Recensione di Wolfheart, la ragazza lupo – Alessia Coppola [ La Corte ]

Wolfheart, la ragazza lupo di Alessia Coppola, edito La Corte Editore è un romanzo in cui è l’Amore a essere il vero protagonista, in tutte le sue forme e con tutte le sue imperfezioni, i pericoli, le maledizioni. Alessia Coppola offre ai suoi lettori anche questa volta (leggete il suo retelling di Alice, ve ne ho parlato qui) un world building dagli ingranaggi perfetti, complesso e stratificato, una prospettiva nuova del nostro mondo, in cui creature diverse da noi (eppure così simili nei sentimenti!) si muovono,ognuna alla ricerca del proprio senso della vita, su un piano quasi shakespeariano fatto di passione, vendetta, paura.

Titolo: Wolfheart, la ragazza lupo
Autore: Alessia Coppola
Stand-alone/Parte di una Serie: ?
Genere: Urban Fantasy, Paranormal Fantasy, Romance
Target: Young Adult
Data di Pubblicazione: Ottobre 2017
Pagine: 318
Prezzo: 16.90 €
Acquista: cartaceo | ebook

Aylena non è una ragazza come le altre. Figlia della notte quanto della terra, è stata maledetta ed è costretta a convivere con due nature: quella di demone e quella di lupo. Per liberarsi dal maleficio e ritrovare la sua umanità, dovrà così affrontare un viaggio irto di pericoli, attraverso il tempo e le distanze, che la faranno diventare una spietata cacciatrice. Ma tutto cambierà, quando arriva Adrien, un soldato a servizio di un ordine di cacciatori di creature soprannaturali. Sarà lui la chiave che le permetterà di essere finalmente libera, ma sarà anche colui che imbriglierà il suo cuore. Tra battaglie, incantesimi, segreti e cospirazioni Aylena compierà il suo destino, scoprendo però che il prezzo da pagare sarà più alto di quanto avesse mai temuto.

Questa è la storia di una ragazza normale e speciale, allo stesso tempo. Aylena ha sentimenti identici a quelli di qualsiasi altra ragazza: ama, soffre, prova rabbia, rimorso, voglia di vendetta. La sua particolarità, però, è che questi sentimenti li prova da moltissimi anni, molti più di quelli di un normale essere umano: Aylena è un totemki, una creatura rara quanto speciale, che ha dentro di sé la natura di un animale, nel suo caso di un lupo. Ma Aylena non è soltanto questo: una maledizione l’ha colpita e l’ha resa per metà damoir, una creatura demoniaca che, per vivere, deve nutrirsi di sangue. Non è facile convivere con quello che si è, per Aylena è ancora più difficile:deve nutrirsi ma non vuole uccidere esseri innocenti, così va a caccia di damoir che, di solito, uccidono innocenti e mordono donne incinte per propagare la loro specie, infettando così i nascituri. Nel frattempo, però, non cessa la speranza di trovare colui o colei che l’ha mutata in un ibrido per ucciderlo e liberarsi così della maledizione. Tutto cambia quando Aylena salva, casualmente, la vita a un ragazzo ferito da alcuni damoir: Adrien. Questo è il punto di svolta che cambia tutte le prospettive di Aylena, perché anche Adrien nasconde un segreto: fa parte della congrega dei Thanam, i cacciatori che da secoli danno la caccia ai damoir. Il legame che, inevitabilmente, si verrà a creare fra i due sarà l’onda d’urto che distruggerà ogni regola fino a quel momento conosciuta: uniti in una lotta con il medesimo obiettivo, creature un tempo nemiche si ritroveranno fianco a fianco per distruggere il potere del sanguinario Vanius e dei suoi Dodici.

Sotto i suoi piedi era disegnata la mappa di ogni continente e nel suo cuore quella di tutti i desideri che non poteva realizzare. Da quando la sua natura si era rivelata per la prima volta, il suo tetto era stato il cielo e la sua casa il mondo.

La storia è raccontata con un punto di vista esterno e il pov si concentra principalmente su Aylena, ma non manca il punto di vista di Adrien e degli altri personaggi che popolano questa storia, il che permette di calarsi, di volta in volta, nei patti di tutti i protagonisti. La storia è ambientata inizialmente a Torino, poi ci si sposta a Roma, ma in realtà l’ambiente esterno resta solo uno sfondo, ha poco a che fare con la storia, che invece si concentra sui sentimenti e le lotte interiori ed esterne dei vari personaggi (che sono tanti e tutti ben sfaccettati). La protagonista resta Aylena, naturalmente, ma Alessia Coppola racconta a sufficienza anche degli altri, in particolare approfondisce la personalità di Adrien in modo da farcelo sentire più vicino: ben descritto è il suo dissidio interiore, Adrien è consumato dall’amore verso una creatura che gli hanno insegnato a odiare.

L’idea attorno a cui ruota la storia è che, in fondo, quali che siano le differenze, l’amore riesce sempre ad appianare i dissidi, anche quelli interiori, e non s’intende solo l’amore romantico, ma anche l’amicizia, i legami padre-figlio (quelli naturali e quelli creati dalle circostanze). L’Amore è il motore di questa storia, il carburante che trasforma le persone da semplici esseri umani in eroi, che muta la disperazione in speranza, che fa collaborare creature dal passato e dal futuro diverso.

L’idea che l’amore possa saldare le fratture del mondo, riempire i vuoti del tempo, raccogliere i cocci della vita, pervade le pagine di questo libro. Anche nei momenti più tristi, solitari e pericolosi, la voce di Alessia racconta un mondo in cui l’amore continua a bruciare sotto la cenere. Lo fa attraverso il suo stile inconfondibile, intriso di una poesia delicata ma potente, che riesce a ricreare immagini pure davanti agli occhi del lettore. Ogni cosa è immersa nella luce calda del sogno, immagini vibranti, come riflesse sull’acqua, si alternano a scene notturne, bagnate dalla luce lunare, il tempo è un concetto relativo, sfumato, che ondeggia e si posa sui luoghi, sulle persone, sugli oggetti come polvere. Se dovessi dare un colore a questa storia, direi il blu della notte e il bianco delle stelle.

