Recensione di Quattro madri di Shifra Horn (Fazi)

La storia inizia con la nascita di un bambino, un bambino sano, la cui madre si chiama Amal ed è israeliana. Questo gioioso evento, secondo la madre, la nonna e la bisnonna di Amal, spezza l’antica maledizione che ha colpito le donne della sua famiglia. Di quale maledizione si tratta? Con un linguaggio poetico e immediato, perfino crudo, Shifra Horn in Quattro madri, edito Fazi, racconta una storia tutta al femminile, intrisa di realismo magico, ma anche di psicologia, che è un modo meraviglioso per viaggiare nelle profondità dell’animo femminile, in una società fortemente maschilista ma che non può impedire la nascita di donne meravigliosamente forti e, forse proprio per questo, sole. Ecco la mia recensione!

Titolo: Quattro madri
Autore: Shifra Horn
Editore: Fazi
Serie: Autoconclusivo
Genere: narrativa contemporanea
Data di pubblicazione: 21 giugno 2018
Pagine: 369
Prezzo: 14,87 € | 9,99 €
Link d’acquisto: cartaceo | ebook

La storia di quattro generazioni di donne, a Gerusalemme, raccontata dal punto di vista dell’ultima donna ad aver partorito un figlio, in famiglia: Amal, che ha appena ricevuto in eredità dalla sua bisnonna una serie di foto scattate da un certo Edward, il suo grande amore. Le foto sono una traccia, per Amal, che la guida in un viaggio di scoperta alla ricerca di suo padre, delle radici della sua famiglia, attraverso la vita, i dolori, le perdite e la storia delle sue donne. Shifra Horn ci porta in un mondo fatto di simboli antichi, sangue e carne, un mondo estremamente tangibile, che profuma di spezie ma anche di sudore, illuminato dal sole cocente e spazzato da venti impietosi. Il mondo di quattro donne, le loro radici, gli affetti, le sconfitte, la forza, le lacrime.

E chi sono queste donne?

Mazal l’orfana, il cui matrimonio colpito dal destino dà inizio alla maledizione che vede ogni donna della famiglia partorire una femmina dovendola poi crescere da sola in seguito all’abbandono da parte del padre; sua figlia Sarah, i cui splendidi capelli biondi sono assieme segno di potere e solitudine; la figlia di Sarah, Pnina-Mazal, la cui straordinaria capacità di percepire i pensieri altrui le porterà gioie e dolori; e, infine, la figlia di Pnina-Mazal, Gheula, madre di Amal, la cui intelligenza è assieme un dono e una maledizione.

La storia di Mazal è solo un’introduzione per condurre il lettore nel cuore di questa famiglia di donne destinate a restare sole: la maggior parte del romanzo, infatti, è dedicato a Sarah dai lunghi capelli color oro, la donna più bella di Gerusalemme, desiderata da tutti e anche per questo sfruttata e spesso torturata dalla gente. Sara, dopo aver sposato Avraham (Abramo) e aver partorito Yitzhak (Isacco), bambino affetto da un grave ritardo mentale, accetta di seguire il marito all’estero, dove questi dovrà prendersi cura del padre malato. In America, lontana dai suoi affetti e preda di una suocera cattiva e invadente, che riesce a separare marito e moglie, Sarah è infelice. Così, dopo aver partorito una bambina che chiama Pnina (come la suocera) ma segretamente Mazal (come sua madre), Sarah prende i suoi figli e fa ritorno a Gerusalemme, senza suo marito. Ed è a questo punto che la storia inizia davvero. Sulla nave che la riporta a casa, Sara incontra il fotografo americano Edward: nasce un amore che li accompagnerà per tutta la vita, tra alterne vicende, e che documenterà tutte le fasi della storia di questa famiglia.

Gli uomini sono quasi del tutto assenti dalla storia, la scelta di Shifra Horn è voluta: le conseguenze delle loro azioni e il riflesso della loro presenza si sente, forte e chiaro, ma l’autrice sceglie di farli svanire dalla scena, esattamente come questi uomini hanno fatto con le loro donne.

