Contro la gerarchia e il dominio (Meltemi)

Contro la gerarchia e il dominioCosa vuol dire essere contro la gerarchia e il dominio?

Si parla spesso, soprattutto di questi tempi, di Potere: i conflitti nel mondo aumentano e non riguardano solo la  vecchia contrapposizione fra Occidente e Oriente, Nord e Sud. I conflitti caratterizzano anche la nostra società, nelle sue componenti basilari.

Questo breve ma incisivo saggio, Contro la gerarchia e il dominio di Andrea Staid, edito Meltemi, è una riflessione illuminante sul potere, l’economia e il debito nelle “società senza stato” (le cosiddette società primitive) e anche nella nostra società.

Andrea Staid è docente di Antropologia culturale e visuale presso la Naba e dirige la collana Biblioteca Antropologica” per Meltemi, una casa editrice che si occupa da anni di temi sociali, antropologici, storici.

Il potere nelle società primitive

Il potere politico è universale […] e si realizza in due modi: potere coercitivo e potere non coercitivo. | Contro la gerarchia e il dominio

La nostra società è caratterizzata dal potere coercitivo, che crea contrapposizioni tra detentori del potere e assoggettati a questo potere e dunque conflitti fra dominati e dominanti.

La realtà, invece, delle “società senza stato” è ben diversa: il potere esiste anche lì, ma dipende dal consenso del gruppo, ogni capo è interessato a farsi benvolere.

Questo è un tipo di potere non coercitivo, privo del concetto di superiorità/inferiorità, quindi di quella gerarchia rigida che caratterizza il nostro corpo sociale.

Economia nelle società primitive. Le società contro il lavoro

Nella società occidentale […] uno dei campi dove si manifesta  in modo chiaro il potere coercitivo (comando-obbedienza) è proprio il campo del lavoro salariato. | Contro la gerarchia e il dominio

L’idea di accumulare un surplus, di avere più degli altri, di monetizzare, arricchirsi è tutta occidentale: nelle società primitive si produce ciò di cui si ha bisogno, il surplus non viene neanche considerato. In queste società non si vive per produrre, ma si produce per vivere.

La mutazione del debito

Il debito nelle società senza Stato è un contratto tra il capo e la sua tribù. | Contro la gerarchia e il dominio

Il che vuol dire che il capo, gratificato dal comando concessogli dalla sua tribù, ha verso la sua gente “un debito”, ragion per cui dovrà sempre “donare” alla società. Ha, infatti, un obbligo di generosità verso di essa.

Quando i capi sono in debito con la società, questa resta indivisa, quando la società s’indebita coi capi si produce la scissione in dominati e dominanti. | Contro la gerarchia e il dominio

Contro la gerarchia e il dominio

Questo è solo un breve assaggio dei concetti espressi in Contro la gerarchia e il dominio, ma già da questi pochi cenni si possono ricavare diversi spunti di riflessione.

1. cosa accadrebbe alla nostra società se cominciassimo a “ripensarla” guardando a queste realtà più piccole, più semplici, ma probabilmente meglio funzionanti della nostra?

2. È possibile rivedere i concetti di potere, lavoro, debito nella nostra società capitalistica?

Andrea Staid non dà risposte certe, ovviamente, neanche la più esatta delle scienze ne ha, ma fornisce interessanti domande e altrettante risposte, e lo fa utilizzando un linguaggio chiaro, accessibile a tutti, anche ai non addetti ai lavori.

Se cercate un modo per capire meglio la nostra società, il futuro verso cui corriamo e i modi per evitare il disastro, questo è il libro per voi.

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I bookstagram italiani da seguire e a cui ispirarsi

Bookstagram italiani

Dopo avervi mostrato i miei bookstgram preferiti internazionali, dopo avervi parlato dei miei travel instagrammers del cuore, dopo avervi suggerito chi seguire e perché su Instagram,  ecco che tocca a un post che avevo annunciato tempo fa: i bookstagram italiani da seguire, amare, ai quali ispirarsi se volete un feed creativo e seguitissimo!

Bookstagram: “A kick-ass social platform for professional booknerds”

Glinda Izabel

Il feed di Fabiola è artistico, creativo e comunica tutto il suo amore per i libri, i viaggi e la cucina. Le sue foto trasmettono un senso di pace e fanno venir voglia di leggere, cucinare e andare a zonzo per il mondo!

Seguitela anche sul suo blog (Atelier dei libri) e sulla pagina Facebook (Glinda Izabel), fra i bookstagram italiani, Glinda spicca per la professionalità con cui si occupa di letteratura (soprattutto young adult!)

bookstagram italiani

Gatsby Books

Uno dei miei preferiti in assoluto: seguo Gatsby Books da moltissimo tempo, ma le sue foto geniali riescono sempre a sorprendermi. Non ha bisogno di tante parole per descrivere un libro: foto-manipolazione e una delicatezza infinita nel comprenderne i tratti più importanti fanno di questo uno dei bookstagram italiani più geniali di sempre!

