia norrena, è associato a saggezza, preveggenza e lungimiranza ed è simbolo di morte e distruzione, visto si nutre anche di cadaveri di animali e di uomini. Ora guarderete ai corvi che popolano le pagine di questa saga con un rispetto ancora maggiore, vero?

Odino

Hirka viene definita “figlia di Odino” perché non ha la coda, è diversa dal resto degli abitanti di Ymsland (praticamente è umana!) e viene accusata di aver lasciato passare gli Orbi a Ymslanda, attraverso i Cerchi di Pietre detti Raven Rings. Perché, dunque, “figlia di Odino”? Odino, il padre degli dei, è il dio più antico del pantheon norreno. Una delle sue caratteristiche è il perenne viaggiare alla ricerca della conoscenza: vi ricorda qualcuno? A me Hirka e il viaggio che deve intraprendere per scoprire la verità su se stessa e sul suo mondo. Odino, infatti, era rappresentato anche con le sembianze di un ramingo, l’unico a conoscere il segreto dei Nove Mondi in cui la mitologia norrena divide il mondo conosciuto. E anche Hirka, come Odino, è destinata a muoversi tra mondi diversi. Addirittura, anche prima che la sua avventura ufficialmente abbia inizio, Hirka vive viaggiando per tutta Ymslanda assieme al suo padre adottivo, un guaritore. Il viaggio, insomma, è nel suo sangue!

I capelli rossi

Hirka ha capelli rosso fuoco, una caratteristica che ha sempre richiamato un carattere fiero e sprezzante delle regole, come in effetti è anche la nostra eroina. In passato le persone dai capelli rossi venivano anche guardate con sospetto e, a volte, con paura, proprio per la loro diversità.

Raven Rings

I famosi Raven Rings della serie non sono altro che cerchi megalitici, cioè cerchi di pietre gigantesche che, personalmente, mi hanno ricordato molto Stonehenge. Costruzioni di questo tipo erano tipiche dell’area nordica (ma non solo, se ne trovano anche in Sardegna) di epoca neolitica. Alcuni pensano che Stonehenge rappresenti una sorta di “osservatorio astronomico”, anche se le leggende parlano di antichi portali per altri mondi e oscuri sacrifici (ops!). I Raven Rings di Siri Pettersen hanno sicuramente una funzione magica e misteriosa, come scoprirete leggendo.

Il marciume

Il marciume che dà il titolo al secondo volume è la più grande paura di Hirka e degli abitanti di Ymslanda: nella mitologia nordica, allo stesso modo, coloro che morivano per malattia (quindi non combattendo) o che in vita si erano comportati da codardi o male erano condannati alla Terra delle Nebbie, l’ultimo dei Nove Mondi, dove subivano punizioni feroci e dove i corpi erano sottoposti a una continua ed eterna putrefazione: che Siri Pettersen si sia ispirata a questa leggenda per definire il suo “marciume”? In effetti una delle grandi paure dei popoli antichi era proprio l’estrema volatilità della natura umana: ecco perché spesso i morti venivano bruciati, proprio per evitare l’orribile putrefazione della morte.

E con questo credo di aver approfondito alcuni degli aspetti più interessanti della serie, spero anche di avervi incuriosito e spinto a leggere questa serie! Non perdete le altre bellissime tappe!

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Ribelle, Cristina Zavettieri: amore, passione, avventura nella Napoli del 1795

Ribelle di Cristina Zavettieri è finalmente tornato disponibile su Amazon in versione digitale: per festeggiare il ritorno dei nostri amati Bianca e Federico, vi ripropongo la mia recensione e tutte le informazioni sul romanzo! 

Titolo: Ribelle
Autore: Cristina Zavettieri
Genere: rosa/storico/erotico
Prezzo: 2.99 €
Formato: ebook (solo su Amazon)
Link di acquisto: ebook

Trama:

Napoli, 1795. Un ribelle e un’anticonformista. Federico Dalla Croce è un uomo dal carattere impossibile e dalla sensuale bellezza. Figlio illegittimo del re di Napoli, non crede ai suoi occhi quando Bianca di Albano lo infilza con una freccia per rimetterlo al proprio posto. Come osa sfidarlo? Dal canto suo, Bianca non ha mai conosciuto un nobiluomo tanto arrogante, capace con un solo sguardo di irritarla. Attraente, ma privo di ogni morale. Lei sa che non potrà mai appartenergli. Tuttavia la passione esplode e i due si ritroveranno ad affrontare un matrimonio di convenienza. La lotta ha inizio: la tentazione di cedere è forte, ma l’orgoglio di più. Sembra quasi che l’amore non sia sufficiente ad appianare le divergenze delle anime ribelli. Un romanzo dove la tensione erotica riesce a trasportare il lettore nella storia per fargli vivere il fuoco di un’emozione totalizzante, che lo lascerà senza fiato.