Gerusalemme, coi suoi profumi, le voci nelle strade, la polvere e le tradizioni, è uno sfondo affascinante e ricco di luci e ombre, perfetto per raccontare una storia di un crudo pragmatismo e seducente realismo magico alla Garcia Marquez, in cui l’amore, ma soprattutto l’eros, è il vero motore. L’autrice dà moltissima importanza al corpo delle donne, all’erotismo, al fuoco della passione. Le donne sono, sembra dire Shifra Horn, condannate a provare di più degli uomini, sono soggiogate da leggi che impediscono loro di soddisfare desideri naturali, sono prigioniere di routine maschiliste, ma quando si liberano, quando si concedono di sentire liberamente, le catene si spezzano, i muri crollano. Le donne di questa storia amano, piangono, vivono per i loro figli e per gli spazi vuoti lasciati dai loro uomini, ma sanno trovare in quei vuoti il posto che spetta loro e, quando finalmente lo occupano, diventano invincibili e fanno paura.

Lo stile è scorrevole, immediato, fa uso di periodi lunghi, ricchi di metafore, simbolici, pieni di riferimenti alla tradizione, ma mai oscuri: Shifra Horn descrive sentimenti umani, reali e lo fa senza mezze misure, usando parole dirette. Anche l’erotismo è immediato, naturale, primordiale, direi: l’autrice non si concede inutili parafrasi, va dritta al dunque e riesce a essere poetica e allo stesso tempo spietata. La maggior parte della storia è raccontata, quindi i dialoghi sono davvero pochi, ma non è appesantita da un linguaggio tronfio e autoreferenziale, anzi.

Della storia mi è piaciuta la struttura, adoro le saghe familiari e l’idea di questo viaggio “fotografico” in quattro generazioni di donne l’ho trovata perfetta, molto bello anche lo stile. Ho adorato la storia di Mazal, Pnina-Mazal e di Gheula, i personaggi che mi hanno interessato meno sono, paradossalmente, quelli principali: Amal, che racconta la storia, e Sarah, a cui è dedicata la maggior parte del libro. Di Amal sono riuscita a percepire davvero poco, mentre su Sarah mi sarei soffermata molto meno.

Il libro è consigliato a chi ama le storie di donne forte e consapevoli, a chi adora i libri di Garcia Marquez, perché vi troverà echi e omaggi, a chi vuole respirare un’atmosfera esotica, calda, polverosa, speziata, venata d’erotismo e passione ancestrale.

È nata nel 1951 a Tel Aviv e vive a Gerusalemme. Dopo aver concluso la Hebrew University laureandosi in studi biblici e archeologia, ha proseguito la formazione approfondendo anche l’ambito della comunicazione di massa e ottenendo un diploma per l’insegnamento. Negli anni universitari è stata funzionario didattico per l’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei, coordinando la campagna per salvare gli ebrei etiopi e farli tornare in Israele. Ha trascorso cinque anni in Giappone come corrispondente dall’Estremo Oriente per il quotidiano «Maariv». Autrice pluripremiata di fama internazionale, con Fazi Editore ha pubblicato Quattro madri (2000), La più bella tra le donne (2001), Tamara cammina sull’acqua (2004), Inno alla gioia (2005), Gatti (2007) e Scorpion dance (2016).


 


			
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Review party: Il marciume, Siri Pettersen – Raven Rings 2

L’anno scorso, mentre leggevo La figlia di Odino era agosto e mi trovavo immersa nella fredda estate inglese, un clima perfetto per una lettura di questo tipo. Oggi, invece, con più di trenta gradi, mi trovo immersa in un bagno di sudore, davanti al mio caro Mac per scrivere la recensione del secondo libro della serie Raven Rings di Siri Pettersen, edita Multiplayer Edizioni: Il Marciume e, capitemi, è tutta un’altra cosa. Ma non lamentiamoci: se già state soffocando per il caldo, diversi brividi può darveli la lettura che vi propongo oggi!

Titolo: Il Marciume
Autore: Siri Pettersen
Serie: Raven Rings #2
Preceduto da: La figlia di Odino (recensione)
Editore: Multiplayer Edizioni
Genere: Fantasy
Data di pubblicazione: 17/05/2018
Pagine: 492
Prezzo: 21.00 €
Link acquisto: Cartaceo

Trama: Hirka è prigioniera di un mondo morente, divisa tra cacciatori di teste, nati dalle carogne e la nostalgia di Rime: per rivederlo sacrificherebbe ogni cosa. Nel nostro mondo a lei sconosciuto, è un bersaglio facile e la lotta per la sopravvivenza non è nulla rispetto a ciò che accadrà quando prenderà coscienza della propria identità. La fonte del marciume ha bramato la libertà per mille anni. Una libertà che soltanto Hirka può dare.