Mi è piaciuto molto lo stile e la gestione dei tempi, il ritmo è regolare, capitoli brevi invogliano ad andare avanti, le scoperte, i segreti si susseguono, la storia è ricca di personaggi dei quali si vuole conoscere la storia, molto divertenti e utili a stemperare la tensione, gli scambi tra Adrien e Maxence, quest’ultimo, a mio parere, il personaggio meglio riuscito: un mix perfetto di umorismo e tensione emotiva, spiegato dalle sue stesse parole:

Il mio umorismo è la mia corazza. Rido per non sentire l’urlo della mia solitudine e il dolore di chi ho accanto. Rido perché è l’arma migliore per difendermi dal mondo.

Bella anche la trasformazione del rapporto fra Aylena e Adrien, che evolve pagina dopo pagina, facendo emozionare e commuovere il lettore. Meno incisivo, forse, il lato villain: Vanius, al quale è concesso poco tempo per svelarsi in tutta la sua miseria, ma anche suo fratello Sylus e i Dodici: ci vengono presentati com animali affamati, crudeli per istinto, avrei voluto immergermi più a fondo nella loro natura, avere più tempo per comprenderli. La veggente Beatrisa, invece, l’ho trovata irritante nella sua debolezza, il suo rapporto col fratello Elizar è il ricatto costante col quale la sua vita è pilotata da Vanius: un personaggio che avrei voluto strozzare con le mie mani in più punti della storia. Elizar, invece, mi è piaciuto molto: debole e forte allo stesso tempo, un personaggio con diverse sfaccettature che contribuisce a gettare nuova luce sul mondo dei damoir.

Nel complesso, dunque, una bellissima storia, raccontata con maestria da Alessia Coppola che non ha bisogno di presentazioni: quando si tratta di far sognare col suo stile soffuso e potente e di raccontare l’amore nelle sue infinite sfumature è imbattibile. Il romanzo è il primo di una serie, la storia può essere letta come un romanzo auto-conclusivo, ovviamente, ma l’autrice lascia diverse porte aperte che fanno pensare a un seguito. Ci sarà tempo, insomma, per ritornare nel mondo immaginifico e coinvolgente creato da Alessia.

Consiglio questa storia a tutti gli amanti del paranormal e urban fantasy, a chi ama le storie d’amore potenti e coraggiosi, a chi cerca una protagonista tormentata ma capace di amare con tutta se stessa e un protagonista coraggioso e in grado di mettere in discussione tutto il suo mondo per lei.

È un’autrice, blogger e illustratrice pugliese.
Artista poliedrica, nel 2014 ha aperto il blog letterario “Anima d’Inchiostro” e nel 2016 l’omonimo canale Youtube. Ha già all’attivo tantissimi romanzi pubblicati, tra cui Il Filo Rosso edito da HarperCollins Italia. Nel 2017 ha firmato un contratto con Newton Compton. WOLFHEART è il primo romanzo con La Corte Editore.

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Recensione di Cuore di neve, Debora Mayfair [ Dark Zone ]

Oggi vi parlo di un libro letto in un soffio, Cuore di Neve, Le Cronache del Ragnarök, edito Dark Zone e che l’autrice Debora Mayfair mi ha gentilmente inviato in omaggio, per una recensione.

Titolo: Cuore di Neve
Autore: Debora Mayfair
Serie: Le cronache del Ragnarök #1
Genere: Paranormal romance
Data di pubblicazione: 31 dicembre 2017
Pagine: 296
Prezzo: 14.90 €
Link per l’acquisto: cartaceo | ebook

Quello di Cuore di Neve è un mondo onirico, imbevuto di mitologia nordica con una fortissima componente romantica: la storia scorre rapida e senza intoppi, in alcuni punti, per me, il problema è stato proprio il ritmo troppo veloce che rischia di non appagare appieno i bisogni del lettore, nel complesso, comunque, una storia piacevole che stuzzicherà gli amanti della mitologia nordica (come me!) e affascinerà i cuori più romantici.

La storia è narrata alla prima persona presente da diversi personaggi, che si alternano nei POV: Bianca è la protagonista principale, il fulcro attorno al quale ruota tutta la vicenda. Si tratta di una ragazza all’apparenza autonoma ma, di per sé, molto fragile: i ricordi di Bianca stanno scomparendo, poco per volta. La ragazza è dotata di enormi poteri, che impareremo a conoscere man mano che la storia avanza e che Bianca prende coscienza di ciò che è: è una Regina degli Spiriti, cioè può influenzare chiunque voglia, spingendo perfino le persone a innamorarsi di lei, riesce a leggere negli specchi il passato e il futuro delle persone, inoltre è una combattente nata (una specie di ninja come, amichevolmente, viene definita nel libro). Insomma, sembrerebbe invincibile: il problema, però, è che fin da bambina i sogni di Bianca sono popolati da creature malvagie e dai terribili Incubi che hanno l’intenzione di distruggere tutti i suoi ricordi per attirarla dalla loro parte. A difendere Bianca e a combattere accanto a lei ci sono Matthew, Teo per lei, un Cacciatore bello e innamorato  che, al momento in cui la storia inizia, è diventato da poco il suo ex, e Hallbjörn, islandese e amico d’infanzia di Bianca, ex primo amore, che ritorna a casa dopo anni, precisamente dopo essere andato via lasciando Bianca nella disperazione. I tre formeranno il classico triangolo amoroso, reso scoppiettante dal fatto che sono tutti e tre individui alfa, con una propensione esplicita per il comando.

Ci troviamo in Italia e, alla fine del libro, ci si sposta a Parigi, ma in realtà l’ambientazione è sono citata, il mondo di Bianca è un luogo più mistico che fisico: tutto è immerso nella calda luce del mito, le vicende raccontate potrebbero essere accadute ovunque e la maggior parte della storia si svolge in luoghi chiusi (la casa dove Bianca si è trasferita dopo la rottura con Teo, pub, palestre, ecc.). Siamo sull’orlo di evento terribile e inevitabile, il Ragnarök, la fine del mondo nella mitologia norrena e Bianca ne è la protagonista principale: la sua capacità di ricordare o meno influenzerà il processo che è già in atto.

Da amante della mitologia norrena non potevo non apprezzare l’idea di mescolare le tradizioni nordiche e l’ambientazione contemporanea: i riferimenti ai miti del Nord sono chiari e precisi, Debora Mayfair vi costruisce attorno una vicenda credibile e affascinante. L’idea principale attorno a cui ruota la storia, comunque, non è tanto la mitologia o l’azione, quanto l’Amore. L’autrice concede moltissimo spazio al triangolo amoroso che viene a formarsi tra Bianca, Teo e Björn, analizzando con cura le sensazioni dei tre: man mano che Bianca acquista consapevolezza dei suoi poteri e recupera ciò che le è stato tolto, il triangolo si modifica diventando, alla fine, una coppia. Forse, per i miei gusti, tutto ciò accade in maniera poco naturale, con una Bianca che i due si rimbalzano, contendendola come se fosse un oggetto.