Internostorie

Cosa amo di questo feed? L’atmosfera “cosy” e la luce che emana ogni immagine: sembra sempre di essere in vacanza, in qualche luminoso isolotto sperduto nell’Oceano. Se cercate bookstagram italiani di cui innamorarvi, Internostorie è il profilo giusto!

Petunia Ollister

Se soffrite di una fame perenne e siete a dieta, NON avvicinatevi neanche a questo feed: le superbe “colazioni d’autore” (lanciate con l’hashtag #bookbreakfast) sono una tentazione troppo grande. Scherzi a parte, fra i bookstagram italiani che seguo, Petunia Ollister è quella che “consulto” ogni mattina, come per partecipare alla sua virtuale colazione. La composizione delle foto è magnifica e i colori stupendi: c’è tanto da imparare da questo account!

bookstagram italiani

Zuccaviolina

Foto dai colori vintage e caldi, pochi elementi ma disposti in maniera mirata e sapiente nello spazio, et voilà: uno dei miei bookstagram italiani a cui mi piace ispirarmi di più! 

bookstagram italiani

Loris Inthebook

L’ho scoperto da poco, bazzicando alla ricerca di bookstagram italiani da seguire, e mi sono innamorata subito del suo modo di disporre gli oggetti nello spazio per creare vere e proprie storie, del resto Loris studia Architettura e si vede: ogni immagine è studiata con cura e nulla è lasciato al caso. Oltre a una tecnica pazzesca, qui c’è anche un talento incredibile!

bookstagram italiani

Allora, che ne dite? Qual è il vostro bookstagram italiano preferito tra quelli che vi ho mostrato? Ne conoscete qualcun altro da suggerirmi? Aspetto le vostre risposte nei commenti!

 

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Recensione: La famiglia Aubrey

Ciao lettori!

Finalmente torno con una nuovissima recensione: La famiglia Aubrey di Rebecca West edito Fazi. Il romanzo è uscito a luglio 2018, è una nuova saga familiare (ricordate i miei amati Cazalet?), protagonista una famiglia metà inglese e metà scozzese nella Londra di fine Ottocento.

Ci ho messo un bel po’ a finirlo, devo ammetterlo: le oltre 400 pagine su Kobo e un periodo pieno di impegni (con l’estate di mezzo) mi hanno intralciato, ma così ho avuto il tempo di fare la dovuta conoscenza con tutti i simpatici, bizzarri e unici personaggi di La famiglia Aubrey!

Titolo: La famiglia Aubrey (The Fountain Overflows)
Autore: Rebecca West
Serie: La trilogia della Famiglia Aubrey
Genere: drammatico/saga familiare
Data di pubblicazione: luglio 2018 (I ed. 1956)
Pagine: 570
Prezzo: ebook 9.99 € | cartaceo 13.50 €
Link acquisto: ebook | cartaceo

La famiglia AubreyQuanto amo le saghe familiari: lo sa bene chi mi segue e mi conosce. La sensazione di “tornare a casa”, ritrovando tutti i vecchi e amati personaggi è una cosa che solo chi ama davvero le storie può comprendere.

Ecco, la verità è che quando ami qualcosa, non vorresti mai separartene, perciò se ami davvero leggere, trova una bella saga nella quale tuffarti e buona avventura.

Ma andiamo al dunque.

Ami le ambientazioni, raffinate, tardo-vittoriane, fatte di tè delle cinque, pianoforti e melodrammi?

Devi assolutamente leggere La famiglia Aubrey di Rebecca West!

Per la prima volta ebbi la consapevolezza reale della morte, e la vidi chiaramente per quello che era, come se qualcuno che camminava a fianco a me ne dispiegasse una mappa dettagliata reggendomela davanti mentre camminavo, mostrandomi il nulla e il nulla e il nulla, cosicché non potevo non vedere dove eravamo diretti.

Di cosa parla la famiglia Aubrey?

Oh, bambini, se amate qualcuno, dategli tutte le possibilità che merita.

La famiglia AubreyLondra, fine Ottocento. La famiglia Aubrey ha l’aria di essere la tipica famiglia inglese del tempo, ma solo l’aria, perché dietro le tradizioni inglesi, si nasconde un microcosmo di interessi, colori, idee, avventure davvero affascinante.

Chi sono i membri della famiglia Aubrey?