Siri Pettersen conferma il suo talento di storyteller, intessendo una storia che mescola fantasy e realtà, tradizione e modernità, passato e presente: popolano le pagine di questo secondo volume inquietanti leggende, folklore, amore, passione, sensualità, ghiaccio, pioggia, solitudine, sangue. Il sangue, poi, scorre letteralmente a fiumi: tanti i debiti da pagare e le vendette da realizzare. L’arrivo di due nuovi, maestosi, personaggi e l’ambientazione leggermente diversa regala a questo secondo volume un sapore nuovo e avvincente.

I punti di vista: Hirka e Rime, divisi

Purtroppo sì, alla fine del primo volume Hirka, sacrificandosi per il bene di tutti, ha dovuto dire addio al suo bellissimo e coraggiosissimo Rime, col quale c’era appena stato un passionale bacio. I due ragazzi accettano il destino: Hirka, attraversando i cerchi dei corvi, svanisce, lasciando il nostro bel guerriero tutto solo. Ripartiamo proprio da questa separazione, perché se nel primo volume i POV erano tre (Hirka, Rime e Urd che ci ha lasciato proprio alla fine del libro), in questo secondo volume i due punti di vista principali, Hirka e Rime, fanno parte di due ambientazioni diverse: Hirka, infatti, attraversando i cerchi dei corvi si è ritrovata in un mondo popolato da figli di Odino come lei (cioè senza coda… cioè… NOI!), più precisamente Hirka si trova in Europa, vive in una chiesa. Rime, invece, è ancora a Ymslanda, è il più giovane portatore del corvo che il Consiglio abbia mai avuto, ma proprio per la sua natura ribelle e rivoluzionaria non è ben visto dalla maggior parte dei membri – conservatori – del Consiglio. Inoltre, la morte di Urd ha lasciato ombre inquietanti.

Tutto il romanzo è narrato con un alternarsi di capitoli in cui il pov è ora di Hirka e ora di Rime, questo ci permette di passare dal nostro mondo a quello di Rime continuamente e di allargare moltissimo i confini della storia. Hirka si trova bloccata nel nostro mondo che, però, non è esattamente come lo conosciamo noi: antiche leggende, inquietanti creature e millenarie maledizioni tengono uniti figli di Odino, nati dalle carogne e Ymslandesi e Hirka si ritroverà al centro di tutto questo, scoprirà qualcosa in più delle sue origini, farà la conoscenza di alcuni personaggi memorabili: Stefan, cacciatore di reietti, Allegra, una donna infelice e sola e poi Naiell e Graal, di cui non posso dirvi di più, ma sappiate che entrambi cattureranno tutta la vostra attenzione.

So che la domanda di tutti quanti i fan della ship Hirka/Rime si fanno è: “riusciranno i nostri eroi a coronare il loro sogno d’amore in questo volume?”, per conoscere la risposta dovrete leggere Il marciume, tenendo conto, comunque, che Siri Pettersen ama i twist plot e la suspense!

Il marciume, la superstizione, il nostro pianeta

Cos’è il marciume? La parola non lascia adito a fraintendimenti: il marciume è putrefazione, puzza di morte, decomposizione. É così che Hirka vede il nostro mondo, spostandosi di città in città: cumuli di immondizia, degrado, la vita frenetica di enormi agglomerati urbani, dove più persone ci sono, meno rapporti umani esistono. A Hirka il nostro mondo appare morente, ferito: e sembra così anche a noi, quando guardiamo con gli occhi di una ragazzina sedicenne che viene da un mondo dove conta ancora il sorgere e il calare del sole, il volo degli uccelli, l’accendersi delle stelle di notte. Il nostro caotico mondo è pericoloso, pieno di insidie ma anche di enormi possibilità, come Hirka scoprirà strada facendo.

L’evoluzione di Hirka, anche in questo volume, è straordinaria: ormai siamo di fronte a una donna, quasi, che sa esattamente cosa vuole e come fare per ottenerlo. Dimenticate, allora, la fragile ragazzina arrabbiata del primo volume: alla fine de La figlia di Odino, Hirka appariva già cambiata, era riuscita ad ammettere, soprattutto con se stessa, di essere innamorata di Rime, si era sacrificata per un bene superiore. In questo secondo volume la posta in gioco sale ulteriormente e le scelte di Hirka saranno ancora più difficili.

