Recensione di Misteriosa, Olga di Carta 3 – Elisabetta Gnone

Buongiorno lettori!

Finalmente ritorno alla vita (e al blog) con la recensione di Misteriosa, Olga di Carta 3, il terzo volume della serie edita Salani sul potere delle storie, scritta da Elisabetta Gnone, l’autrice di Fairy Oak.

Fairy Oak è una saga che io ho amato particolarmente, potete leggere le recensioni della saga qui di seguito:

Recensione Fairy Oak, trilogia originale
Recensione I Quattro Misteri di Fairy Oak, tetralogia sequel

Ma andiamo al dunque, perché è ora di leggere la mia recensione di Misteriosa, Olga di Carta 3!

Misteriosa, Olga di Carta

Titolo: Misteriosa
Autore: Elisabetta Gnone
Serie: Olga di Carta, volume 3
Data di pubblicazione: 29 ottobre 2018
Pagine: 180
Prezzo: 12.66 €
Link d’acquisto: Cartaceo

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Misteriosa, Olga di CartaMisteriosa, Olga di Carta 3 è un romanzo che si allontana un po’ dai precedenti due, pur essendone la naturale continuazione: Elisabetta Gnone racconta, stavolta, una storia dal ritmo volutamente meno dinamico e dall’atmosfera onirica e intima.

È questa una storia che l’autrice racconta più agli adulti che ai bambini e, soprattuto, a una categoria fondamentale di adulti: gli insegnanti.

Anche questo volume è strutturato, come i precedenti, su due livelli narrativi: la storia di Olga, Mimma, Bruco e del bizzarro e simpatico paesino di Balicò e quella narrata da Olga, che questa volta racconta di quadri magici e coloratissimi nei quali tuffarsi per sfuggire alla realtà.

Manca l’atmosfera picaresca del “Viaggio straordinario”, in cui Olga di Carta viaggiava alla ricerca di se stessa e imparava che essere diversi vuol dire anche essere unici al mondo.

Non c’è il ritmo scanzonato delle storie con protagonista Jum, il simpatico mostriciattolo fatto di buio che si nutre di dolore e paura.

In questo terzo volume, Elisabetta Gnone decide di scrivere non solo per i bambini, ma anche per gli adulti, un compito davvero difficile.

Questa è una storia meno dinamica, certo, ma più profonda, direi intima, delle altre due.

Olga, Bruco, Mimma (e la sua amica Mirina, che viene dalla città e della vita di campagna non sa nulla) si ritroveranno bloccati, a causa di una tormenta, e lì, la capacità di Olga di raccontare e rassicurare salverà nuovamente la situazione.

La storia che stavolta Olga racconta ha per protagonista una bambina, Misteriosa, in grado di viaggiare tra realtà e fantasia: Misteriosa può tuffarsi nei quadri e nelle immagini di un libro e “navigare” fra mille colori e storie diverse.

I suoi genitori lo sanno, anche se non approvano: è bizzarro, per non dire assurdo, che una bambina sparisca per ore in una storia, no? Senza contare che gli abiti di Misteriosa, ogni volta che torna, le stanno sempre enormi!

Metafora meravigliosa di ciò che provano tantissimi piccoli “navigatori fantastici”.

Sono stata anche io una piccola Misteriosa, con una fantasia enorme, che adorava immergersi nei libri, che aveva spesso la testa fra le nuvole e preferiva decisamente la fantasia alla realtà.

I miei compagni di classe non comprendevano come potessi preferire i libri ai giocattoli o ai vestiti o alle uscite, e gli adulti che mi guardavano con preoccupazione, perché ero quel che si poteva definire, una bambina “stramba”.

Ho imparato col tempo a non sentirmi così.

Ma ho imparato anche che era sbagliato e pericoloso rifiutare la realtà per la fantasia, che l’amore per i libri non doveva impedirmi di avere degli amici, uscire, fare esperienze reali.

Dovevo solo trovare le persone giuste con cui uscire, vivere la vita e sentirmi a mio agio, nella mia “stranezza”.

Misteriosa, Olga di Carta 3 è una storia, bellissima, dolce, intima, che insegna appunto questo: la fantasia è fondamentale, la realtà non dev’essere dimenticata.

Tornare alla realtà è sempre stato fondamentale.

