Recensione di All’ombra di Julius, E. J. Howard [ Fazi ]

Dopo la serie dei Cazalet (che trovate recensita interamente qui: vol. 1vol. 2 vol. 3 vol. 4vol. 5 e di cui ho parlato in breve anche sul canale, precisamente in questo video) avevo bisogno di tornare nel mondo di Elizabeth Jane Howard e tornarci con questa storia delicata, ironica e amara sull’amore è stata un’occasione imperdibile.

Titolo: All’ombra di Julius (After Julius)
Autore: Elizabeth Jane Howard
Serie: autoconclusivo
Genere: drammatico
Data di pubblicazione: 9 aprile 2018 (1965)
Pagine: 328
Prezzo: 12.99 € (ebook) | 17.00 € (cartaceo)
Link acquisto: ebook | cartaceo

Che Elizabeth Jane Howard fosse interessata all’amore e ossessionata, in quanto autrice, dagli (inutilmente) complicati, assurdi e quasi sempre tossici rapporti tra persone è chiaro anche in questa storia, che gira tutto attorno alla vita di tre donne, una madre e due figlie, e all’idea che ciascuna ha degli uomini e dell’amore. Certo, come dicono le biografie, la vita dell’autrice ha influenzato non poco la sua produzione: amori “burrascosi” (definiti così perché la Howard era, sentimentalmente, forse un po’ troppo libera, per la bigotta morale comune?), tre matrimoni e una folta schiera d’amanti devono aver avuto il loro peso nella scelta di raccontare, senza mezzi termini (e con una bella quantità di melodramma e cinismo) l’amore.

Ma io credo che, al di là della propria vita personale, lo scopo della Howard sia stato quello di raccontare “innocue cose da donne” (l’amore, il matrimonio, i figli… così, il maschilista mondo letterario del tempo reputava i romanzi scritti da donne per le donne) trasformandole in cose che innocue non lo sono per nulla, anzi. Spaventa il modo in cui l’autrice descrive le sue eroine, quasi tutte in balia dei loro uomini e dell’idea che è stata loro inculcata di morale e amore (due cose, spesso, in contraddizione), spaventa anche il modo in cui l’autrice descrive gli uomini, il migliore dei quali è, tutt’al più, “accettabile”, ancora, spaventa, l’idea che il matrimonio e il fare figli sia una prigione in cui la donna (e spesso, ma con meno coscienza, anche l’uomo) si rinchiudono volontariamente spinti dalla comune morale.

“Soffriva della cronica incapacità degli innamorati di concepire un piano al di fuori dell’orbita del proprio amore.”

Quest’idea che mi sono fatta dei romanzi della Howard, mi ha fatto leggere anche questa storia secondo una prospettiva completamente diversa: non storie di donne, di amori, di melodrammi domestici avvenuti all’ombra di Julius, il capofamiglia ormai scomparso, ma una descrizione feroce e realista (e soprattutto amorale, perché non vi troverete suggerimenti o commenti da parte dell’autrice su cosa sia giusto e cosa no, tutto, semplicemente, accade) degli uomini, destinati tutti, chi più, chi meno, a vivere soli coi propri drammi, capaci di vivere come codardi e morire come eroi (o viceversa). All’ombra di Julius ha la verve drammatica dei Cazalet (che la Howard scriverà circa trent’anni dopo) non ne possiede la leggerezza, ma contiene molta più ironia.

“ Oh, datemi da leggere qualcosa di buono!, pensò. Uno, un solo scrittore la cui abilità sia pari all’impegno, e che non si nutra solamente dell’esperienza degli altri…”

Siamo a Londra, sono gli anni Sessanta e la Seconda Guerra Mondiale è ormai soltanto un brutto ricordo. Per Esme, Cressy ed Emma, però, quel ricordo è vivo e ancora doloroso: durante la Battaglia di Dunkerque, Julius, marito di Esme e padre di Cressy ed Emma, è morto. É scomparso da eroe: si è imbarcato, nonostante non fosse un marinaio esperto, assieme ad altri civili diretto verso le coste francese per recuperare i soldati inglesi imprigionati dai Tedeschi a Dunkerque, appunto (la vicenda è raccontata, magistralmente, da Nolan in Dunkirk). Consapevole che, con ogni probabilità, sarebbe morto, Julius è partito lo stesso, spinto dal principio secondo cui non si può vivere solo per se stessi ma bisogna vivere, soprattutto, per gli altri, cioè per l’Umanità in generale. La figura di Julius si muove fra le pagine del libro come uno spettro Shakespeariano fatto di rimpianti e rimorsi. La vita di Julius è stata molto più banale della sua morte e la sua fine riecheggia in ogni gesto di coloro che ha lasciato dietro di sé.