Ancora una volta una trama fatta di astuzie e coraggio, oltre che di una sottile, quasi impalpabile, eppure sostanziale, passione: passione intesa come sensualità pura, come amore, come attaccamento alla vita. É una storia di grandi e potenti sentimenti, mette al centro, ancora una volta, il desiderio di potere, di vita eterna e poi la vendetta, il rimorso, i rimpianti. Tutti i sentimenti che hanno reso l’Umanità quella che è ora, tutto ciò che bisogna trovare in una storia epica.

Un mondo stratificato descritto con potenza

Lo stile è sempre quello che abbiamo imparato ad amare: frasi brevi, concise, ma potenti, metafore sempre calzanti, mai abusate, che riescono a descrivere, visivamente, persone, cose, azioni, sentimenti. Anche in questo caso, l’influenza delle leggende nordiche con tutto il loro incredibile simbolismo, così profondo, crudele, diretto, si fa sentire: ed ecco allora che la storia si popola di carcasse di corvi, ballerine nude dal corpo dipinto, sanguinolente stregonerie, mescolate con leggende europee d’origine cristiana e vampiri. Il potere di questa storia è esattamente questo: Siri Pettersen è riuscita a collegare elementi lontanissimi tra loro, dando vita a un universo coerente, cangiante, la cui prospettiva cambia in continuazione e le cui regole iniziano, finalmente, a svelarsi.

Il finale lascia il lettore sul più bello, e va bene così: io non posso che sperare che il terzo e conclusivo volume, arrivi prestissimo!

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Ribelle, Cristina Zavettieri: amore, passione, avventura nella Napoli del 1795

Ribelle di Cristina Zavettieri è finalmente tornato disponibile su Amazon in versione digitale: per festeggiare il ritorno dei nostri amati Bianca e Federico, vi ripropongo la mia recensione e tutte le informazioni sul romanzo! 

Titolo: Ribelle
Autore: Cristina Zavettieri
Genere: rosa/storico/erotico
Prezzo: 2.99 €
Formato: ebook (solo su Amazon)
Link di acquisto: ebook

Trama:

Napoli, 1795. Un ribelle e un’anticonformista. Federico Dalla Croce è un uomo dal carattere impossibile e dalla sensuale bellezza. Figlio illegittimo del re di Napoli, non crede ai suoi occhi quando Bianca di Albano lo infilza con una freccia per rimetterlo al proprio posto. Come osa sfidarlo? Dal canto suo, Bianca non ha mai conosciuto un nobiluomo tanto arrogante, capace con un solo sguardo di irritarla. Attraente, ma privo di ogni morale. Lei sa che non potrà mai appartenergli. Tuttavia la passione esplode e i due si ritroveranno ad affrontare un matrimonio di convenienza. La lotta ha inizio: la tentazione di cedere è forte, ma l’orgoglio di più. Sembra quasi che l’amore non sia sufficiente ad appianare le divergenze delle anime ribelli. Un romanzo dove la tensione erotica riesce a trasportare il lettore nella storia per fargli vivere il fuoco di un’emozione totalizzante, che lo lascerà senza fiato.

Estratto:

Non si aspettava quel bacio, ma arrivò… morbido e delicato, bruciante come una febbre invernale sotto la neve di dicembre. Con le mani, dure ma gentili, prese a sbottonarle il corpetto dietro la schiena. Bianca avvertiva i polpastrelli di Federico solleticarle la pelle e si maledisse per la sua debolezza. No, non doveva cedere… ma il suo bacio era così invitante, così pressante sulle sue labbra. Lottarono a lungo, fra i sospiri e frasi sconnesse, brividi caldi e imprecazioni. Le leccò le labbra e riuscì a sconfiggere le sue difese. Quando si avvide di avere libero accesso alla bocca, famelico, la esplorò, lasciandole sulle labbra il gusto amarognolo del vino. Il profumo naturale della sua pelle le inondò le narici: si sentiva ubriaca di lui. «Lasciatemi!» implorò lei debolmente, sentendosi in svantaggio. Uno strano languore si faceva strada dentro di lei, infiammandola. Federico ignorò le sue proteste e scese a baciarle la guancia, il collo, risalendo con la lingua e lasciando una scia rovente al suo passaggio. Bianca avvampava a ogni tocco e il vestito alla fine cadde a terra, inondando il pavimento in un insieme di gonne ondeggianti. Solo la leggera veste di seta la proteggeva dalle mani di Federico. Le dita sfiorarono la nuca, liberandole i capelli dalla semplice acconciatura, poi Federico si allontanò, tenendole ben fermi i polsi fra le sue mani per non lasciarla scappare via. Sgranò gli occhi stupefatto alla tenue luce delle candele e lei capì di non essersi mai sentita così donna come in quel momento.