Anche lei ci mette del suo, flirtando ora con l’uno ora con l’altro, per poi pentirsi, combinando grossi casini. Nella prima parte del libro, Bianca mi è sembrava un po’ troppo sicura della sua bellezza e del potere che ha sugli altri, per essermi simpatica. La sua umanità, comunque, esce fuori dopo, quando diventa finalmente consapevole di se stessa. Per quanto riguarda Teo e Björn, invece, pur essendo sulla carta personaggi affascinanti, non sono riusciti a conquistarmi per il loro atteggiamento bipolare, un po’ cavernicolo (es. Björn continua a parlare con Bianca sollevandola e sbattendola contro la parete) che spesso e volentieri sfocia nello stalking: le zuffe fra i due ci starebbero pure, del resto si contendono la stessa donna, ma tutto quel vantarsi di essere andati a letto con Bianca, stuzzicando continuamente l’altro, come se Bianca non avesse capacità di scelta è un po’ immaturo da parte loro. In ogni caso, i due evolveranno abbastanza nel corso della storia, diventando un po’ più saggi e maturi (e meno odiosi, per quanto mi riguarda, anche se, ahimè, l’antipatia rimane).

Lo stile è veloce, moderno, romantico senza scadere nel melenso (pur concedendo diversi cliché di genere), il romanzo si legge in un soffio ed è indirizzato principalmente a chi vuole leggere una storia d’amore, perché l’azione è limitata. Da lettrice, avrei preferito maggiore azione, più background dei personaggi (meno didascalici, per quanto riguarda i loro atteggiamenti), un intreccio più misterioso e fitto, ma è chiaro che l’intento dell’autrice fosse proprio quello di raccontare una storia di amore, sacrificio e passione, immergendola in un’atmosfera mitica e, in questo senso, c’è riuscita perfettamente. Per cui, a parte il mio gusto personale, posso dire che si tratta di un buon romanzo, con una trama accattivante e ben scritta, che fa da premessa a un universo che si preannuncia ricco e complesso. Dunque, consiglio questo libro alle amanti del paranormal romance, a chi ama la mitologia nordica e a chi vuole leggere una storia d’amore intensa, con una protagonista forte e moderna e due protagonisti maschili forti e passionali.

 

Da sempre appassionata di disegno e scrittura, è convinta dell’esistenza di qualcosa che vada ‘oltre’ quello che la mente umana possa concepire. Adora le fiabe e le leggende, elementi molto importanti nelle sue storie. Cuore di Neve è il suo romanzo di debutto.

 

 

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Recensione di Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf

Qualche giorno fa abbiamo festaggiato i 136 anni fa di Virginia Woolf, una delle menti più geniali della letteratura di tutti i tempi: la sua influenza, non solo sul mondo delle donne, ma in generale sul pensiero e la produzione letteraria globale, è enorme. Oggi vi parlo di un libro letto qualche settimana fa: ecco a voi la recensione di “Una stanza tutta per sé”, uno dei manifesti del femminismo sessantottino (che io ho letto nella versione Newton Compton, tradotta da Maura Del Serra). Decisamente, avrei dovuto leggere questo saggio sulle donne e il romanzo a 16 anni, quando ho iniziato ad avvicinarmi al femminismo e a scrivere seriamente le mie storie: mi avrebbe consolato e fatto sperare, mi avrebbe commosso, fatto sentire capita, parte di qualcosa, vicina a tutte le donne del passato, del presente e del futuro. In realtà, mi ha fatto sentire così anche ora che ho 38 anni e le mie idee sono belle e formate nella mia testa: perché, come diceva Italo Calvino, “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire“.

Titolo: Una stanza tutta per sé
Autore: Virginia Woolf
Genere: Saggio
Pagine: 128
Prezzo: 4.90 €
Link acquisto: cartaceo

THE QUEEN PUPPET É COMPLETAMENTE E IRRIMEDIABILMENTE INNAMORATA DI QUESTO LIBRO!!

Alla fine di questa lettura, mi sono fatta una domanda: abbiamo una stanza tutta per noi? Ciò che sperava Virginia Woolf in questo breve saggio si è avverato? Abbiamo conquistato i diritti che dovevamo conquistare? Siamo sostanzialmente in un mondo egualitario in cui la differenza maschio-femmina è anacronistica? Il femminismo è, ormai, inutile? Mi piacerebbe discuterne con le donne (che sono parte in causa) e con gli uomini. Secondo la mia opinione, no. Il femminismo non è ormai inutile. Del femminismo abbiamo ancora disperatamente bisogno. Ma non voglio parlarvi di questo, ora, anche perché è un argomento che ho affrontato qualche tempo fa su Medium (se volete leggerlo cliccate pure sul link e lasciatemi naturalmente un commento): Perché il femminismo è ancora necessario (purtroppo).

Una stanza tutta per sé è un saggio breve risultato dell’unione di due conferenze che Virginia Woolf tenne nei college femminili di Newnham e Girton, Cambridge, nel 1928. Da sottolineare l’anno: siamo a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale, molti dei diritti delle donne non sono ancora conquistati e, benché Virginia parli a un pubblico di studentesse donne, siamo ancora in un periodo che guarda con sospetto e fastidio all’alta istruzione femminile. Le donne, nel momento in cui Virginia Woolf scrive, sono vittime di una società fortemente maschilista e patriarcale come quella inglese, la donna è esclusa dalla cultura, sono stati sempre gli uomini a parlare per lei. Questo è forse il nucleo del discorso di Virginia Woolf: è tempo per le donne di rivendicare lo spazio, in letteratura e in generale nella cultura, che alle donne spetta. Come fare?

Avete idea di quanti libri si scrivono sulle donne in un anno? Avete idea di quanti sono scritti da uomini? Sapete di essere l’animale forse più discusso dell’universo?