Devono capirlo i bambini: di ogni storia in cui entri, devi anche conoscerne l’uscita.

Devono capirlo gli adulti: realtà e fantasia non sono in contrapposizione, lì dove i confini della realtà sfumano nel sogno, ecco che inizia la fantasia, necessaria a diventare persone migliori.

Per diventare splendidi adulti, occorre restare un po’ bambini.

In Misteriosa, Olga di Carta 3 Elisabetta Gnone prende la Teoria del Fanciullino di Pascoli la mescola con Mary Poppins e tira fuori una storia dolcissima che non solo i bambini ma, come dicevo all’inizio, soprattutto gli adulti (e in particolare gli insegnanti) dovrebbero leggere.

L’autrice è stata in grado di tuffarsi nella mente dei bambini, uscirne e visitare anche quella degli adulti, scoprirne i bisogni e le paure, e gettarli sul tavolo, visibili, come carte di un mazzo.

Quante volte li mettiamo davanti alla realtà senza averli prima preparati, senza esserci prima assicurati che abbiano i mezzi, gli strumenti per comprenderla.

L’idea tutta adulta che un bambino “debba crescere” (fai il grande!, Sei grande ormai per queste cose!, Devi imparare ad affrontare il mondo!) è il più delle volte sbagliata.

Piuttosto, dice con la sua storia, Elisabetta Gnone, impegniamoci da adulti e soprattutto insegnanti (e nella categoria dei prof ci sono ormai, da un po’, anche io) a comprendere i ragazzi, a non spaventarli con la necessità di crescere, impariamo a usare la fantasia anche noi, accettiamo la vita con la stessa semplicità con cui la accettano i bambini.

Accettiamo le presunte “diversità”, i diversi tipi di amore, proprio come fanno i bambini: un tema solo sfiorato da Elisabetta Gnone, ma una carezza che ha un valore immenso, proprio per la naturalezza con cui è affrontato l’argomento, un segnale importantissimo, un abbraccio a tutti i bambini ma soprattutto a quelli, che in queste parole, si riconosceranno.

E mai, mai, ci fu altro da spiegare.

Ricordiamoci, infine, dei tempi in cui una storia aveva il meraviglioso potere di proteggerci e torniamo a sfruttare quel potere, per far sentire al sicuro tutti i bambini del mondo.

Alla fine di questo romanzo, posso dire di essere grata a Elisabetta Gnone e alla sua capacità di far sentire i suoi lettori, bambini e non, al sicuro, compresi, parte di questo bellissimo e colorato mondo in cui viviamo.

 

 

 

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Contro la gerarchia e il dominio (Meltemi)

Contro la gerarchia e il dominioCosa vuol dire essere contro la gerarchia e il dominio?

Si parla spesso, soprattutto di questi tempi, di Potere: i conflitti nel mondo aumentano e non riguardano solo la  vecchia contrapposizione fra Occidente e Oriente, Nord e Sud. I conflitti caratterizzano anche la nostra società, nelle sue componenti basilari.

Questo breve ma incisivo saggio, Contro la gerarchia e il dominio di Andrea Staid, edito Meltemi, è una riflessione illuminante sul potere, l’economia e il debito nelle “società senza stato” (le cosiddette società primitive) e anche nella nostra società.

Andrea Staid è docente di Antropologia culturale e visuale presso la Naba e dirige la collana Biblioteca Antropologica” per Meltemi, una casa editrice che si occupa da anni di temi sociali, antropologici, storici.

Il potere nelle società primitive

Il potere politico è universale […] e si realizza in due modi: potere coercitivo e potere non coercitivo. | Contro la gerarchia e il dominio

La nostra società è caratterizzata dal potere coercitivo, che crea contrapposizioni tra detentori del potere e assoggettati a questo potere e dunque conflitti fra dominati e dominanti.

La realtà, invece, delle “società senza stato” è ben diversa: il potere esiste anche lì, ma dipende dal consenso del gruppo, ogni capo è interessato a farsi benvolere.

Questo è un tipo di potere non coercitivo, privo del concetto di superiorità/inferiorità, quindi di quella gerarchia rigida che caratterizza il nostro corpo sociale.