La storia è ambientata a Napoli nel 1795, qualche anno prima dell’unità d’Italia: un periodo burrascoso e complesso della nostra storia, nel quale emerge la figura di Ferdinando di Borbone, re di Napoli, detto “Il re Nasone”, uomo pratico e amante della bella vita e delle donne. É con lui, che inizia questa storia: il re è stato, come suo costume, con donna e ne ha avuto un figlio, il nostro Federico, che crescerà nel lusso, adottato da un buon amico di suo padre il re.

Federico viene cresciuto nell’affetto e nella comprensione, ma il suo carattere ribelle lo porta spesso e volentieri a contrapporsi alle regole della buona società: come il suo padre naturale, ama le donne, adora le relazioni basate sul sesso e rifugge i legami più profondi. Bellissimo e fiero, le donne s’innamorano di lui a prima vista, perciò che grande smacco e che terribile sorpresa scoprire che la bellissima Bianca di Albano, nobildonna napoletana tanto sensuale quanto orgogliosa, in lui non vede che uno zoticone insopportabile che corre dietro a ogni sottana.

Per chiarire i suoi sentimenti verso il ragazzo, Bianca non esiterà a scagliargli contro una freccia, per difendersi dalle avance di Federico: è una dichiarazione di guerra. A ogni rifiuto di Bianca, Federico risponde con una provocazione, in una battaglia senza esclusione di colpi, che li porterà a stringere sempre più i loro rapporti finché saranno entrambi costretti a un matrimonio riparatore. E a quel punto che inizia il bello: i due, stremati dalla lotta, sono attratti l’uno dall’altra e allo stesso tempo provano a prendere le distanze. Per Federico, Bianca è solo un’altra conquista, la più bella e la più fiera, per la sua collezione. Per Bianca, Federico è l’ennesimo, sgradevole corteggiatore insistente e presuntuoso, che crede di poter governare il suo destino in quanto maschio.
Nessuno dei due vuole ammettere che l’attrazione che provano si sta trasformando in un sentimento violento e profondo.

La storia è bella lunga, quindi mettetevi comodi e godetevi ogni schermaglia, ogni scambio di desiderio mascherato da insulti, dei due protagonisti: dal 1795 arriveremo all’Unità d’Italia, percorrendo in questo lungo tratto di tempo la trasformazione del rapporto fra Bianca e Federico, l’amore, la crescita dei due personaggi. Gli avvenimenti storici sono solo accennati, diventano protagonisti solo alla fine: tutta l’attenzione dell’autrice è concentrata sulle figure di Bianca e Federico, tratteggiate abilmente in tutti i loro risvolti.

Lo svolgimento dell’azione è lineare: un uomo e una donna si odiano, avranno a che fare con le loro nature diverse e il fastidio che provano l’uno per i difetti dell’altra, costretti in un matrimonio combinato e quindi a condividere il tetto sulla testa e soprattutto la camera da letto, entreranno in contatto con altre persone, alcune buone, altre intenzionate a separarli, conosceranno la gelosia, il piacere sessuale e, forse, scopriranno l’amore.

Se la prima parte del romanzo risulta più statica, dedicata quasi esclusivamente all’evolversi del rapporto amoroso fra i due, la seconda parte è quella più movimentata in cui la scena politica e storica del tempo entra con prepotenza nella storia.

La messa a punto dell’identikit psicologico di ciascun personaggio è approfondita, soprattutto per quanto riguarda i due protagonisti: dopo averli visti agire per un po’, si possono indovinare le loro reazioni, sempre coerenti con la struttura pensata dall’autrice, nonostante i cambiamenti e la crescita cui vanno incontro. Riusciamo a vederli, anche grazie alla sapienza con cui Cristina riesce ad approfondire le loro peculiarità fisica e al modo in cui è chiarito dall’autrice il tracciato delle relazioni fra i vari personaggi, non solo quelle fra Federico e Bianca, ma le parentele, i rapporti sociali e le dinamiche che intercorrono fra tutti quelli che compaiono sulla scena.