L’assunto principale da cui Virginia parte è che una donna, se vuole scrivere, deve avere denaro e una stanza tutta per sé. Cosa significano queste due cose? Che una donna ha bisogno per scrivere, non solo del talento (quello è scontato), ma di autonomia. L’autonomia, infatti, è il motore di tutto: senza soldi per comprare carta e spazio in cui scrivere, mi dispiace, ma non si può far nulla. Se la libertà femminile di scrivere è la concessione di un maschio (padre, fratello, marito che sia) e se tale libertà toglie tempo ad altre attività più utili all’interno del nucleo familiare (tenere la casa pulita, prendersi cura di marito e figli, cucinare, rassettare, ecc.) allora perché un uomo dovrebbe concederla? Ecco perché una donna ha la vitale necessità che la libertà sia sua, senza doverla chiedere ad alcun uomo: deve avere i soldi, anche per vivere da sola eventualmente. É un pensiero di una modernità sconcertante ed è vero allora come oggi: anche se adesso le donne lavorano e sono autonome, in massima parte, dai maschi, è necessario ricordarsi sempre che il processo creativo va in contrasto con le mille incombenze quotidiane. Ecco allora, non solo il denaro, ma anche una stanza tutta per sé, uno spazio personale nel quale nessuno può entrare senza permesso: le scrittrici del passato, dice Virginia Woolf, ad es. Jane Austen, non avevano una stanza dove scrivere, scrivevano in salotto, nella confusione e col rischio di essere continuamente interrotte. Quindi, potrà sembrare superfluo come principio, ma avere una stanza tutta per sé è fondamentale per una scrittrice.

La libertà intellettuale, insomma, deriva da cose materiali come il denaro e la poesia, la creatività, il talento si basano sulla libertà intellettuale: ecco allora, donne autrici, cosa dovete fare se volete scrivere davvero. Lavorare.

Queste sono solo le premesse: nel corso del saggio, Virginia Woolf prende in giro e riduce in pezzi il linguaggio maschilista in ambito letterario e sociale, lo fa con humour intelligente e inattaccabile, lo fa ponendosi su un livello più alto di umanità. A questo proposito, ho trovato semplicemente geniale, nella sua semplicità, l’idea secondo cui dalla rabbia maschilista non deve nascere la rabbia femminista, perché parlando (o scrivendo) con rabbia di nuovo poniamo il maschio al centro del nostro discorso e della nostra vita e mostriamo al mondo quanto, in effetti, ci interessa del suo giudizio. Questo è un concetto che si può tranquillamente traslare nella vita quotidiana, che non è valido, insomma, solo in ambito letterario.

Le donne, secondo Virginia Woolf, non devono scrivere di come vorrebbero il mondo, né devono scegliere gli argomenti da affrontare in base alla lotta fra sessi, no. Le donne devono scrivere e parlare degli stessi argomenti degli uomini, di loro stesse, di sentimenti (senza paura di essere definite frivole o superficiali): devono prendere possesso e raccontare la realtà, senza il filtro della rabbia sociale che pospone la trama e l’argomento del proprio libro alla propria, personale, insoddisfazione. Scrivere significa voler dire qualcosa, perciò, dice Virginia Woolf, raccontate la realtà così come la vedete, in modo da dare un’idea alternativa del mondo, della donna e dell’uomo, a quella finora proposta dal mondo maschile.

Fra cento anni, d’altronde, pensavo giunta sulla soglia di casa, le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso; ad esempio (in strada stava passando un plotone di soldati) l’idea che le donne, i preti e i giardinieri vivano più a lungo. Togliete questa protezione, esponete le donne agli stessi sforzi e alle stesse attività, lasciatele diventare soldati, marinari, camionisti e scaricatori di porto, e vi accorgerete che le donne muoiono assai più giovani e assai più presto degli uomini; cosicché si dirà: “Oggi ho visto una donna”, come si diceva “Oggi ho visto un aereo”. Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta, pensavo, aprendo la porta.

In questo senso, ad es., Jane Austen, a differenza di Charlotte Bronte e George Eliot che della loro rabbia hanno intriso le pagine dei loro romanzi, si è dimostrata inattaccabile: a Jane Austen (così come a Emily Bronte) non interessa assolutamente nulla del maschilismo, scrive come se non esistesse, al di sopra di qualsiasi rabbia (e pure doveva averne di ragioni per cui essere arrabbiata, se pensiamo ai tempi), indifferente al giudizio dei maschi per cui parlare di matrimoni e feste era una cosa prettamente femminile (così come Emily Bronte se ne infischia e racconta una storia d’amore struggente anche se, l’amore è, tradizionalmente, argomento femminile): Jane Austen era una scrittrice al di sopra di tutto questo. E i suoi romanzi, infatti, non raccontano storie di matrimonio, ma affrontano alla luce del razionalismo settecentesco la società del tempo e le sue forme, senza paura per il giudizio dei salotti letterari dell’epoca, dominati dai soli uomini.

Un saggio breve ma intenso, pieno zeppo di cultura, umorismo e femminismo, raccontato con lo stile unico e non sempre facile di Virginia Woolf, una delle narratrici più importanti di tutti i tempi. All’inizio ho faticato a entrare nel cuore dei concetti, affascinata e stordita dalla prosa complessa e dalle numerosissime stratificazioni, ma superate le prime due o tre pagine, è un tripudio di amore per questa Donna magnifica.

Il consiglio ultimo che Virginia Woolf dà alle giovani e future scrittrici (e prendete carta e penna, signore) è che la scrittura debba essere androgina, contenere elementi maschili e femminili, senza propendere più per l’uno o l’altro genere. In altre parole, se proprio volete un riassunto di questo libro in tre righi:

Fanculo il patriarcato, ragazze: se volete scrivere romanzi, guadagnatevi dei soldi (non quelli di vostro marito o vostro padre!) e una stanza in cui nessun altro può entrare e scrivere, ogni giorno, e quello che volete, fregandovene di ciò che gli altri pensano di voi. Fatelo in nome di tutte le donne che avrebbero voluto avere le vostre stesse opportunità.

Questo libro dovrebbe essere donato a ogni donna che nasce sulla terra, fin nella culla: bisognerebbe portarselo dietro, come sostegno, speranza, ispirazione.
Leggetelo, se volete fare le scrittrici. Leggetelo anche se non volete fare le scrittrici, ma volete essere delle donne migliori.

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Recensione di La sfolgorante luce di due stelle rosse, Davide Morosinotto [ Mondadori ]

Siamo abituati a pensare alla storia come a una sequenza di date, battaglie, nomi altisonanti: invece la storia, come suggerisce il nuovo romanzo di Davide Morosinotto “La sfolgorante luce di due stelle rosse”, edito Mondadori, è fatta soprattutto da eventi spesso dimenticati, da piccoli grandi gesti di solidarietà, eroismo o vigliaccheria, da uomini e donne sconosciuti, da incontri casuali e in questo caso da due ragazzini di appena dodici anni, Viktor e Nadya, costretti ad affrontare le crudeltà e l’insensatezza della guerra, ancora più assurda se guardata attraverso gli occhi dei bambini.