Il signor Aubrey è un giornalista/scrittore dalle idee lungimiranti, la sua intelligenza lo porta spesso a “vedere oltre” e questa caratteristica è percepita dal mondo esterno in maniera molto altalenante: da un lato, le persone sono affascinate dal carisma dell’uomo, dall’altro la totale incapacità del signor Aubrey di vivere calato nel mondo reale spesso provoca fastidio nel prossimo.

Il signor Aubrey si rinchiude spesso nel suo studio a pensare, disgustato dal mondo che ha intorno: trascura la famiglia, non sembra curarsi di nessuno, tranne che di se stesso. In più, continua a sprecare soldi, il che costringe la sua famiglia a vivere in gravi ristrettezze economiche.

La signora Aubrey è una ex pianista di belle speranze, speranze abbandonate nel momento in cui ha deciso di lasciare la musica professionale per sposarsi. Da quel momento e dopo la nascita dei suoi quattro figli, la signora Aubrey si è dedicata anima e corpo alla casa, ai figli, al marito: donna tipicamente vittoriana, puritana e dedita alla famiglia, incline ai sacrifici, e dalla filosofia bizzarra: sarebbe disposta a tutto pur di non ammettere una crisi.

Dire una bugia è sempre sbagliato, ma se sono le altre persone a mentire spesso hanno un buon motivo per farlo, e tu devi semplicemente renderti conto che hanno mentito e passare oltre.

La famiglia Aubrey

La signora Aubrey vive sotto la spada di Damocle della povertà, è invecchiata anzitempo a causa della pessima gestione degli affari da parte del marito e continua a pensare alla musica, la sua unica e grande passione, l’amore spezzato, che ha trasmesso ai suoi figli. Ama moltissimo suo marito e, anche davanti ai melodrammi peggiori, assume una compostezza da eroina tragica che commuove e fa sorridere.

I figli della famiglia Aubrey

Cordelia è la maggiore dei quattro figli degli Aubrey: bella e con nessun talento per la musica. Suona il violino, nonostante sua madre e le sue sorelle provino in ogni modo a farle comprendere che non è minimamente dotata.

Allora, e per tutti gli anni a venire, Cordelia era e sarebbe stata una di quelle donne il cui corpo non tradisce mai i moti interiori e che offre ristoro agli occhi come fanno l’acqua, le piante e i fiori.

Mary e Rose sono le figlie di mezzo, pianiste eccellenti. Rose è anche la voce narrante: acuta e spiritosa, piena di forza e intelligenza, un narratore simpatico col quale si entra subito in sintonia (è anche l’alter ego della West, per ammissione della stessa autrice).

Però non è tanto quello che uno fa, quanto il fatto che il tempo ti scivoli accanto. Ti piace sempre così tanto la primavera, e di quella passata non ti sei nemmeno accorta.

Infine, Richard Quin, l’ultimo nato: un ragazzino talentuoso e intelligente, che dice sempre quel che pensa e che mi ha ricordato moltissimo il Neville dei Cazalet, con la sua ironia irresistibile.

«Oh, Rose, ho così tanta paura della morte».
Chiesi: «Perché? Non può essere così terribile».
«Cosa? Non è così terribile?», esclamò lui. «Giacere fuori al freddo e sotto la pioggia?».
«La pioggia e il freddo non li senti, quando sei morto».
«Be’, a ogni modo da vivi si sta più caldi», disse lui.
«Ma l’atto di morire in sé dura solo un attimo», dissi io. «Oh, povero Richard Quin, mi dispiace molto che tu sia spaventato dalla morte, dev’essere orribile».
«Non capisci», disse lui, «non sono spaventato dalla morte in quel senso, se dovessi morire lo farei, non fuggirei. Ma è», rise timidamente, «una faccenda così dispendiosa, una tale scocciatura, una cosa così sgradevole». 

Ma non finisce qui, perché attorno alla famiglia Aubrey gravitano una serie di altri personaggi, fra cui la cugina Rosamund, bellissima e stramba quanto basta per fissarsi indelebilmente nella mente del lettore.

Umorismo e tragedia

La famiglia AubreyLa famiglia Aubrey è una versione più colta, umoristica e tragicomica dei March di Piccole Donne: la storia è intrisa del tipico dissacrante umorismo inglese, che riesce a trasformare ogni tragedia in un melodramma dalle tinte forti di cui si può ridere e piangere allo stesso tempo.

«La vita è terribile. Non si può fare altro che ridurla a un cumulo di sciocchezze».
«Terribile?», chiese la mamma sorpresa.
«Che senso ha la musica», chiese lui, «se il mondo è infettato da questo cancro?».
Si levò una voce dal buio, una voce che parlava con una tale sincerità da essere rotta dal pianto: «E che male può fare questo cancro, finché c’è la musica nel mondo?».

Il femminismo agli albori

L’indomita forza delle donne della famiglia Aubrey è la cosa che mi ha colpito di più.