Molto bello, in questo senso, il rapporto di Federico con la donna che l’ha cresciuto, l’unica che riesce a vederlo per ciò che è davvero, al di là dell’aspetto minaccioso ed egoista. Anche i rapporti più conflittuali (quelli di Federico con una donna con la quale ha avuto una relazione, pazza di gelosia e quelli di Bianca con un ex spasimante) sono ben caratterizzati, tanto che ho avuto l’impressione, leggendo, di trovarmi davanti al palcoscenico di un teatro, con i due protagonisti al centro, inquadrati dalla luce e tutta una serie di comprimari nell’ombra che, al momento opportuno, mostrano il loro volto e il ruolo che hanno nella storia.

La cosa che più mi ha colpito di questo romanzo è l’espressività del linguaggio di Cristina Zavettieri: una voce narrante coerente, fluida, che è riuscita a mescolare la lingua della narrazione a quella dei personaggi (in qualche caso, il napoletano) e a passare da un POV all’altro mantenendo l’identità e la caratterizzazione dei personaggi, recitando di volta in volta il ruolo di Federico, di Bianca e di tutti gli altri, senza eccedere, conservando sempre il tono giusto per ognuno.

Dicevo che l’ambientazione resta solo sullo sfondo, il periodo storico, con le sue complessità, non entra in contatto più di tanto con la storia fra i due, se non alla fine: ogni interesse è rivolto alla storia fra i due, da lettrice avrei voluto saperne di più, mi sarebbe piaciuto vedere la coppia ribelle gettata nella mischia della storia che portò all’Unità d’Italia o avrei voluto che l’autrice aggiungesse una sottotrama, intrighi, misteri (come accade nei romanzi di Angelica, per esempio), perché credo che lo stile in cui Cristina racconta sia splendido e si presti anche a trame più complesse. In ogni caso, si vede che in questo caso l’autrice vuole concentrarsi sull’amore tra i due, senza farsi distrarre da altre questioni: il ritmo della narrazione risulta scorrevole, fluido, accattivante e l’evoluzione della storia ci conduce ben presto verso il climax finale, in cui tutti i nodi verranno al pettine.

Ribelle è un romanzo pieno di eros, è palpabile nelle scene di sesso descritte dall’autrice, eppure sempre bilanciato, mai ridicolo. L’autrice sa farci vedere il desiderio e sa descriverlo con le parole giuste per rendere tutto credibile, reale, appassionante. Ho trovato in questo romanzo alcune delle migliori scene d’amore di sempre, per stile e per ritmo: ce ne sono molte, tutte diverse, tutte della giusta durata e intensità. Mi sento di consigliare questo libro a chi ama gli storici in cui amore ed eros si mescolano in parti uguali: è un romanzo che si legge d’un fiato, nonostante la mole, merito di un’autrice dallo stile fresco che ha saputo mettere sulla scena personaggi accattivanti ai quali, alla fine, non ci si può che affezionare.

Cristina Zavettieri è autrice di romanzi d’amore storici e contemporanei dalle tematiche controverse e ricchi di colpi di scena.

 

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Ripley Bogle, Robert McLiam Wilson (Fazi)

Un incrocio fra Fante, Bukowski e Dickens, ecco come definirei la scrittura di Robert McLiam Wilson, scrittore irlandese, diventato famoso a livello internazionale con Eureka Street, romanzo in cui raccontava, con humour impietoso, il conflitto cruento tra protestanti e cattolici in Irlanda. In Ripley Bogle, pubblicato da Fazi a maggio 2018, torna la capacità dell’autore di descrivere con sguardo caustico ma mai rassegnato, pungente ma non melodrammatico, la dura vita della strada: in questo caso il protagonista è Ripley Bogle, ventiduenne dalla straordinaria intelligenza ma condannato a una vita randagia, un po’ per destino, un po’ per scelta.

Titolo: Ripley Bogle
Autore: Robert McLiam Wilson
Serie: Stand alone
Genere: Drammatico
Data di pubblicazione: 10 maggio 2018
Pagine: 384
Prezzo: 9.99 € ebook
Link acquisto: cartaceo | ebook

La vita di un senzatetto non è di certo un argomento così affascinante, se la si vuole raccontare davvero: dimenticate l’idea di romantiche dormite sotto le stelle, l’abbandono dei beni materiali per beni più preziosi e intimi, l’idea di essere liberi dalle catene che la società impone… No. La vita di Ripley Bogle non è nulla di tutto ciò: figlio di una prostituta irlandese e un ubriacone gallese, Ripley è stato destinato fin da piccolo a una vita fatta di violenze, fame, risse, nel ghetto di Belfast in cui è nato e cresciuto.