Estratto:

Non si aspettava quel bacio, ma arrivò… morbido e delicato, bruciante come una febbre invernale sotto la neve di dicembre. Con le mani, dure ma gentili, prese a sbottonarle il corpetto dietro la schiena. Bianca avvertiva i polpastrelli di Federico solleticarle la pelle e si maledisse per la sua debolezza. No, non doveva cedere… ma il suo bacio era così invitante, così pressante sulle sue labbra. Lottarono a lungo, fra i sospiri e frasi sconnesse, brividi caldi e imprecazioni. Le leccò le labbra e riuscì a sconfiggere le sue difese. Quando si avvide di avere libero accesso alla bocca, famelico, la esplorò, lasciandole sulle labbra il gusto amarognolo del vino. Il profumo naturale della sua pelle le inondò le narici: si sentiva ubriaca di lui. «Lasciatemi!» implorò lei debolmente, sentendosi in svantaggio. Uno strano languore si faceva strada dentro di lei, infiammandola. Federico ignorò le sue proteste e scese a baciarle la guancia, il collo, risalendo con la lingua e lasciando una scia rovente al suo passaggio. Bianca avvampava a ogni tocco e il vestito alla fine cadde a terra, inondando il pavimento in un insieme di gonne ondeggianti. Solo la leggera veste di seta la proteggeva dalle mani di Federico. Le dita sfiorarono la nuca, liberandole i capelli dalla semplice acconciatura, poi Federico si allontanò, tenendole ben fermi i polsi fra le sue mani per non lasciarla scappare via. Sgranò gli occhi stupefatto alla tenue luce delle candele e lei capì di non essersi mai sentita così donna come in quel momento.

La storia è ambientata a Napoli nel 1795, qualche anno prima dell’unità d’Italia: un periodo burrascoso e complesso della nostra storia, nel quale emerge la figura di Ferdinando di Borbone, re di Napoli, detto “Il re Nasone”, uomo pratico e amante della bella vita e delle donne. É con lui, che inizia questa storia: il re è stato, come suo costume, con donna e ne ha avuto un figlio, il nostro Federico, che crescerà nel lusso, adottato da un buon amico di suo padre il re.

Federico viene cresciuto nell’affetto e nella comprensione, ma il suo carattere ribelle lo porta spesso e volentieri a contrapporsi alle regole della buona società: come il suo padre naturale, ama le donne, adora le relazioni basate sul sesso e rifugge i legami più profondi. Bellissimo e fiero, le donne s’innamorano di lui a prima vista, perciò che grande smacco e che terribile sorpresa scoprire che la bellissima Bianca di Albano, nobildonna napoletana tanto sensuale quanto orgogliosa, in lui non vede che uno zoticone insopportabile che corre dietro a ogni sottana.

Per chiarire i suoi sentimenti verso il ragazzo, Bianca non esiterà a scagliargli contro una freccia, per difendersi dalle avance di Federico: è una dichiarazione di guerra. A ogni rifiuto di Bianca, Federico risponde con una provocazione, in una battaglia senza esclusione di colpi, che li porterà a stringere sempre più i loro rapporti finché saranno entrambi costretti a un matrimonio riparatore. E a quel punto che inizia il bello: i due, stremati dalla lotta, sono attratti l’uno dall’altra e allo stesso tempo provano a prendere le distanze. Per Federico, Bianca è solo un’altra conquista, la più bella e la più fiera, per la sua collezione. Per Bianca, Federico è l’ennesimo, sgradevole corteggiatore insistente e presuntuoso, che crede di poter governare il suo destino in quanto maschio.
Nessuno dei due vuole ammettere che l’attrazione che provano si sta trasformando in un sentimento violento e profondo.

La storia è bella lunga, quindi mettetevi comodi e godetevi ogni schermaglia, ogni scambio di desiderio mascherato da insulti, dei due protagonisti: dal 1795 arriveremo all’Unità d’Italia, percorrendo in questo lungo tratto di tempo la trasformazione del rapporto fra Bianca e Federico, l’amore, la crescita dei due personaggi. Gli avvenimenti storici sono solo accennati, diventano protagonisti solo alla fine: tutta l’attenzione dell’autrice è concentrata sulle figure di Bianca e Federico, tratteggiate abilmente in tutti i loro risvolti.