“A quanto pare, quello che gli uomini pensano delle donne si rivela giusto, il più delle volte.”

Come per i Cazalet, il racconto è affidato a diverse voci: quella di Esme, la vedova di Julius, del quale non è mai stata innamorata; quella di Cressy, la figlia maggiore, 38 anni, vedova anche lei, destinata alla banalità di storie clandestine e a una mediocre carriera di pianesta; Emma, 28 anni, che ha ereditato la Casa Editrice del padre e rifugge ogni legame amoroso; Felix, ex amante di Esme, che torna a casa dopo vent’anni; Dan, poeta povero che nasconde un tragico dolore.

Si tratta, dunque, di un romanzo corale, ma che racconta una storia ventennale condensandola in una manciata di giorni: tutti questi personaggi, infatti, si ritrovano nella tenuta di campagna di Esme per trascorrere insieme il fine settimana. In questo scenario a metà tra una tragedia shakespeariana e una commedia di Oscar Wilde, si riveleranno agli occhi dei lettori i drammi, gli amori, i segreti, le speranze di ogni personaggio.

É quasi possibile tracciare una linea che separa i vari personaggi: da un lato le donne, dall’altro gli uomini, due mondi distinti che faticano a comprendersi e, anche quando si avvicinano, finiscono per parlare due lingue diverse e per fingere. L’amore è immerso in una società sessuofoba, sessista e bigotta, in cui le donne che amano liberamente sono delle poco di buono, quelle ormai in avanti con gli anni sono destinate a non poter provare più il piacere e l’amore, mentre gli uomini sono anaffettivi, vigliacchi o semplicemente inesistenti e fuggono, stuprano o tradiscono.

«Sono cose che non si provano per chi si ama. Compassione, senso di responsabilità, questo tipo di sentimenti. Se ami una persona, non li provi. È impossibile, ecco».

Le donne appaiono prigioniere di un mondo sessista e dei loro stessi melodrammi, sempre in bilico tra le lacrime e la folle risata, dipendenti dai loro bisogni e dalla necessità di rientrare nelle regole della buona società. La figura maschile non ha più fortuna: il migliore degli uomini è comunque un vigliacco. Nel complesso la società inglese, benpensante e profondamente bigotta, ne esce malissimo.

Lo stile è, come sempre, scorrevole, il romanzo si legge in una manciata di giorni, grazie alle frasi brevi, ai frequenti dialoghi, ai cambi continui di POV. Verso metà libro, la Howard inserisce un libro nel libro, per chiarire e spiegare ai lettori la storia della morte di Julius, le rivelazioni sono tutte concentrate alla fine del romanzo, quando i pezzi del puzzle tornano al loro posto. Ci ho trovato anche molto umorismo, soprattutto nella figura della domestica e cuoca di Esme, sempre preoccupa per la salute delle sue signore e indaffarata a cucinare più di quanto serva, e nella figura del maggiore, un amico (forse un po’ innamorato) di Esme, a metà fra il signor Lucas di Orgoglio e Pregiudizio e il signor Woodhouse di Emma, l’influenza di Jane Austen nella costruzione di questo personaggio è evidente, eppure proprio questo personaggio che ci viene presentato come caricaturale si rivelerà l’unico uomo in grado di agire in maniera del tutto onorevole e comprensiva verso i suoi simili.

Consiglio questo romanzo a chi ha amato i Cazalet, naturalmente (senza però aspettarsi la stessa ampiezza di eventi), a chi ama il perfezionismo spietato con cui Jane Austen descrive gli ambienti che frequentava. Questo romanzo è per chi non ha paura di guardare in faccia la natura umana. Non sono, di certo, innocui libri per donne.

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Recensione di Io sono qui, Michelle Grillo

Quando qualcuno dice “Io sono qui” può voler dire molte cose: “io sono qui, non mi vedi? Guardami!”, oppure, “Io sono qui, se hai bisogno”. Oppure, sussurrato a se stessi, “Io sono qui, ci sono, sono vivo e lo sento”. E tutti questi significati sono, in un modo o nell’altro, connessi. Il romanzo d’esordio di Michelle Grillo, “Io sono qui”, edito Alessandro Polidoro Editore, contiene una serie infinita di gradazioni di colori, sfumature diverse che compongono lo stesso ritratto: quello di una donna alla ricerca del proprio posto nel mondo.

Titolo: Io sono qui
Autore: Michelle Grillo
Serie: autoconclusivo
Genere: narrativa contemporanea
Data di pubblicazione: febbraio 2018
Pagine: 132
Prezzo: 10.20 €
Link d’acquisto: cartaceo

A volte, il posto che occupiamo nel mondo, è difficile da comprendere, soprattutto se hai fatto di tutto per dimenticare e andare avanti, soprattutto se tua madre ti ha abbandonato alla soglia dell’adolescenza. Il rancore è un mostro che ti mangia da dentro: Céline conosce bene quel mostro, è legato al ricordo di sua madre, che l’ha abbandonata quando era poco più che una bambina ed è scappata a vivere a Parigi. Non l’ha più sentita, l’unico esile contatto c’è stato molti anni dopo, ma Céline ha alzato un muro possente di rabbia.