Titolo: La sfolgorante luce di due stelle rosse
Autore: Davide Morosinotto
Genere: storico, romanzo per ragazzi
Data di pubblicazione: 2017
Pagine: 432
Prezzo: 17.00 €
Link acquisto: ebook | cartaceo

Il libro: Un’epopea avventurosa attraverso l’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale.
Viktor e Nadia hanno tredici anni, non si sono mai separati. Quando scoppia la guerra e Leningrado viene evacuata per sfuggire all’assedio dell’esercito nazista, le loro strade si dividono. Viktor finirà in Siberia, lontanissimo dalla sorella, e il suo viaggio per tornare da lei avrà il sapore metallico del sangue e delle armi e quello puro della neve e dell’avventura. Il romanzo si compone dei diari scritti dai due ragazzi ed esaminati da un colonnello dei servizi segreti sovietici chiamato a giudicare se le azioni dei due ragazzi siano meritevoli di encomio o di punizione. Una storia epica sulla spirito di resistenza, le atrocità della guerra e le assurdità del totalitarismo.

THE QUEEN PUPPET É COMPLETAMENTE E IRRIMEDIABILMENTE INNAMORATA DI QUESTO LIBRO!!!

Ambientato nel periodo del Fronte Orientale, la lunga e sanguinosa Campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, La sfolgorante luce di due stelle rosse mescola storia e finzione e lo fa attraverso gli occhi di due ragazzini russi di appena dodici anni, gemelli: Viktor e Nadya. Appartengono a loro le voci che ci racconteranno la guerra, il nazismo, il comunismo, le lunghe lande ghiacciate, il freddo, la mancanza di cibo, la tolleranza, la fiducia, l’amore, l’amicizia, la famiglia. Strutturato come un rapporto del Commissariato del Popolo per gli affari interni del CCCP, il romanzo è raccontato a tre voci: quella di Viktor, che scrive i suoi quaderni, quella di Nadya che fa altrettanto e quella di un colonnello russo incaricato di giudicare se Viktor e Nadya sono colpevoli o innocenti. In realtà la voce del colonnello ha il compito di dare un filo logico e mettere insieme, anche cronologicamente, i diari scritti dai due ragazzi che, per diverse ragioni, si ritrovano separati durante la storia.

La storia inizia a Leningrado: la minaccia tedesca costringe gli abitanti della città a scappare. Tra questi, ci sono Viktor e Nadya, i cui genitori lavorano all’Ermitage: mentre il padre è costretto ad arruolarsi, la madre decide coraggiosamente di restare al museo per mettere in salvo le opere d’arte dalla furia nazista. Viktor e Nadya vengono inviati in un luogo sicuro, ma ben presto il destino li separa e da quel momento al dolore della guerra si aggiungerà quello per la lontananza dai propri affetti, che i due ragazzi cercheranno di colmare con tutte le loro forze. Uniti da un filo invisibile (come spesso accade ai gemelli), Viktor e Nadya lotteranno per tornare l’uno nelle braccia dell’altra e, nel frattempo, salveranno la Russia dalla disfatta!

L’idea attorno a cui ruota questo romanzo è la scelleratezza della guerra, che fa fare cose orrende anche alle persone più normali (“Ho pensato che la guerra in fondo è proprio questo: persone normali che commettono normali cose terribili”), ma anche il potere che hanno i singoli individui quando si uniscono per una causa comune, l’eroismo di persone insospettabili (come i bambini o gli anziani), i piccoli gesti di solidarietà che possono cambiare il corso della storia. Se è verissimo che la guerra sono persone normali che fanno cose orribili, è sicuramente anche vero che la guerra sono persone normali che fanno cose incredibili: perciò, la storia di Viktor e Nadya potrà essere anche pura invenzione, potrà sembrare strano immaginare dei bambini salvare un intera città e un paese e capovolgere le sorti di una guerra, e invece, se ci pensiamo bene, è proprio così che funziona la storia: dietro le pagine dei nostri libri di scuola, i nomi nomi e le date delle battaglie, ci sono stati donne e uomini, bambini, anziani ormai dimenticati, stanze nelle quali si sono consumate piccole o grandi violenze o atti di eroismo che, alla fine, hanno cambiato tutto.

Quello che emerge dalle pagine di questo libro è un messaggio “sfolgorante” come la luce che illumina Viktor e Nadya: la memoria (e con l’avvicinarsi della Giornata della Memoria, il 27 gennaio, è bene sottolinearlo) è il nostro tesoro più prezioso, i diari di Viktor e Nadya non sono soltanto il modo in cui due ragazzini affrontano il momento più orribile della loro vita, ma anche la testimonianza che la storia è disseminata di sconosciuti eroi (chi è partito ed è andato in guerra e chi è restato e ha resistito), che tutto, anche ciò che sembra dimenticato, continuerà ad avere il suo peso nei secoli, che i libri, le opere d’arte, i monumenti, fanno parte dell’enorme bagaglio culturale affidato all’Umanità e che l’Umanità deve custodire, se non vuole scomparire, che non esistono popoli cattivi ma solo persone che fanno cose brutte per le ragioni più disparate ma che se al buio rispondiamo con la luce, allora non tutte le speranze sono perse: è ciò che dimostra la vicenda di Frank, il soldato tedesco che Nadya incontra durante il suo viaggio, un ragazzo come tanti (con una fidanzata, forse, degli amici, una famiglia, sogni e paure) che la guerra ha trasformato in un cecchino, un uomo con un fucile che non si fa scrupolo di torturare dei ragazzini. Può, una persona simile, essere perdonata e poi salvata? Secondo una giustizia chiusa e immutabile no, ma la storia umana non è una struttura chiusa e la pace è una conquista complicata che si basa su scelte coraggiose e, apparentemente, assurde: così, Nadya che risparmia l’uomo è il simbolo dell’innocenza e della speranza che non dobbiamo mai perdere, la luce che guiderà gli essere umani attraverso le tenebre, e lo sconosciuto magro e affamato che regala il suo tozzo di pane a Viktor, in una Leningrado costellata di cadaveri, e in cambio riceve il tesoro di Viktor, la medaglia in argento appartenuta a suo padre, simboleggia la solidarietà che cambia il destino degli uomini.