Economia nelle società primitive. Le società contro il lavoro

Nella società occidentale […] uno dei campi dove si manifesta  in modo chiaro il potere coercitivo (comando-obbedienza) è proprio il campo del lavoro salariato. | Contro la gerarchia e il dominio

L’idea di accumulare un surplus, di avere più degli altri, di monetizzare, arricchirsi è tutta occidentale: nelle società primitive si produce ciò di cui si ha bisogno, il surplus non viene neanche considerato. In queste società non si vive per produrre, ma si produce per vivere.

La mutazione del debito

Il debito nelle società senza Stato è un contratto tra il capo e la sua tribù. | Contro la gerarchia e il dominio

Il che vuol dire che il capo, gratificato dal comando concessogli dalla sua tribù, ha verso la sua gente “un debito”, ragion per cui dovrà sempre “donare” alla società. Ha, infatti, un obbligo di generosità verso di essa.

Quando i capi sono in debito con la società, questa resta indivisa, quando la società s’indebita coi capi si produce la scissione in dominati e dominanti. | Contro la gerarchia e il dominio

Contro la gerarchia e il dominio

Questo è solo un breve assaggio dei concetti espressi in Contro la gerarchia e il dominio, ma già da questi pochi cenni si possono ricavare diversi spunti di riflessione.

1. cosa accadrebbe alla nostra società se cominciassimo a “ripensarla” guardando a queste realtà più piccole, più semplici, ma probabilmente meglio funzionanti della nostra?

2. È possibile rivedere i concetti di potere, lavoro, debito nella nostra società capitalistica?

Andrea Staid non dà risposte certe, ovviamente, neanche la più esatta delle scienze ne ha, ma fornisce interessanti domande e altrettante risposte, e lo fa utilizzando un linguaggio chiaro, accessibile a tutti, anche ai non addetti ai lavori.

Se cercate un modo per capire meglio la nostra società, il futuro verso cui corriamo e i modi per evitare il disastro, questo è il libro per voi.

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Recensione: La famiglia Aubrey

Ciao lettori!

Finalmente torno con una nuovissima recensione: La famiglia Aubrey di Rebecca West edito Fazi. Il romanzo è uscito a luglio 2018, è una nuova saga familiare (ricordate i miei amati Cazalet?), protagonista una famiglia metà inglese e metà scozzese nella Londra di fine Ottocento.

Ci ho messo un bel po’ a finirlo, devo ammetterlo: le oltre 400 pagine su Kobo e un periodo pieno di impegni (con l’estate di mezzo) mi hanno intralciato, ma così ho avuto il tempo di fare la dovuta conoscenza con tutti i simpatici, bizzarri e unici personaggi di La famiglia Aubrey!

Titolo: La famiglia Aubrey (The Fountain Overflows)
Autore: Rebecca West
Serie: La trilogia della Famiglia Aubrey
Genere: drammatico/saga familiare
Data di pubblicazione: luglio 2018 (I ed. 1956)
Pagine: 570
Prezzo: ebook 9.99 € | cartaceo 13.50 €
Link acquisto: ebook | cartaceo

La famiglia AubreyQuanto amo le saghe familiari: lo sa bene chi mi segue e mi conosce. La sensazione di “tornare a casa”, ritrovando tutti i vecchi e amati personaggi è una cosa che solo chi ama davvero le storie può comprendere.

Ecco, la verità è che quando ami qualcosa, non vorresti mai separartene, perciò se ami davvero leggere, trova una bella saga nella quale tuffarti e buona avventura.

Ma andiamo al dunque.

Ami le ambientazioni, raffinate, tardo-vittoriane, fatte di tè delle cinque, pianoforti e melodrammi?

Devi assolutamente leggere La famiglia Aubrey di Rebecca West!

Per la prima volta ebbi la consapevolezza reale della morte, e la vidi chiaramente per quello che era, come se qualcuno che camminava a fianco a me ne dispiegasse una mappa dettagliata reggendomela davanti mentre camminavo, mostrandomi il nulla e il nulla e il nulla, cosicché non potevo non vedere dove eravamo diretti.

Di cosa parla la famiglia Aubrey?

Oh, bambini, se amate qualcuno, dategli tutte le possibilità che merita.