Lo spirito femminista di Rebecca West è chiaro in questo romanzo in cui protagonisti sono la forza segreta, l’intelligenza sottile, in grado di vedere soluzioni e prevedere disastri, lo spirito di adattamento e l’innata ironia delle donne, a dispetto di un mondo che gli uomini credono di padroneggiare.

«Mamma», disse Richard Quin, «quella giacca non è più di pelle di foca, è solo un pezzo di foca morta. Questa è la differenza».
«Sciocchezze», disse la mamma stizzita. «Si capisce che la foca è morta. Altrimenti non potrei indossare la sua pelle».
«No, mamma», disse Richard Quin, «qui ci sono due morti. Prima è morta la foca, poi la sua pelle è andata al funerale e alla lettura del testamento, e ovviamente ha scoperto che le era stato lasciato tutto, allora ha venduto la sua casa e ha scelto di venire ad abitare con te. Ma ora, a tempo debito, è morta anche lei».

La signora Aubrey rappresenta la vecchia guardia, ma con qualche sprazzo di impertinenza e ribellione al quale proprio non riesce a sottrarsi, quando, ad esempio, si parla di musica (e sono i momenti in cui ho amato di più questa donna!)

Le sue figlie sono il futuro: il movimento femminista sta nascendo, il nuovo secolo è in arrivo, sarà il secolo delle due guerre, delle lotte per i diritti delle donne e di molti altri stravolgimenti… La West non ne parla apertamente, ma ce li fa assaporare nei cambiamenti all’interno della famiglia Aubrey.

Non saremmo mai riuscite a lasciarci alle spalle la nostra infanzia se non avessimo coltivato l’arte di ignorare le cose spiacevoli.

Personaggi preferiti e perché leggerlo!

La mia preferita è ovviamente Rose, quella che conosciamo meglio, visto che ne sentiamo la voce e i pensieri.

Ho amato profondamente anche Richard Quin, perché è spassosissimo e Rosamund, la cui comparsa sulla scena è una delle cose più belle dell’intero romanzo: la incontriamo in una situazione del tutto assurda e che non ci si aspetterebbe in una storia come questa, ma che aiuta a fissare nella mente la natura di questo personaggio, sempre in bilico tra mondo reale e mondo “altro”, ingenua ma acuta, buona ma ribelle.

Non voglio dirvi altro sui personaggi della famiglia Aubrey: dovete scoprirli da soli, è questo il bello.

Di certo dovrete armarvi di pazienza, perché il romanzo è lungo e, in qualche punto, la trama potrebbe sfuggirv, ma passerete attraverso piccoli, grandi drammi familiari, lunghe malattie, processi per omicidio e misteri dell’occulto e alla fine li amerete, amerete tutta la famiglia Aubrey e non vedrete l’ora di incontrarla di nuovo, per saperne di più.

Per sapere se il signor Aubrey riuscirà a fare pace col mondo, se la signora Aubrey, finalmente, la smetterà di preoccuparsi della sua povertà, se Cordelia scoprirà un talento nascosto, se Mary e Rose riusciranno a diventare pianiste professioniste, se Richard Quin brillerà come promette di fare, se Rosamund diventerà la creatura straordinaria che sembra nata per essere e via dicendo.

Se troveranno l’amore e saranno felici o quali altri drammi dovranno superare, prima di fermarsi.

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Recensione di Una ragazza inglese, Beatrice Mariani

Come non amare Jane Eyre e tutto ciò che trova ispirazione in uno de romanzi più belli e intesi di sempre? Eppure il romanzo di Beatrice Mariani, Una ragazza inglese, uscito per Sperling & Kupfer a marzo del 2018, non è riuscito a entusiasmarmi, anzi, mi ha lasciato una sensazione di fastidio, la stessa che si prova davanti a un’occasione persa.
Vi spiego perché.

Titolo: Una ragazza inglese
Autore: Beatrice Mariani
Serie: autoconclusivo
Genere: romantico, contemporaneo
Data di pubblicazione: marzo 2018
Pagine: 275
Prezzo: 16,90 € | 9.99 €
Link d’acquisto: cartaceo | ebook

Jane è giovane, si è diplomata a pieni voti in Inghilterra e trascorrerà l’estate come ragazza alla pari nella villa di una delle famiglie più in vista di Roma, i Rocca. Qui si prenderà cura del nipote di Edoardo Rocca, imprenditore affascinante quanto misterioso e qui, per la prima volta, scoprirà l’amore e la passione, proprio lei, che non aveva mai provato nulla di simile, così timida, innocua e banale da passare inosservata, attirerà, invece le attenzioni di Edoardo Rocca, ma non sarà facile per la giovane Jane restare integra in un mondo pieno di competizione, affari loschi e misteri. Vi suona familiare? È la trama, trasposta nei nostri tempi, di Jane Eyre, il capolavoro di Charlotte Brontë. L’idea di Beatrice Mariani è quella, infatti, di fare un omaggio a uno dei più bei romanzi sull’amore, sulle donne, sulla dignità e l’orgoglio umani, mai stati scritti. Ispirarsi a un libro di questa portata è semplice, nel senso che l’autore non deve faticare poi così tanto per tirare fuori una bella storia e bei personaggi, ma può essere anche tragicamente pericoloso, come si è rivelato nel caso di Una ragazza inglese.