Avevo già avuto modo di amare lo stile di Davide Morosinotto nel Rinomato Catalogo Walker & Dawn (di cui vi ho parlato su YouKid.it e anche in questo articolo sul blog), quella era la storia di alcuni coraggiosi ragazzini alla ricerca del loro posto nel mondo, una storia di avventure e crescita, La sfolgorante luce di due stelle rosse è questo e anche altro: è un messaggio di pace, è un ricordo, è un modo per avvicinarci tutti e stringerci la mano, ricordare che le guerre non riguardano solo i paesi che combattono e gli eserciti che si affrontano, ma tutta l’Umanità.

Mi è piaciuto moltissimo il linguaggio giovane e immediato con cui la storia è stata raccontata, sono le parole di due ragazzini e dei loro amici, che parlano della guerra con la speranza tipica dei giovani, che affrontano la morte e il dolore, le ferite e le separazioni, con la testarda fiducia dell’innocenza. Non manca la poesia delle ampie lande russe, le albe sui laghi ghiacciati, le fortezze conquistate palmo a palmo, con orgogliose bandiere che sventolano sfidando i nemici, le città in rovina nelle quali camminano esseri umani smagriti ma ancora in grado di offrire ai bisognosi conforto e quel poco di cibo in loro possesso.

La terra russa emerge dalle pagine di questa storia come un gigante ferito che, in preda al dolore, colpisce e uccide, eppure è la natura a offrire salvezza e riparo (la famosa “Strada della Vita”) al momento opportuno. La cura e i dettagli con cui Davide Morosinotto descrive luoghi e vicende è un elemento che arricchisce ulteriormente questa storia, che consiglio a chi ama i metalibri (il romanzo è costituito dai diari di Viktor e Nadya, scritti con inchiostri diversi per distinguerli), da fotografie, mappe e disegni, i libri che mescolano fatti reali e fantasia, i romanzi avventurosi, epici e commoventi, le storie per ragazzi.

Leggete La sfolgorante luce di due stelle rosse, non ve ne pentirete!

Davide Morosinotto è nato nel 1980 in un piccolo paese vicino a Padova, vive a Bologna. É giornalista, traduttore di videogiochi, scrittore di fantascienza e libri per ragazzi. Nel 2007 ha vinto il Mondadori Junior Award, e ha pubblicato il suo primo libro. Da allora ha scritto più di trenta libri. Nel 2017 ha vinto il “Superpremio Andersen” con “Il rinomato catalogo Walker & Dawn.”

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Recensione dei quattro misteri di Fairy Oak, Elisabetta Gnone [ Salani ]

Leggere la trilogia di Fairy Oak (ecco la recensione della trilogia formata da Il segreto delle gemelle, L’incanto del buio e Il potere della luce) è stato come fare un tuffo nella mia infanzia: la capacità di raccontare e farti innamorare del suo mondo e dei suoi personaggi che possiede Elisabetta Gnone è più unica che rara.

Ho provato per tutto il tempo la sensazione di essere tornata a casa, fra sentimenti, odori, rumori e sapori conosciuti. Fairy Oak è una serie per bambini? In realtà, come tutti i grandi libri per bambini, credo sia una lettura perfetta anche per gli adulti che non hanno dimenticato. E poi: sentimenti “da bambini” l’amicizia, l’amore, il sospetto, il tradimento?

Per fortuna Elisabetta Gnone sapeva di non aver ancora detto tutto con i primi tre libri della serie, ed ecco allora arrivare quattro deliziosi spin-off, che ci riportano nel mondo incantato di Vaniglia e Pervinca per svelare quattro misteri. Sono passati tanti anni e Felì ha ormai lasciato le gemelle e fatto ritorno al suo paese.

Qui, però, le sue amiche fate non si accontentano della conclusione della storia: vogliono saperne di più, proprio come chi ha letto la trilogia! Così Felì/ElisabettaGnone ci accontenta e decide di narrare quattro misteri legati a Fairy Oak:

In quel momento decisi che avrei raccontato alle mie compagne quattro misteri di Fairy Oak, uno per ogni sera, per quattro sere, dopo di che non avrei più parlato del passato.
La prima sera parlai d’amore,
la seconda di mirabolanti incantesimi,
la terza di amicizia,
la quarta sera raccontai un addio.

Capitan Grisam e l’amore

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THE QUEEN PUPPET RITIENE CHE QUESTO LIBRO SFIORI LA PERFEZIONE

Il libro: In una grotta segreta, fra le cascate ghiacciate dall’inverno, cinque giovani amici aprono un antico baule e liberano una storia che per molti anni era stata chiusa e dimenticata! E si troveranno a mettere insieme i pezzi della storia del loro Capitano, fitta, come scopriremo, di colpi di scena. Pochi indizi, inattese scoperte e laconici ricordi aiuteranno i ragazzi a ricostruire i pezzi di un passato sepolto che a tratti appare oscuro e addirittura spaventa. Età di lettura: da 10 anni.

 

 

Capitan Grisam e l’amore è il primo dei quattro misteri che saranno svelati. Protagonista della prima storia il bellissimo e coraggioso mago del buio innamorato di Pervinca: Grisam, un personaggio che ho amato molto. La storia è ambientata qualche tempo dopo la fine delle vicende raccontate nel terzo e ultimo volume: il Terribile 21 è stato sconfitto e la vita a Fairy Oak è tornata alla normalità. Il fatto è che un posto dove convivono Magici e NonMagici non è destinato alla normalità, ed ecco allora un novo mistero da svelare, che coinvolge tutto il villaggio, la sua nascita, i suoi abitanti.

Dopo la morte del Capitano Talbooth, i ragazzi di Fairy Oak hanno ricevuto in eredità diverse cose, fra cui un forziere che contiene gli elementi di una storia misteriosa, quella di un uomo innamorato, tradito da un amico e destinato all’oblio. Questa storia rischia di gettare una luce cattiva sulla vita del Capitano, ma i ragazzi proprio non ci stanno. Il Capitano Talbooth era un uomo d’onore e non avrebbe mai raccontato loro tutte quelle bugie: la banda di Capitan Grisam, allora, si mette alla ricerca della verità nascosta tra vecchie foto e lettere misteriose.