La storia è raccontata proprio dal punto di vista di Céline, un giorno di marzo riceve una telefonata che non si sarebbe mai aspettata: sua madre, la donna che più l’ha delusa, è morta.

Il cuore di Céline sembra avvizzito: non versa neanche una lacrima, non sa cosa pensare. Forse dovrebbe andare al funerale, anche se sua madre alla fine era diventata un’estranea per lei. Alla fine, Céline decide di andare: e lì, a Parigi, il passato comincerà ad affiorare e con esso una verità drammatica e pesante da digerire ma che le restituirà l’immagine di una donna che, forse, non ha mai conosciuto davvero. Forse, fra le pieghe di quel passato, Céline troverà sua madre, l’amore che le lega e anche se stessa.

Io sono qui è un romanzo sull’assenza, a dispetto del titolo. “Io sono qui” è l’affermazione di una solitudine interiore che non può essere colmata, se non dal sacrificio della propria rabbia. Céline deve affondare nel buio, cercare il mostro che la mangia da dentro e guardarlo in faccia: perché le persone nascono con delle ombre e quelle ombre possono deturparne i volti. La verità non è mai una faccenda semplice, ma man mano che Cèline esce dalla sua zona di comfort, comprende quanto sia necessario, per lei, colmare i vuoti che si porta dietro. Finora, ha saltato le buche lungo il cammino, provando a essere forte, a dimenticare: ora che sua madre è morta e che la sua vita alternativa sta venendo a galla, Céline non può più correre via senza guardare, deve percorrere il cammino, guardarsi attorno, scoprire.

Michelle Grillo racconta molto bene, in poco più di 100 pagine, il duro percorso di Céline: sullo sfondo di una Parigi triste, che sanguina quanto lei (vite innocenti sono state appena falciate dal terrorismo al Bataclan), la ragazza si muove alla ricerca di storie, foto, legami, per ricostruire la vita di una donna infelice, provata, che ha cercato di salvarsi. E cercando, Céline troverà il passato di sua madre, altre persone, altri legami e, alla fine, se stessa.

Lo stile è fluido, il ritmo rapido, Michelle Grillo non si concede fronzoli o inutili orpelli: la natura umana è raccontata con frasi brevi, pochi ma incisivi dialoghi, descrizioni serrate ma che riescono a trasmettere la rapidità dei tempi, la sensazione che la verità, una volta scatenata, sia inarrestabile, ma anche le sensazioni profondamente sfumate che compongono l’essere umano.

Io sono qui è anche la storia di un ritorno: ritorno al passato e ritorno alla vita, perché scavando nelle “cose perdute”, Céline comprende anche qual è la strada da seguire, quando tornerà in Italia. E lì, forse, ad aspettarla c’è un nuovo amore, una nuova vita, finalmente senza rancori. Dunque, la Céline che torna in Italia non avrà molto di più di quella che è partita, ma di certo, avrà la consapevolezza del proprio essere, del proprio spazio, potrà davvero affermare: “Io sono qui” e, magari, sentirsi rispondere da un uomo dalle mani calde: “Io sono qui.”

Michelle Grillo è nata a Nizza, in Francia, nel 1981. Laureata in Scienze della Comunicazione, ha lavorato come giornalista pubblicista per il quotidiano La Città del gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, ed è stata interprete di francese e libraia. Attualmente cura la direzione artistica del Freadom Book & Music Bar, di cui è socia dal 2015.

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Recensione di Wolves Coast, Ornella Calcagnile – Dunwich

Esce oggi il nuovissimo romanzo di Ornella Calcagnile, Wolves Coast edito Dunwich Edizioni e io sono pronta a partecipare al blog tour di presentazione con la mia recensione. Cosa aspettarsi da Wolves Coast? Una storia d’amore intensa e appassionata, una lotta crudele che dura da secoli tra due clan molto “speciali”, azione, avventura, tradimenti e antiche leggende.