É Ripley che ci racconta la sua vita e lo fa con voce forte, pungente, sarcastica, brutale, che non lascia spazio all’immaginazione, non fa sconti, né a se stesso né agli altri: è ancora pieno di energie, Ripley, nonostante la vita lo abbia già messo a dura prova più di una volta. La sua esperienza è quella di un ventiduenne dall’intelligenza straordinaria, che vede e sente più degli altri, sensibile, malinconico ma ben piantato nella realtà.

Ripley è un personaggio davvero pieno di sorprese, mai uguale a se stesso: la sua estrema intelligenza e l’ironia e la sensibilità con cui descrive il mondo ce lo fanno subito sentire vicino: Ripley ci racconta la sua vita che inizia negli anni ’70, per le strade luride di Belfast, fra la violenza, le risse e il menefreghismo della sua famiglia, da lì Ripley inizierà la sua esperienza di sensatetto.

Ripley alterna, nel suo racconto, poesia e brutalità, romanticismo e sarcasmo, in un complesso “flusso di coscienza”. Ripley è talmente folle e straordinaria da riuscire, nonostante tutto, a vincere una borsa di studio per frequentare il Trinity College di Cambridge, dove la sua vita cambia del tutto: qui conosce un’esistenza completamente diversa da quella della strada, una vita che però, non gli appartiene. Firmato dall’autore quando aveva solo 23 anni, Ripley Bogle parla di amore, senso di libertà, voglia di normalità e desiderio, allo stesso tempo, di straordinarietà, di personaggi anticonformisti, reali, eroi di bassifondi e di una Londra sporca e, allo stesso tempo, lirica nella sua decadenza.

Ho ammirato moltissimo la scrittura di Robert McLiam Wilson, autore di talento, in grado di dare immagini molto vivide e immediate al lettore, la storia, devo essere sincera, mi ha attratto meno: se non fosse stata supportata da una scrittura superlativa avrei abbandonato. La vita di Ripley è interessante solo se raccontata dalla sua voce, ho trovato diversi passeggi lenti per i miei gusti, anche il finale pieno di colpi di scena ha un che di “esagerato” per i miei gusti. In ogni caso, se siete in cerca di forti emozioni, a livello descrittivo, dovreste leggerlo.

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I fiori non hanno paura del temporale, Bianca Cataldi (HarperCollins)

Vi ricordate gli anni ’90? I Nirvana, i diari segreti, gli appuntamenti telefonici, i walkman? Vi ricordate di quando non vivevamo perennemente connessi e i rapporti umani erano forti e spaventosamente fragili allo stesso tempo? Potevi incontrare una persona e, senza avere il suo numero o il suo indirizzo, perderla per sempre… Forse per questo quei rapporti assumevano tutt’altro significato, erano lenti, pochi e profondi, vicini. Ecco, il fulcro del bellissimo romanzo di Bianca Cataldi, I fiori non hanno paura del temporale, edito HarperCollins Italia è, a mio parere, proprio questo: un inno alla fragilità, che può essere un valore aggiunto, per assurdo simbolo di eternità, proprio come quei fiori, all’apparenza così fragili, che resistono ai temporali, tornando a rialzare la testa dopo la pioggia.

Titolo: I fiori non hanno paura del temporale
Autore: Bianca Rita Cataldi
Serie: Stand alone
Genere: Drammatico
Data di pubblicazione: 22 febbraio 2018
Pagine: 277
Prezzo: 14.45 € | 6.99 €
Link acquisto: cartaceo | ebook

Bologna, 1997: Corinna ha i capelli rosso fuoco, ha 16 anni e un padre che è scappato prima di conoscerla. Serena ha sette anni, non le somiglia per niente (o almeno è ciò che pensa), ma guarda a sua sorella maggiore con il tipico interesse delle sorelle minori, come a una proiezione di se stessa nel futuro, di ciò che farà quando avrà anche lei sedici anni, scoprendo, tramite la sorella, l’amore, la musica e anche il dolore. Corinna e Serena si ritrovano a condividere i segreti contenuti in una scatola di scarpe, segreti che riguardano il padre di Corinna, la storia con sua madre, il passato di Corinna stessa e, forse, il suo futuro. Inizia, allora, una specie di caccia al tesoro per interpretare tutti i simboli contenuti nella scatola: un taccuino, un biglietto del cinema, delle forbici da barbiere… una caccia al tesoro che ha senso solo calata nello spirito dei tempi, in un mondo senza cellulari, internet, computer, dove la ricerca avviene non seduti davanti a un pc, tramite un motore di ricerca, ma è fatta di appuntamenti, persone, domande, facce, racconti.