Elisabetta Gnone ci riporta a Fairy Oak con un’avventura che farà crescere ancora di più i ragazzi, cementerà ulteriormente i loro rapporti, che farà scoprire loro il valore dell’amicizia e quello dell’amore. Di amore, molto, si parla, come di una forza incredibile capace di attraversare gli Oceani alla ricerca della verità. Come ogni libro di Fairy Oak, anche questo contiene un messaggio positivo, buono, dedicato ai ragazzi: siate curiosi, inseguite avventure, cercate la verità, amatevi profondamente.

Gli incantevoli giorni di Shirley

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Il libro: A Fairy Oak è finalmente giunta la primavera. L’aria profuma di narcisi, di giornate lunghe e di giochi. Ma anche di pioggia. E infatti piove, diluvia, grandina perfino! Per lunghi, interminabili giorni. Menomale che c’è Shirley Poppy a sollevare gli animi dei giovani del villaggio, con un nuovo, intricato mistero. Nascosto nel laboratorio di sua zia, infatti, la giovane e potentissima strega, ha trovato un ricettario molto, molto strano. Non a uova e farina si fa cenno nelle antiche pagine sgualcite, ma a spade di sale, a pezzi di cielo, a cuori di pietra e a un segreto, il Segreto del Bosco. Decisa a scoprire di cosa si tratta, Shirley coinvolge le gemelle Vaniglia e Pervinca e tutta la Banda del Capitano in una serie di mirabolanti avventure. Sarà pericoloso, i ragazzi lo sanno, ma ciò che vedranno e impareranno li ripagherà di ogni ferita e paura. Per sempre. Età di lettura: da 10 anni.

Il tema del secondo volume è la magia: e non potrebbe essere altrimenti, visto che la protagonista è Shirley Poppy, una strega molto particolare, perché racchiude in sé l’Infinito Potere, ossia sia Luce che Buio. L’intervento di Shirley ha permesso al villaggio di Fairy Oak di sconfiggere il Terribile 21 e ora un nuovo magico mistero, che coinvolge le origini della bambina, viene alla luce: Vaniglia, Pervinca e tutta la banda del Capitano Grisam si attiverà per risolverlo, salvando, nel contempo, ancora una volta Fairy Oak.

È primavera a Fairy Oak, ma la pioggia bagna ancora la valle incantata: come mai? Certo, è dura essere felici con questo tempo, ma niente paura: Shirley Poppy e i suoi incanti misteriosi terranno i ragazzi occupati! C’è un mistero da risolvere!

Come sempre, la magia che emerge dalle pagine di questa serie è in grado di affascinare bambini e adulti: mi ha ricordato la meraviglia con cui leggevo le fiabe da bambina. Il linguaggio è diventato più complesso, ma sempre adatto a un pubblico giovane, c’è molto più humour e un’attenzione particolare per gli altri abitanti di Fairy Oak.

Come sempre i capisaldi di questa serie sono l’amore, l’amicizia, la solidarietà, l’amore per Madre Natura, che va sempre rispettata, assieme a tutte le sue creature. Insegnamenti importantissimi, raccontati con uno stile moderno e dolce, che ricorda al lettore l’importanza di avere persone e cose di cui prendersi cura.

Flox sorride in autunno

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Il libro: Succede sempre così, un giorno di settembre, qualcuno commette una stranezza più strana delle solite stranezze, e da quel momento, per un mese, a volte due, da Fairy Oak è bandita la normalità. La chiamano “La danza delle follie di stagione”. È esilarante quel che avviene in quei giorni e bellissimo, perché ciascuno sembra dare davvero il meglio di sé quanto a fantasia, forza, abilità e… stravaganza. Anche gli alberi non scherzano, l’intera Valle sembra stregata. E Flox ha una teoria al riguardo: basta guardare gli occhi di chi danza per capire che… Lasciamolo dire a Flox, questo mistero lo svelerà lei, la ragazza arcobaleno, l’amica del cuore di Vi e Babù. Questa storia è dedicata a lei e all’amicizia, quella che ovunque ti volti te la ritrovi davanti e qualche volta ti lascia i lividi. E non solo sulla pelle… Età di lettura: da 8 anni.

Eccoci giunti al terzo mistero: quello in cui Felì racconterà dell’amicizia: la sesta avventura ambientata a Fairy Oak ha come protagonista la simpaticissima e colorata Flox e una serie di follie che accadono solo quando a Fairy Oak arriva l’autunno! Ho letteralmente adorato questo volume: ci ho trovato molto più umorismo ma, allo stesso tempo, pensieri profondi, osservazioni sulla vita e il primo, vero, reale incontro con il trascorrere del tempo. I bambini che abbiamo conosciuto stanno crescendo, iniziano a prendere coscienza della vita, con tutte le sue sfumature, dalla tristezza e solitudine della vecchiaia alla ineluttabilità della morte: l’autunno è la stagione in cui i colori esplodono e tutto il mondo sembra investito da una sorta di follia generale. È la scintilla che brucia prima del gelido inverno, quando tutti si rinchiuderanno a casa, davanti al camino, mentre la neve bloccherà le strade e renderà silenziosi i boschi.

Voi siete ancora dei poppanti, il tempo non vi ha ancora asciugato tutto il latte sulle labbra. Con noi, invece è canaglia: ci passa vicino e si porta via i nostri amici. Uno dopo l’altro, via, come foglie al vento. Questo succede quando si diventa vecchi. Eh, i giovani non lo sanno e ci trascurano o, peggio ancora, ci compatiscono, perché d’un tratto siamo lenti, orbi, sordi e anche un po’ scemi. Se ci ripetiamo, pensano che siamo suonati, se chiediamo scusa per il disturbo, non capiscono che ci dispiace sul serio dover dipendere da qualcuno” sospirò. “Se faccio una domanda, me la ripeto in testa mille volte, perché so che una domanda sciocca in bocca a un vecchio è sciocca tre volte, e gli altri alzeranno gli occhi al cielo.

A Fairy Oak, comunque, l’estate è ormai finita: è bellissima la maniera in cui Elisabetta Gnone descrive, nel capitolo iniziale, il passaggio dalla libertà della bella stagione, con le nuotate e le giornate infinite, all’incedere dell’autunno. Le giornate sono più fredde, ci si inizia a coprire con diversi strati di abiti, proprio come Flox, la migliore amica di Vaniglia e Pervinca. La ragazzina ha una vera e proprio filosofia per quanto riguarda i colori: li adora, li indossa, li colleziona, li vive. Proprio per questo è decisa ad analizzare e spiegare il perché della Danza delle Follie di Stagione.