Come ho detto, il romanzo racconta, trasportandola ai nostri tempi, la trama di Jane Eyre, protagonisti una nuova Jane ed Edoardo Rocca al posto di Jane Eyre e Rochester. Invece della misteriosa tenuta di Thornfield Hall, siamo a Roma, in una ricchissima ed esclusiva villa.

Cosa è andato storto? Vediamo.

Il paragone con l’originale è, purtroppo, inevitabile e sarebbe stato in ogni caso impietoso. In questo caso, però, lo è ancora di più, perché la Jane moderna non ha nulla della forza interiore e del carisma della Jane originale. Il personaggio costruito da Beatrice Mariani risulta, alla fine, privo di spessore e nel complesso meno moderno di quello cui si ispira. La sensazione che ho avuto seguendo le vicende di Jane-moderna è di un personaggio che scimmiotta quello più famoso. Se le caratteristica della Jane originale erano la forza, la dignità, il carisma, qualità che soppiantano, agli occhi del potente Mr. Rochester, bellezza, nobiltà e ricchezza (ciò che, un tempo, una donna doveva avere secondo le convenzioni sociali per essere considerata degna moglie di un gentiluomo), la Jane moderna è invece descritta come un personaggio piatto, banale, piagnucoloso, spaventato e indeciso, del tutto in balia dell’amore per il bello e ricco Edoardo Rocca. D’altra parte, lo stesso Edoardo non ha nulla della forza e della presenza scenica di Mr. Rochester: il tormento, l’orgoglio, la durezza del personaggio originario declinano, nel romanzo di Beatrice Mariani, verso uno spettro di sentimenti molto più banale: Edoardo è il rappresentate di una “Grande Bellezza” romana fatta di belle donne disinibite, cocaina, affari loschi, soldi, tanti soldi: ci sta, beninteso, ma andava descritto con più accuratezza. La descrizione che, invece, fa l’autrice dei mondi di Jane ed Edoardo è piuttosto sommaria e non aiuta a creare l’atmosfera giusta.

L’atmosfera è l’altro grande deficit del romanzo: niente tormento, niente passione, niente romanticismo. La trama di Jane Eyre è presa, epurata dai contenuti datati, trasportata ai nostri tempi e servita così, senza coinvolgimento, una sequenza precisa di avvenimenti, in cui si distinguono le scene principali del romanzo originale, svuotato però dall’atmosfera che lo ha reso immortale. I riferimenti precisi a fatti politici italiani (quando in un romanzo nomini Berlusconi, non lo so, a me crolla un po’ tutto), la parlata dialettale (l’odiosa amica burina di Jane, ad esempio), la presenza di personaggi secondari e inutili (la sorella di Edoardo, per dirne un), hanno creato una sorta di muro divisorio fra me e la storia.

Manca del tutto, poi, l’elemento “gotico” e misterioso (la moglie pazza in soffitta): l’amore fra Rochester e Jane aveva un senso anche perché figlio di una vicenda tragica come il matrimonio con una donna folle, quello di Jane ed Edoardo, invece, parte dal matrimonio di quest’ultimo con una donna che è in realtà lesbica. Cambia del tutto la prospettiva, non trovate?

In conclusione, un romanzo che ho fatto fatica a finire: ero felice all’idea di leggere un retelling in chiave moderna di uno dei miei romanzi preferiti, ma purtroppo questa lettura si è rivelata un flop.

Avete letto un retelling che vi è piaciuto molto?
Consigliatemelo nei commenti!

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Il Venerdì di Repubblica e il Rare Roma 2018: polemica in rosa

Dunque, ho letto l’articolo incriminato uscito sul Venerdì di Repubblica sul Rare Roma 2018, che ha scatenato l’indignazione di autrici, lettrici e blogger. Lo ammetto: volevo leggerlo perché avevo qualche pregiudizio. “Va beh, si starà esagerando, come al solito”, pensavo, memore del fatto che almeno due volte al mese un’autrice/lettrice/blogger s’incazza per qualcosa e se la prende con qualcuno. E invece ho dovuto ricredermi: la rabbia è giustificata da un articolo superficiale, spocchioso, sprezzante, sessista. Fallito anche l’intento ironico, quando il sarcasmo non lo sai usare, il risultato non può che essere disastroso: sono la prima a ridere, quando si usa in maniera intelligente l’ironia, anche per prendere in giro cose che amo. Non è questo il caso e, figuratevi, che non sono una gran lettrice di romance (anche se ne ho scritto uno perché, udite udite, raccontare l’amore è bello e mi piace!)