La famiglia AubreyLondra, fine Ottocento. La famiglia Aubrey ha l’aria di essere la tipica famiglia inglese del tempo, ma solo l’aria, perché dietro le tradizioni inglesi, si nasconde un microcosmo di interessi, colori, idee, avventure davvero affascinante.

Chi sono i membri della famiglia Aubrey?

Il signor Aubrey è un giornalista/scrittore dalle idee lungimiranti, la sua intelligenza lo porta spesso a “vedere oltre” e questa caratteristica è percepita dal mondo esterno in maniera molto altalenante: da un lato, le persone sono affascinate dal carisma dell’uomo, dall’altro la totale incapacità del signor Aubrey di vivere calato nel mondo reale spesso provoca fastidio nel prossimo.

Il signor Aubrey si rinchiude spesso nel suo studio a pensare, disgustato dal mondo che ha intorno: trascura la famiglia, non sembra curarsi di nessuno, tranne che di se stesso. In più, continua a sprecare soldi, il che costringe la sua famiglia a vivere in gravi ristrettezze economiche.

La signora Aubrey è una ex pianista di belle speranze, speranze abbandonate nel momento in cui ha deciso di lasciare la musica professionale per sposarsi. Da quel momento e dopo la nascita dei suoi quattro figli, la signora Aubrey si è dedicata anima e corpo alla casa, ai figli, al marito: donna tipicamente vittoriana, puritana e dedita alla famiglia, incline ai sacrifici, e dalla filosofia bizzarra: sarebbe disposta a tutto pur di non ammettere una crisi.

Dire una bugia è sempre sbagliato, ma se sono le altre persone a mentire spesso hanno un buon motivo per farlo, e tu devi semplicemente renderti conto che hanno mentito e passare oltre.

La famiglia Aubrey

La signora Aubrey vive sotto la spada di Damocle della povertà, è invecchiata anzitempo a causa della pessima gestione degli affari da parte del marito e continua a pensare alla musica, la sua unica e grande passione, l’amore spezzato, che ha trasmesso ai suoi figli. Ama moltissimo suo marito e, anche davanti ai melodrammi peggiori, assume una compostezza da eroina tragica che commuove e fa sorridere.

I figli della famiglia Aubrey

Cordelia è la maggiore dei quattro figli degli Aubrey: bella e con nessun talento per la musica. Suona il violino, nonostante sua madre e le sue sorelle provino in ogni modo a farle comprendere che non è minimamente dotata.

Allora, e per tutti gli anni a venire, Cordelia era e sarebbe stata una di quelle donne il cui corpo non tradisce mai i moti interiori e che offre ristoro agli occhi come fanno l’acqua, le piante e i fiori.

Mary e Rose sono le figlie di mezzo, pianiste eccellenti. Rose è anche la voce narrante: acuta e spiritosa, piena di forza e intelligenza, un narratore simpatico col quale si entra subito in sintonia (è anche l’alter ego della West, per ammissione della stessa autrice).

Però non è tanto quello che uno fa, quanto il fatto che il tempo ti scivoli accanto. Ti piace sempre così tanto la primavera, e di quella passata non ti sei nemmeno accorta.

Infine, Richard Quin, l’ultimo nato: un ragazzino talentuoso e intelligente, che dice sempre quel che pensa e che mi ha ricordato moltissimo il Neville dei Cazalet, con la sua ironia irresistibile.

«Oh, Rose, ho così tanta paura della morte».
Chiesi: «Perché? Non può essere così terribile».
«Cosa? Non è così terribile?», esclamò lui. «Giacere fuori al freddo e sotto la pioggia?».
«La pioggia e il freddo non li senti, quando sei morto».
«Be’, a ogni modo da vivi si sta più caldi», disse lui.
«Ma l’atto di morire in sé dura solo un attimo», dissi io. «Oh, povero Richard Quin, mi dispiace molto che tu sia spaventato dalla morte, dev’essere orribile».
«Non capisci», disse lui, «non sono spaventato dalla morte in quel senso, se dovessi morire lo farei, non fuggirei. Ma è», rise timidamente, «una faccenda così dispendiosa, una tale scocciatura, una cosa così sgradevole». 

Ma non finisce qui, perché attorno alla famiglia Aubrey gravitano una serie di altri personaggi, fra cui la cugina Rosamund, bellissima e stramba quanto basta per fissarsi indelebilmente nella mente del lettore.