La ricerca di Corinna e della piccola Serena, detta Poochie, che le fa da aiutante è solo uno degli elementi di una trama semplice e ricca allo stesso tempo: spostandosi agilmente sull’asse del tempo con la leggerezza di un’acrobata, Bianca Cataldi visita il passato, mostra il presente e descrive scampoli di futuro, mescolando le carte, creando un puzzle spazio-temporale che tiene sempre desta l’attenzione del lettore. Un attimo prima Serena ha sette anni e sta andando con la nonna a visitare la cappella di famiglia nella quale sono seppellite le sagge zie alle quali le donne della sua famiglia si rivolgono quando hanno qualche problema, un attimo dopo Serena è adulta e sta scrivendo una storia, questa storia, poi saltiamo negli anni ’80, quando i genitori di Corinna si sono incontrati, poi ancora prima, a quando i nonni di Corinna e Serena si sono innamorati… Il tempo è una variabile romantica, è scandito da profumi, rumori, voci, incontri, particolari all’apparenza infinitesimali (un abito con dei limoni, una macchina da scrivere, il ronzio di un’ape, la ricetta di un dolce scritta a mano, il gorgoglio del tè, ecc.) e proprio per questo permane in tutta la sua forza. Sono i particolari a conservare i ricordi.

Lo stile di Bianca è poetico, ricco di metafore e utilizza un lessico ricercato ma, allo stesso tempo, in grado di toccare le corde più intime del lettore: non c’è un uso prolisso e autoreferenziale della lingua, anzi. Che Bianca sappia raccontare e usare la lingua italiana si vede, forte e chiaro, ma il tutto avviene con estrema naturalezza e la lettura scorre via veloce, senza intoppi, avvolge e coccola il lettore, lo fa sentire importante, come se ogni frase fosse stata dosata, pesata, scolpita e messa lì con sapienza e coscienza (ed è proprio ciò che è avvenuto).

La caratterizzazione dei personaggi è chiara e precisa: di ognuno abbiamo sufficienti elementi per definirne l’aspetto e il profilo psicologico, visto attraverso gli occhi di Serena, in un modo che ci fa sentire come se sfogliassimo un album di foto di vecchi amici. La costruzione del personaggio di Serena si è rivelata particolarmente incisiva: l’evoluzione della ragazza, che da “spalla” di Corinna, diventa protagonista, assumendo il ruolo di Cantastorie, è profonda e centrale. Mentre tutti gli altri personaggi sono immagini intrappolate in vecchie foto, ricordi cristallizzati e rievocati dalla voce narrante, Serena evolve, cambia, diventa donna e torna piccola, ci racconta e si racconta e il mondo cambia, visto dai suoi occhi, ora di bambina, ora di adulta.

Un romanzo poetico, un inno alla fragilità, dicevo, e alla complessità dei rapporti umani, al legame profondo e unico che unisce due sorelle, anche se non hanno lo stesso padre. Un inno alla famiglia, un concetto ampio, dai confini non strettamente definiti (nella famiglia di Serena e Corinna trovano spazio padri naturali e putativi, nonne, zie, amiche di famiglia, ecc.) con una dedica speciale alle donne, alla loro straordinaria forza, al coraggio, all’intelligenza e alla resilienza, che si concretizza in quelle zie chiacchierone e sagge seppellite nella cappella di famiglia, un’immagine semplice ma di straordinaria potenza: è lì che inizia tutto, è lì che finisce tutto, in un cerchio che unisce vita e morte, rendendo quest’ultima ciò che è: un esito naturale. Gli esseri umani lasciano impronte (una ricetta scritta a mano, una scatola piena di ricordi…), è per questo che vale la pena vivere, ricordare, raccontare.

Bianca Rita Cataldi è nata nel 1992 a Bari, laureata in Filologia Moderna, diplomata al Conservatorio, sta svolgendo un dottorato a Dublino presso la School of Languages, Cultures and Linguistics. Lavora come editor e ghostwriter. È stata finalista al Premio Campiello Giovani 2009, è socia ordinaria dell’EWWA (European Writing Women Association) e del Movimento Internazionale Donne e Poesia. Ha pubblicato diversi romanzi: Il fiume scorre in te (2011), Waiting room (2013), Isolde non c’è più (2015) e I fiori non hanno paura del temporale (2018).

 

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