Chi è Paola Zanuttini e perché è controproducente insultarla

Paola Zanuttini, autrice dell’articolo, non è un Signor Nessuno. È una giornalista di Repubblica, autrice per Minimum Fax, si occupa da almeno vent’anni di cultura ed editoria. Insomma, se dobbiamo criticarla, meglio non farlo mettendo in discussione il suo curriculum. Sarebbe anche il caso di non citare, fra i capi d’accusa, una presunta vita sessuale di merda, se non altro per non ricadere negli luoghi comuni usati dalla giornalista per scrivere il suo articolo. Direi di analizzare, piuttosto, i fatti; perché anche una giornalista di lungo corso, una che i libri li conosce e conosce il mercato editoriale e che, udite udite, scopa con piacere e assiduamente, può prendere un’enorme e imbarazzante cantonata.

Che cosa è successo?

È evidente che, quando al Venerdì hanno deciso di scrivere un articolo sul RARE di Roma, le idee fossero essenzialmente due:

Il romance fa schifo, ma vende.

Dobbiamo vendere. Usiamo il romance.

L’occasione è stata il Rare, un evento di successo dedicato al romance, creato, che ha richiamato pubblico e che ha avuto risonanza sui social, grazie a un settore – quello del romance e sottogeneri – vivissimo proprio sui social network, dove autrici, lettrici e blogger hanno formato comunità floride, seguite, in cui si parla, ci si scambia pareri e, spesso, si tirano fuori lunghissimi flame (ebbene sì, ve lo dice una che coi social media ci lavora e vive: serve pure questo).

Detto ciò, è innegabile che i giornali siano aziende e le aziende necessitino di fatturare. I mezzi di comunicazione tradizionali, fra cui le riviste stampate come il Venerdì di Repubblica, non hanno ancora assorbito il contraccolpo causato dall’avanzata dei new media, sono inadeguati a raccontare la velocità con cui le cose accadono, non hanno il potere di condivisione che, invece, hanno i social. E però, in qualche modo, dovranno pur campare. Parliamo, si saranno detti in Redazione, di un argomento che va forte sui social. Buttiamoci a peso morto nel mare della cultura pop che più pop non si può, ma facciamolo mantenendo le distanze, perché il lettore-tipo del Venerdì vuole essere rassicurato: la cultura è per pochi, leggere libri è per pochi, siamo animali in via d’estinzione, i social network sono il male, e così via.

L’articolo sembra scritto proprio con queste intenzioni: un colpo al cerchio e una alla botte, insomma. Attiriamo l’attenzione con una copertina romance (all’acqua di rose, però: romanticismo sì, ma senza la “disdicevole” componente sessuale) ma parliamo male del romance, che è un genere di serie B, così le sciure e i professori di latino in pensione che leggono il Venerdì non si sentiranno oltraggiati (sì, questo è sarcasmo).

Ma andiamo all’articolo, vi sottolineo alcuni dei passaggi più odiosi:

Ingollare oltre duemila pagine di romanzi rosa in cinque giorni per prepararsi con scrupolo al Rare, il primo festival del romance sbarcato in Italia in un sabato d’estate, può alterare la percezione. Visioni, trasfigurazioni, forse allucinazioni. Così la sinuosa fila di lettrici che attendono di sciamare nello Sheraton per riverire una sessantina di scrittrici, per lo più americane, assume la forma di una processione, una di quelle processioni dell’Italia povera e contadina d’antan.

La premessa di Paola Zanuttini è prevenuta, suona come un’excusatio non petita: “Oh, mi c’hanno mandato, è lavoro, io non volevo andare, volevo restare a casa con Proust, ma sono stata costretta, ho perfino dovuto leggere quei ridicoli romanzi rosa che una volta si chiamavano Harmony, ma, figuratevi, che cosa sono oltre duemila pagine in cinque giorni, per una che, come me, conosce a memoria Tolstoj? Che impegno ci vuole per leggere oltre duemila pagine di peni e vagine che s’incontrano?”. Insomma, il vero problema è che questo articolo la fa sembrare un vecchio trombone, non una sagace opinionista.