Umorismo e tragedia

La famiglia AubreyLa famiglia Aubrey è una versione più colta, umoristica e tragicomica dei March di Piccole Donne: la storia è intrisa del tipico dissacrante umorismo inglese, che riesce a trasformare ogni tragedia in un melodramma dalle tinte forti di cui si può ridere e piangere allo stesso tempo.

«La vita è terribile. Non si può fare altro che ridurla a un cumulo di sciocchezze».
«Terribile?», chiese la mamma sorpresa.
«Che senso ha la musica», chiese lui, «se il mondo è infettato da questo cancro?».
Si levò una voce dal buio, una voce che parlava con una tale sincerità da essere rotta dal pianto: «E che male può fare questo cancro, finché c’è la musica nel mondo?».

Il femminismo agli albori

L’indomita forza delle donne della famiglia Aubrey è la cosa che mi ha colpito di più.

Lo spirito femminista di Rebecca West è chiaro in questo romanzo in cui protagonisti sono la forza segreta, l’intelligenza sottile, in grado di vedere soluzioni e prevedere disastri, lo spirito di adattamento e l’innata ironia delle donne, a dispetto di un mondo che gli uomini credono di padroneggiare.

«Mamma», disse Richard Quin, «quella giacca non è più di pelle di foca, è solo un pezzo di foca morta. Questa è la differenza».
«Sciocchezze», disse la mamma stizzita. «Si capisce che la foca è morta. Altrimenti non potrei indossare la sua pelle».
«No, mamma», disse Richard Quin, «qui ci sono due morti. Prima è morta la foca, poi la sua pelle è andata al funerale e alla lettura del testamento, e ovviamente ha scoperto che le era stato lasciato tutto, allora ha venduto la sua casa e ha scelto di venire ad abitare con te. Ma ora, a tempo debito, è morta anche lei».

La signora Aubrey rappresenta la vecchia guardia, ma con qualche sprazzo di impertinenza e ribellione al quale proprio non riesce a sottrarsi, quando, ad esempio, si parla di musica (e sono i momenti in cui ho amato di più questa donna!)

Le sue figlie sono il futuro: il movimento femminista sta nascendo, il nuovo secolo è in arrivo, sarà il secolo delle due guerre, delle lotte per i diritti delle donne e di molti altri stravolgimenti… La West non ne parla apertamente, ma ce li fa assaporare nei cambiamenti all’interno della famiglia Aubrey.

Non saremmo mai riuscite a lasciarci alle spalle la nostra infanzia se non avessimo coltivato l’arte di ignorare le cose spiacevoli.

Personaggi preferiti e perché leggerlo!

La mia preferita è ovviamente Rose, quella che conosciamo meglio, visto che ne sentiamo la voce e i pensieri.

Ho amato profondamente anche Richard Quin, perché è spassosissimo e Rosamund, la cui comparsa sulla scena è una delle cose più belle dell’intero romanzo: la incontriamo in una situazione del tutto assurda e che non ci si aspetterebbe in una storia come questa, ma che aiuta a fissare nella mente la natura di questo personaggio, sempre in bilico tra mondo reale e mondo “altro”, ingenua ma acuta, buona ma ribelle.

Non voglio dirvi altro sui personaggi della famiglia Aubrey: dovete scoprirli da soli, è questo il bello.

Di certo dovrete armarvi di pazienza, perché il romanzo è lungo e, in qualche punto, la trama potrebbe sfuggirv, ma passerete attraverso piccoli, grandi drammi familiari, lunghe malattie, processi per omicidio e misteri dell’occulto e alla fine li amerete, amerete tutta la famiglia Aubrey e non vedrete l’ora di incontrarla di nuovo, per saperne di più.

Per sapere se il signor Aubrey riuscirà a fare pace col mondo, se la signora Aubrey, finalmente, la smetterà di preoccuparsi della sua povertà, se Cordelia scoprirà un talento nascosto, se Mary e Rose riusciranno a diventare pianiste professioniste, se Richard Quin brillerà come promette di fare, se Rosamund diventerà la creatura straordinaria che sembra nata per essere e via dicendo.

Se troveranno l’amore e saranno felici o quali altri drammi dovranno superare, prima di fermarsi.