Cos’è la Danza delle Follie? È una specie di smania che prende a tutta Fairy Oak quando arriva l’autunno! Un giorno, qualcuno fa qualcosa di strano e da quel momento iniziano ad accadere follie una dopo l’altra. Questa è stata sicuramente l’avventura che ho preferito finora: contiene la giusta dose di umorismo (soprattutto nella descrizione delle “follie” commesse dagli abitanti del villaggio), buoni sentimenti e… tristezza. Sì, soprattutto tristezza: perché l’autunno è una stagione piena di colori, è vero, ma che annuncia l’inverno, è un piccolo, bellissimo addio, proprio come questo terzo mistero fa da preludio all’ultimo, quello con cui saluteremo per sempre Fairy Oak.

Cosa s’impara leggendo questo volume di Fairy Oak? Che tutti hanno bisogno di qualcuno, di amici, di amore, anche (e soprattutto) chi non lo chiede o chi sembra non averne bisogno, che non bisogna mai fermarsi alle apparenze, ma ci si deve sforzare di capire gli altri, che gli anziani non sono una seccatura, ma una risorsa, che la morte non è solo dolore, ma una parte della vita, una cosa inevitabile, da accettare, proprio come gli addii e, infine, che fare domande è la maniera migliore per trovare risposte, anche alle cose più folli.

Addio, Fairy Oak

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THE QUEEN PUPPET RITIENE CHE QUESTO LIBRO SFIORI LA PERFEZIONE

Il libro: Felì è tornata a casa. Nei quindici anni che ha trascorso lontano, ha sempre scritto alle compagne rimaste a casa, descrivendo il villaggio, le bambine e tutte le incredibili avventure che viveva con loro e i loro fantastici amici. Al punto che ora le fate vogliono saperne di più, desiderano che lei racconti ancora, anzi, che non smetta mai! Chiedono altre storie, nuovi aneddoti, di sapere tutto del villaggio della Quercia Fatata e dei suoi abitanti. Felì accetta di buon grado e promette quattro nuovi racconti: le permetteranno di restare in compagnia dei suoi ricordi e di rivivere quei bellissimi giorni. Sì, ma per quanto ancora? Prima o poi dovrà separarsi dal passato e affrontare il futuro. Lei lo sa, e ora, che manca solo un racconto, sente il cuore batterle forte: riuscirà a dire addio a Fairy Oak? La sua ultima storia è intensa e commovente, e tuttavia cela un mistero, e svela una profezia… Età di lettura: da 8 anni.

E siamo arrivati, allora, al momento dell’addio. In quest’ultimo capitolo, la fatina Felì parlerà per l’ultima volta di Fairy Oak e dei suoi abitanti: il concetto attorno a cui ruota tutta la storia è che gli addii sono tristi ma necessari, a volte. Necessari come in questo caso: la fatina Felì ha lasciato le gemelle perché ora le piccole Vaniglia e Pervinca sono cresciute e possono andare avanti da sole, anzi devono! Mentre a Felì toccherà iniziare un’altra avventura in una nuova famiglia che ha bisogno di lei. Gli addii servono anche a far sì che la storia resti bella, che conservi dei misteri, perché anche i misteri sono utili e rendono la realtà magica.

Se Felì continuasse a parlare alle sue amiche fatine di Fairy Oak, probabilmente finirebbe con l’annoiarle e l’avventura perderebbe la sua magia: perché Fairy Oak resti il ricordo prezioso che è oggi, ecco che bisogna dirgli addio. Attraverso le parole di Felì, l’autrice stessa ci spiega la sua decisione di chiudere, con questo volume, le avventure di Vaniglia e Pervinca: tutto ciò che doveva essere detto è stato detto, ora ognuno può interpretare a modo suo i misteri e le magie di cui ha sentito raccontare.

La struttura di questo volume è diversa da quella dei precedenti: diviso in quattro diversi archi temporali, racconta piccoli e, all’apparenza, insignificanti fatti accaduti a Fairy Oak quando le gemelle erano appena nate, quando avevano sei anni, prima che scoppiasse la guerra contro il Terribile 21 e poi dopo, fino al momento in cui, compiuti i quindici anni, Vaniglia e Pervinca intraprendono le rispettive strade. É un lungo e struggente addio, fatto di cose piccole che vanno a riempire vuoti, a raccontare e ad approfondire la storia che già conosciamo. Meno avventuroso e appassionante dei precedenti tre (Flox sorride in autunno è in assoluto il mio preferito dei Quattro Misteri, seguito subito da Gli incantevoli giorni di Shirley e da Capitan Grisam e l’amore) ma ugualmente fondamentale per comporre, alla fine, il ritratto di questo incantevole mondo magico.

Addio, Fairy Oak è l’insieme di tanti, deliziosi, ritratti, è come sfogliare un album dei ricordi, è come sedere accanto al fuoco per ascoltare i nonni raccontare “storie antiche”: vediamo le gemelle crescere e cambiare, prendere consapevolezza di loro stesse, passare dall’infanzia all’adolescenza e via, verso l’età adulta, e questi passaggi, fondamentali, vengono raccontati mediate giornate qualunque, piccoli fatti quotidiani, azioni e parole apparentemente minuscoli. Anche i rapporti tra i vari personaggi sono raccontati con dolcezza e profondità: quello tra le gemelle, quello tra i ragazzi della banda di Capitan Grisam, i primi amori destinati a diventare eterni e poi l’amicizia tra Felì e Tomelilla…

Insomma, Fairy Oak mi ha davvero conquistato e resterà nel mio cuore come una delle serie più dolci, magiche e affascinanti mai lette: è stato come fare un tuffo nella mia infanzia, Elisabetta Gnone è riuscita a raccontare una storia e un mondo che tutti i lettori, grandi e piccoli, possono sentire come familiari, merito di uno stile perfetto che dosa con sapienza e attenzione gioie e lacrime, avventure e riflessioni. Alla fine, vi sembrerà di conoscere, uno per uno, tutti gli abitanti di Fairy Oak e sarò davvero dura dire loro addio, ma sarete consapevoli che tutto ciò che doveva essere detto sarà detto e riuscirete a risolvere anche l’ultimo mistero: “perché, a un certo punto, le bambine non hanno più bisogno di una fata?”. Felì non lo racconta, ma raccoglie tutti gli indizi: sta al lettore rifletterci e capire.

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