Ora, probabilmente le duemila pagine lette da Paola Zanuttini facevano veramente schifo al cazzo, il punto è che restiamo col dubbio, perché l’autrice dell’articolo non entra nel merito, non non ci dice quali libri ha letto, manca l’oggetto dell’analisi, come manca qualunque elemento per giudicare l’evento Rare nel suo insieme. Non ci dice se l’organizzazione è stata buona o cattiva, ci parla confusamente di poverette dalla vita banale che nei libri cercano evasione, femmine in processione (non in fila) per ossequiare (non incontrare, proprio genuflettersi come invasate) altre femmine che hanno messo su carta i loro più pruriginosi sogni erotici. (Quanto è sessista tutto ciò? Soprattutto se detto da una donna?).

Notiziona a margine: nei romanzi non si cerca solo conoscenza ma anche e, soprattutto, evasione, in un romance come in un thriller, in uno storico come in un fantasy. E non c’è nulla di male, anzi. Se gli scrittori fossero più coscienti che la loro missione è principalmente “divertire” il lettore e non insegnargli a campare saremmo salvi da un bel po’ di noiosissimi  e pretenziosi romanzi.

Vi cito Primo Levi, tratto dall’Altrui Mestiere, capitolo intitolato “Perché si scrive?”:

1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno.

2) Per divertire o divertirsi. [ INCREDIBILE! ]

3) Per insegnare qualcosa a qualcuno.

4) Per migliorare il mondo.

5) Per far conoscere le proprie idee.

6) Per liberarsi di un’angoscia.

7) Per diventare famosi.

8) Per diventare ricchi.

9) Per abitudine.

Ora, di certo chi scrive/legge romance non ha come fine ultimo quello di insegnare/imparare qualcosa sulle leggi dell’universo o dare una risposta alla alla domanda fondamentale sulla vital’universo e tutto quanto. È una scelta. I libri – udite, udite – sono anche puro intrattenimento, purché ben scritti. Come chi legge thriller – si spera – non ha come scopo quello di imparare a uccidere gente e sfuggire alla giustizia, ma sempre il caro, vecchio “divertissement”.

Paola Zanuttini, però, dà per scontato e senza fornire dati precisi – grave errore per una giornalista – che il genere romance sia spazzatura, che lettrici, autrici e blogger siano delle povere ignoranti represse, il che non è molto credibile anche da un punto di vista dell’analisi giornalistica, e lo dice una che non ha letto moltissimi romance. Devo anche dire che mi sono piaciuti pochissimi romance, la maggior parte erano libri scritti male, punto. Libri brutti. Libri che non meritavano di essere definiti libri, insomma, quello che volete. Il genere non c’entra nulla, perché potrei, parimenti, citare una montagna di fantasy brutti, di thriller orribili, di narrativa contemporanea imbarazzante.

E sapete qual è un’altra cosa che non c’entra assolutamente nulla? L’estrazione sociale di chi scrive/legge/recensisce romance.

Leggiamo un altro brano:

Originaria di Las Vegas, questa robusta signora immune da ogni civetteria [ che c’entra l’aspetto fisico? Sexism Alert ] si era trasferita con il marito militare in una piccola città della Virginia: noia mortale e depressione serpeggiante l’avevano spinta a cercare consolazione nella narrativa rosa shocking. La folgorazione, invece di stecchirla [ tentativo di sarcasmo fallito ] l’ha rinvigorita e le ha fatto lasciare il noioso lavoro nel ramo assicurazioni per diventare la patronessa del secondo più importante festival del romance negli Stati Uniti e uno dei cinque maggiori nel mondo [ Ah beh, hai detto niente ].

Si parla, lo avrete capito, di Amy Jennings, l’organizzatrice del Rare. Una donna che ha avuto un’intuizione felice, si è messa al lavoro e ha creato, dal nulla, un evento di successo, lasciando il lavoro precedente, sicuro ma noioso, e dedicandosi, invece, a qualcosa che ama. In storie femminili di imprenditoria, coraggio e rivalsa come questa il Venerdì di Repubblica (e in generale la carta stampata) di solito ci sguazza fino al vomito. Il problema, in questo caso, è che la donna-imprenditrice si è impegnata in un’attività che, per la giornalista, è ridicola. Quindi non conta il successo dell’evento (“secondo più importante festival del romance negli Stati Uniti e uno dei cinque maggiori nel mondo”), conta solo che la signora non si sia dedicata a salvare vite, aiutare i poveri, scoprire nuovi pianeti, ecc. [Sexism Alert anche qui, con una bella dose di classismo ]

By the Way: è un po’ come quando si prende per il culo Chiara Ferragni perché non sa fare niente e vive di frivolezza. Signore e signori, può non piacervi (io trovo ridicoli la maggior parte dei suoi outfit, per dire), ma la scoperta è che se quella frivolezza e quel “non saper fare” l’hanno resa milionaria, c’è poco da dire: i perdenti siete voi.