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Recensione di Una ragazza inglese, Beatrice Mariani

Come non amare Jane Eyre e tutto ciò che trova ispirazione in uno de romanzi più belli e intesi di sempre? Eppure il romanzo di Beatrice Mariani, Una ragazza inglese, uscito per Sperling & Kupfer a marzo del 2018, non è riuscito a entusiasmarmi, anzi, mi ha lasciato una sensazione di fastidio, la stessa che si prova davanti a un’occasione persa.
Vi spiego perché.

Titolo: Una ragazza inglese
Autore: Beatrice Mariani
Serie: autoconclusivo
Genere: romantico, contemporaneo
Data di pubblicazione: marzo 2018
Pagine: 275
Prezzo: 16,90 € | 9.99 €
Link d’acquisto: cartaceo | ebook

Jane è giovane, si è diplomata a pieni voti in Inghilterra e trascorrerà l’estate come ragazza alla pari nella villa di una delle famiglie più in vista di Roma, i Rocca. Qui si prenderà cura del nipote di Edoardo Rocca, imprenditore affascinante quanto misterioso e qui, per la prima volta, scoprirà l’amore e la passione, proprio lei, che non aveva mai provato nulla di simile, così timida, innocua e banale da passare inosservata, attirerà, invece le attenzioni di Edoardo Rocca, ma non sarà facile per la giovane Jane restare integra in un mondo pieno di competizione, affari loschi e misteri. Vi suona familiare? È la trama, trasposta nei nostri tempi, di Jane Eyre, il capolavoro di Charlotte Brontë. L’idea di Beatrice Mariani è quella, infatti, di fare un omaggio a uno dei più bei romanzi sull’amore, sulle donne, sulla dignità e l’orgoglio umani, mai stati scritti. Ispirarsi a un libro di questa portata è semplice, nel senso che l’autore non deve faticare poi così tanto per tirare fuori una bella storia e bei personaggi, ma può essere anche tragicamente pericoloso, come si è rivelato nel caso di Una ragazza inglese.

Come ho detto, il romanzo racconta, trasportandola ai nostri tempi, la trama di Jane Eyre, protagonisti una nuova Jane ed Edoardo Rocca al posto di Jane Eyre e Rochester. Invece della misteriosa tenuta di Thornfield Hall, siamo a Roma, in una ricchissima ed esclusiva villa.

Cosa è andato storto? Vediamo.

Il paragone con l’originale è, purtroppo, inevitabile e sarebbe stato in ogni caso impietoso. In questo caso, però, lo è ancora di più, perché la Jane moderna non ha nulla della forza interiore e del carisma della Jane originale. Il personaggio costruito da Beatrice Mariani risulta, alla fine, privo di spessore e nel complesso meno moderno di quello cui si ispira. La sensazione che ho avuto seguendo le vicende di Jane-moderna è di un personaggio che scimmiotta quello più famoso. Se le caratteristica della Jane originale erano la forza, la dignità, il carisma, qualità che soppiantano, agli occhi del potente Mr. Rochester, bellezza, nobiltà e ricchezza (ciò che, un tempo, una donna doveva avere secondo le convenzioni sociali per essere considerata degna moglie di un gentiluomo), la Jane moderna è invece descritta come un personaggio piatto, banale, piagnucoloso, spaventato e indeciso, del tutto in balia dell’amore per il bello e ricco Edoardo Rocca. D’altra parte, lo stesso Edoardo non ha nulla della forza e della presenza scenica di Mr. Rochester: il tormento, l’orgoglio, la durezza del personaggio originario declinano, nel romanzo di Beatrice Mariani, verso uno spettro di sentimenti molto più banale: Edoardo è il rappresentate di una “Grande Bellezza” romana fatta di belle donne disinibite, cocaina, affari loschi, soldi, tanti soldi: ci sta, beninteso, ma andava descritto con più accuratezza. La descrizione che, invece, fa l’autrice dei mondi di Jane ed Edoardo è piuttosto sommaria e non aiuta a creare l’atmosfera giusta.