Lo svolgimento dell’azione è lineare: un uomo e una donna si odiano, avranno a che fare con le loro nature diverse e il fastidio che provano l’uno per i difetti dell’altra, costretti in un matrimonio combinato e quindi a condividere il tetto sulla testa e soprattutto la camera da letto, entreranno in contatto con altre persone, alcune buone, altre intenzionate a separarli, conosceranno la gelosia, il piacere sessuale e, forse, scopriranno l’amore.

Se la prima parte del romanzo risulta più statica, dedicata quasi esclusivamente all’evolversi del rapporto amoroso fra i due, la seconda parte è quella più movimentata in cui la scena politica e storica del tempo entra con prepotenza nella storia.

La messa a punto dell’identikit psicologico di ciascun personaggio è approfondita, soprattutto per quanto riguarda i due protagonisti: dopo averli visti agire per un po’, si possono indovinare le loro reazioni, sempre coerenti con la struttura pensata dall’autrice, nonostante i cambiamenti e la crescita cui vanno incontro. Riusciamo a vederli, anche grazie alla sapienza con cui Cristina riesce ad approfondire le loro peculiarità fisica e al modo in cui è chiarito dall’autrice il tracciato delle relazioni fra i vari personaggi, non solo quelle fra Federico e Bianca, ma le parentele, i rapporti sociali e le dinamiche che intercorrono fra tutti quelli che compaiono sulla scena.

Molto bello, in questo senso, il rapporto di Federico con la donna che l’ha cresciuto, l’unica che riesce a vederlo per ciò che è davvero, al di là dell’aspetto minaccioso ed egoista. Anche i rapporti più conflittuali (quelli di Federico con una donna con la quale ha avuto una relazione, pazza di gelosia e quelli di Bianca con un ex spasimante) sono ben caratterizzati, tanto che ho avuto l’impressione, leggendo, di trovarmi davanti al palcoscenico di un teatro, con i due protagonisti al centro, inquadrati dalla luce e tutta una serie di comprimari nell’ombra che, al momento opportuno, mostrano il loro volto e il ruolo che hanno nella storia.

La cosa che più mi ha colpito di questo romanzo è l’espressività del linguaggio di Cristina Zavettieri: una voce narrante coerente, fluida, che è riuscita a mescolare la lingua della narrazione a quella dei personaggi (in qualche caso, il napoletano) e a passare da un POV all’altro mantenendo l’identità e la caratterizzazione dei personaggi, recitando di volta in volta il ruolo di Federico, di Bianca e di tutti gli altri, senza eccedere, conservando sempre il tono giusto per ognuno.

Dicevo che l’ambientazione resta solo sullo sfondo, il periodo storico, con le sue complessità, non entra in contatto più di tanto con la storia fra i due, se non alla fine: ogni interesse è rivolto alla storia fra i due, da lettrice avrei voluto saperne di più, mi sarebbe piaciuto vedere la coppia ribelle gettata nella mischia della storia che portò all’Unità d’Italia o avrei voluto che l’autrice aggiungesse una sottotrama, intrighi, misteri (come accade nei romanzi di Angelica, per esempio), perché credo che lo stile in cui Cristina racconta sia splendido e si presti anche a trame più complesse. In ogni caso, si vede che in questo caso l’autrice vuole concentrarsi sull’amore tra i due, senza farsi distrarre da altre questioni: il ritmo della narrazione risulta scorrevole, fluido, accattivante e l’evoluzione della storia ci conduce ben presto verso il climax finale, in cui tutti i nodi verranno al pettine.

Ribelle è un romanzo pieno di eros, è palpabile nelle scene di sesso descritte dall’autrice, eppure sempre bilanciato, mai ridicolo. L’autrice sa farci vedere il desiderio e sa descriverlo con le parole giuste per rendere tutto credibile, reale, appassionante. Ho trovato in questo romanzo alcune delle migliori scene d’amore di sempre, per stile e per ritmo: ce ne sono molte, tutte diverse, tutte della giusta durata e intensità. Mi sento di consigliare questo libro a chi ama gli storici in cui amore ed eros si mescolano in parti uguali: è un romanzo che si legge d’un fiato, nonostante la mole, merito di un’autrice dallo stile fresco che ha saputo mettere sulla scena personaggi accattivanti ai quali, alla fine, non ci si può che affezionare.

Cristina Zavettieri è autrice di romanzi d’amore storici e contemporanei dalle tematiche controverse e ricchi di colpi di scena.

 

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