Karina, una bella signora bionda, giunonica, che firma autografi col bicchiere in mano…

Qui si parla, invece, di una scrittrice. Anche lei viene descritta come una casalinga alcolizzata della provincia americana negli anni ’50. Paola Zanuttini non ci dice quasi nulla dei suoi libri, del suo modo di scrivere, dei suoi personaggi. Cosa conta? Che sia una bella signora bionda e giunonica, praticamente una nonna Papera che si è messa in testa di scrivere libri. Tzè.

Ma passiamo alla maniera in cui la giornalista affronta il tema dei blog:

Nella decadenza generale della critica letteraria hanno preso piede i blog. E, nel caso del romance, schifato dai recensori ufficiali, hanno potere di vita e di morte. […] Al Rare incontro tre blogger: Vanessa, neurologa di 47 anni, Sara, 40 anni, moglie di un rapper e Karin, 37 anni, tabaccaia.

Anche qui, sessismo e classismo come se piovesse: le tre blogger sono identificate col nome, la professione (per sottolineare che non hanno una laurea in giornalismo, una addirittura viene definita “moglie di”) e l’età (per evidenziare la disperazione di donne adulte che invece di fare altro, si dedicano ad attività risibili).

Esiste sicuramente un problema per quanto riguarda i blog (ho in programma di scrivere un post): molti sono sciatti, gestiti male, con contenuti tutti uguali, capacità di recensire e parlare di libri pari a zero, italiano discutibile e chi più ne ha più ne metta. Il problema, però, è sempre parlare fornendo dati, argomenti, analisi. Paola Zanuttini avrebbe dovuto dare il nome dei rispettivi blog, non “i titoli” delle blogger. Avrebbe potuto parlare, ad esempio, dell’ignoranza di alcuni sedicenti book blogger, che non sanno cosa sia un impianto narrativo. Inoltre, avrebbe dovuto informarsi sul fenomeno dei blog: vale esattamente lo stesso discorso fatto per le laureate in moda che criticano la Ferragni. Esistono blog di ragazzi giovani che spostano le opinioni, sono seguiti e influenzano le vendite: cosa dovrebbero fare le Case Editrici, rifiutare la loro esistenza in quanto professionisti non accertati da un titolo? Per favore.

Questa narrativa conservatrice – però democratica, non repubblicana, mi garantiscono le americane – mantiene tutti i cliché del rosa, ma scarta nel postmoderno con l’avvento del sesso esplicito e con l’aggiornamento del linguaggio: dialoghi che sembrano rubati da WhatsApp e ironica forzata, un po’ scemetta.

Anche se detto in maniera pedante, i problemi che ho riscontrato io in parecchi romance sono proprio questi: 1) narrativa essenzialmente conservatrice, 2) dialoghi che non contengono alcun filtro letterario ma sono spesso copiati pari pari dal linguaggio da chat (serie di puntini esclamativi e abbreviazioni comprese) e 3) ironia forzata, la cosa che forse detesto di più (quando i personaggi fanno battute che dovrebbero essere brillanti ma fanno ridere solo loro e l’autore del libro). Detto ciò, sono problemi, questi, che si trovano in parecchi romanzi: si tratta dei famosi “brutti libri”, un genere trasversale.

Mi sono dilungata anche troppo, voglio solo concludere sul perché penso che la verità stia nel mezzo:

Paola Zanuttini ha scritto un articolo brutto, impreciso, superficiale, rozzo, sessista e classista, usando un linguaggio da “barone” e “un’ironia forzata e scemetta”, esattamente come i romanzi che critica. Lo ha fatto, forse, di proposito, solo per scatenare il flame? Ci è riuscita. Ha portato a casa condivisioni e citazioni, anche se non ha fatto il suo dovere di giornalista.

Dal canto loro, gli autori romance, i lettori, perfino i blogger hanno la responsabilità di migliorare il settore di cui fanno parte. Alcune delle critiche fatte costantemente al romance (ma qualche tempo fa, il “capro espiatorio” letterario era il fantasy, il mio genere, quindi posso capire!) non sono campate in aria. In giro ci sono un sacco di sedicenti autori, un sacco di libri brutti, un sacco di blog sciatti: tutto questo non fa altro che screditare un settore (ad es. il self publoshing) e un genere, in questo caso il romance, che dovrebbe essere considerato al pari degli altri. Dunque, è giusto arrabbiarsi per un articolo così stupido, ma è anche necessario rimboccarsi le maniche e provare a distinguere, nel marasma di roba chiamata “romance”, ciò che ha dignità di libro e ciò che non la ha. Forse, col tempo, si riusciranno a sconfiggere anche i pregiudizi.

Volete sapere quali romance ho letto e ho apprezzato e quali invece ho proprio detestato? Fatemelo sapere nei commenti, potrebbe diventare l’argomento del mio prossimo post!

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