L’atmosfera è l’altro grande deficit del romanzo: niente tormento, niente passione, niente romanticismo. La trama di Jane Eyre è presa, epurata dai contenuti datati, trasportata ai nostri tempi e servita così, senza coinvolgimento, una sequenza precisa di avvenimenti, in cui si distinguono le scene principali del romanzo originale, svuotato però dall’atmosfera che lo ha reso immortale. I riferimenti precisi a fatti politici italiani (quando in un romanzo nomini Berlusconi, non lo so, a me crolla un po’ tutto), la parlata dialettale (l’odiosa amica burina di Jane, ad esempio), la presenza di personaggi secondari e inutili (la sorella di Edoardo, per dirne un), hanno creato una sorta di muro divisorio fra me e la storia.

Manca del tutto, poi, l’elemento “gotico” e misterioso (la moglie pazza in soffitta): l’amore fra Rochester e Jane aveva un senso anche perché figlio di una vicenda tragica come il matrimonio con una donna folle, quello di Jane ed Edoardo, invece, parte dal matrimonio di quest’ultimo con una donna che è in realtà lesbica. Cambia del tutto la prospettiva, non trovate?

In conclusione, un romanzo che ho fatto fatica a finire: ero felice all’idea di leggere un retelling in chiave moderna di uno dei miei romanzi preferiti, ma purtroppo questa lettura si è rivelata un flop.

Avete letto un retelling che vi è piaciuto molto?
Consigliatemelo nei commenti!

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Recensione di Quattro madri di Shifra Horn (Fazi)

La storia inizia con la nascita di un bambino, un bambino sano, la cui madre si chiama Amal ed è israeliana. Questo gioioso evento, secondo la madre, la nonna e la bisnonna di Amal, spezza l’antica maledizione che ha colpito le donne della sua famiglia. Di quale maledizione si tratta? Con un linguaggio poetico e immediato, perfino crudo, Shifra Horn in Quattro madri, edito Fazi, racconta una storia tutta al femminile, intrisa di realismo magico, ma anche di psicologia, che è un modo meraviglioso per viaggiare nelle profondità dell’animo femminile, in una società fortemente maschilista ma che non può impedire la nascita di donne meravigliosamente forti e, forse proprio per questo, sole. Ecco la mia recensione!

Titolo: Quattro madri
Autore: Shifra Horn
Editore: Fazi
Serie: Autoconclusivo
Genere: narrativa contemporanea
Data di pubblicazione: 21 giugno 2018
Pagine: 369
Prezzo: 14,87 € | 9,99 €
Link d’acquisto: cartaceo | ebook

La storia di quattro generazioni di donne, a Gerusalemme, raccontata dal punto di vista dell’ultima donna ad aver partorito un figlio, in famiglia: Amal, che ha appena ricevuto in eredità dalla sua bisnonna una serie di foto scattate da un certo Edward, il suo grande amore. Le foto sono una traccia, per Amal, che la guida in un viaggio di scoperta alla ricerca di suo padre, delle radici della sua famiglia, attraverso la vita, i dolori, le perdite e la storia delle sue donne. Shifra Horn ci porta in un mondo fatto di simboli antichi, sangue e carne, un mondo estremamente tangibile, che profuma di spezie ma anche di sudore, illuminato dal sole cocente e spazzato da venti impietosi. Il mondo di quattro donne, le loro radici, gli affetti, le sconfitte, la forza, le lacrime.

E chi sono queste donne?

Mazal l’orfana, il cui matrimonio colpito dal destino dà inizio alla maledizione che vede ogni donna della famiglia partorire una femmina dovendola poi crescere da sola in seguito all’abbandono da parte del padre; sua figlia Sarah, i cui splendidi capelli biondi sono assieme segno di potere e solitudine; la figlia di Sarah, Pnina-Mazal, la cui straordinaria capacità di percepire i pensieri altrui le porterà gioie e dolori; e, infine, la figlia di Pnina-Mazal, Gheula, madre di Amal, la cui intelligenza è assieme un dono e una maledizione.

La storia di Mazal è solo un’introduzione per condurre il lettore nel cuore di questa famiglia di donne destinate a restare sole: la maggior parte del romanzo, infatti, è dedicato a Sarah dai lunghi capelli color oro, la donna più bella di Gerusalemme, desiderata da tutti e anche per questo sfruttata e spesso torturata dalla gente. Sara, dopo aver sposato Avraham (Abramo) e aver partorito Yitzhak (Isacco), bambino affetto da un grave ritardo mentale, accetta di seguire il marito all’estero, dove questi dovrà prendersi cura del padre malato. In America, lontana dai suoi affetti e preda di una suocera cattiva e invadente, che riesce a separare marito e moglie, Sarah è infelice. Così, dopo aver partorito una bambina che chiama Pnina (come la suocera) ma segretamente Mazal (come sua madre), Sarah prende i suoi figli e fa ritorno a Gerusalemme, senza suo marito. Ed è a questo punto che la storia inizia davvero. Sulla nave che la riporta a casa, Sara incontra il fotografo americano Edward: nasce un amore che li accompagnerà per tutta la vita, tra alterne vicende, e che documenterà tutte le fasi della storia di questa famiglia.

Gli uomini sono quasi del tutto assenti dalla storia, la scelta di Shifra Horn è voluta: le conseguenze delle loro azioni e il riflesso della loro presenza si sente, forte e chiaro, ma l’autrice sceglie di farli svanire dalla scena, esattamente come questi uomini hanno fatto con le loro donne.

Gerusalemme, coi suoi profumi, le voci nelle strade, la polvere e le tradizioni, è uno sfondo affascinante e ricco di luci e ombre, perfetto per raccontare una storia di un crudo pragmatismo e seducente realismo magico alla Garcia Marquez, in cui l’amore, ma soprattutto l’eros, è il vero motore. L’autrice dà moltissima importanza al corpo delle donne, all’erotismo, al fuoco della passione. Le donne sono, sembra dire Shifra Horn, condannate a provare di più degli uomini, sono soggiogate da leggi che impediscono loro di soddisfare desideri naturali, sono prigioniere di routine maschiliste, ma quando si liberano, quando si concedono di sentire liberamente, le catene si spezzano, i muri crollano. Le donne di questa storia amano, piangono, vivono per i loro figli e per gli spazi vuoti lasciati dai loro uomini, ma sanno trovare in quei vuoti il posto che spetta loro e, quando finalmente lo occupano, diventano invincibili e fanno paura.

Lo stile è scorrevole, immediato, fa uso di periodi lunghi, ricchi di metafore, simbolici, pieni di riferimenti alla tradizione, ma mai oscuri: Shifra Horn descrive sentimenti umani, reali e lo fa senza mezze misure, usando parole dirette. Anche l’erotismo è immediato, naturale, primordiale, direi: l’autrice non si concede inutili parafrasi, va dritta al dunque e riesce a essere poetica e allo stesso tempo spietata. La maggior parte della storia è raccontata, quindi i dialoghi sono davvero pochi, ma non è appesantita da un linguaggio tronfio e autoreferenziale, anzi.

Della storia mi è piaciuta la struttura, adoro le saghe familiari e l’idea di questo viaggio “fotografico” in quattro generazioni di donne l’ho trovata perfetta, molto bello anche lo stile. Ho adorato la storia di Mazal, Pnina-Mazal e di Gheula, i personaggi che mi hanno interessato meno sono, paradossalmente, quelli principali: Amal, che racconta la storia, e Sarah, a cui è dedicata la maggior parte del libro. Di Amal sono riuscita a percepire davvero poco, mentre su Sarah mi sarei soffermata molto meno.

Il libro è consigliato a chi ama le storie di donne forte e consapevoli, a chi adora i libri di Garcia Marquez, perché vi troverà echi e omaggi, a chi vuole respirare un’atmosfera esotica, calda, polverosa, speziata, venata d’erotismo e passione ancestrale.

È nata nel 1951 a Tel Aviv e vive a Gerusalemme. Dopo aver concluso la Hebrew University laureandosi in studi biblici e archeologia, ha proseguito la formazione approfondendo anche l’ambito della comunicazione di massa e ottenendo un diploma per l’insegnamento. Negli anni universitari è stata funzionario didattico per l’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei, coordinando la campagna per salvare gli ebrei etiopi e farli tornare in Israele. Ha trascorso cinque anni in Giappone come corrispondente dall’Estremo Oriente per il quotidiano «Maariv». Autrice pluripremiata di fama internazionale, con Fazi Editore ha pubblicato Quattro madri (2000), La più bella tra le donne (2001), Tamara cammina sull’acqua (2004), Inno alla gioia (2005), Gatti (2007) e Scorpion dance (2016).


 


			
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