TITOLO: Wolves coast
AUTORE: Ornella Calcagnile
GENERE: Fantasy/Young adult
PAGINE: 198
PREZZO: ebook € 3,99 – cartaceo € 14,90
DATA DI USCITA: 9 marzo 2018
Link di acquisto: ebook – cartaceo

Già dalla bellissima cover e dal titolo possiamo avere un’intuizione di quel che troveremo in questo romanzo: una ragazza, bellissima, ferita, alla ricerca di se stessa e della propria strada e lupi. Ebbene sì, questi splendidi animali popolano le pagine di questo romanzo: si parte dal titolo, la Costa dei Lupi, per poi andare al fulcro stesso della vicenda, che si svilupperà più o meno da metà romanzo in poi, in cui creature antiche, selvagge e in lotta tra loro si affrontano per la supremazia in questo sottile lembo di costa.

Ma andiamo con ordine. La storia è raccontata con un POV incrociato che vede le voci dei due protagonisti intrecciarsi e narrare la vicenda dai rispettivi punti di vista.
Emily Owen ha 21 anni ed è terribilmente confusa, rispetto a ciò che vuole dalla vita. Ha lasciato l’Università per la fotografia, con grande dolore da parte dei suoi genitori, ha interrotto la sua relazione con Maxwell, che con la sua pignoleria e ambizione rappresentava tutto ciò che Emily stessa ha sempre detestato, lei così incerta sul suo futuro e sulla strada da prendere.
É per questo che, quell’estate, Emily decide di partire alla ricerca di se stessa, con la sua valigia fatta in fretta e furia, diretta verso un luogo dal nome e dall’aspetto idillico, Wolves Coast, nello stato di Washington.

Ave­vo cercato su internet un luogo lontano dalla cupezza delle me­tropoli, un posto genuino e vivace, e lo avevo trovato: Wolves Coast, dove ancora si ergeva una comunità indiana intatta. Il panorama era mozzafiato: monti, boschi, roccia e sabbia.

Wolves Coast ha una storia antichissima, fatta di cruente lotte e una guerra intestina e sanguinosa per il possesso della terra: la costa è infatti divisa in due zone, South Wolves e North Wolves, completamente diverse tra loro. Mentre a South si trovano i nativi americani, che lottano contro l’avanzare del progresso e provano a conservare l’habitat naturale dei lupo, a North si trovano i discendenti degli europei e gli amerindi che, invece, favoriscono il progresso. Ma cosa c’è davvero, dietro la lotta dei due potenti clan?
Emily è destinata a rimanerne coinvolta, nel momento in cui incontra Howi Brant, giovane nativo americano che sembra subito attratto da lei, ricambiato. La passione che, di lì a poco, esplode fra i due avrà conseguenze anche sulla guerra in corso. Sì, perché da Emily è profondamente attratto anche Juri Gardner, rampollo della potente famiglia che governa il clan di North Wolves. La guerra che Juri e Howi cominceranno a farsi, per l’amore di Emily non è soltanto la lotta di due maschi per una donna, ma diventerà il simbolo dell’antichissima guerra fra due popoli il cui esito potrà essere solo la sopravvivenza dell’uno e la distruzione dell’altro.

La parte romantica e passione, dunque, è profondamente legata ai destini dei due popoli e alle vicende che coinvolgono creature molto speciali, chiamate dagli indiani Hania-Tohopka, spirito-guerriero bestia. Non vi dirò altro, perché scoprirete leggendo il romanzo tutta la loro storia. Veniamo invece al concetto principale del romanzo: la diversità, l’amore, le guerre intestine, argomenti attualissimi che Ornella affronta con decisione e puntualità, schierandosi nettamente dalla parte di chi considera l’amore la cura di gran parte dei mali del mondo, la diversità come puramente concettuale, il dialogo come necessario alla vita. Al di là delle vicende dei singoli, insomma, uno dei punti di forza del romanzo è la sua caratteristica di storia corale, popolata da tanti personaggi, che trasmette subito il concetto di “famiglia” nel suo significato più profondo. Famiglia non è un insieme di legami di sangue, famiglia è un gruppo di persone simili, legate da rispetto, amore, dedizione.
Emily è sola, confusa, alla sbaraglio, da questa vicenda incredibile uscirà profondamente cambiata (e non sapete quanto!), ma più forte, decisa. Alla fine, prenderà la sua decisione e sarà la decisione di una donna finalmente cresciuta.

Hai preso il mio cuore in così breve tempo che mi pare assurdo pronunciare queste parole, ma è così: ti amo.

L’amore è ovviamente il motore principale della storia, ma non è ridondante, piuttosto è funzionale alla vicenda. I frequenti cambi di scena e di POV, hanno un ritmo da serie TV e in effetti una serie tratta da questo libro ci starebbe moltissimo: Wolves Coast è un’ambientazione precisa, caratteristica, il background storico è stato trattato benissimo, i personaggi hanno la loro profondità. É una storia che si svolge nell’arco di un’estate, che fa venir voglia di mettere tutto in valigia e partire, come Emily, alla ricerca di un luogo sconosciuto, lontano e magico, in cui le leggende popolari si mescolano ai problemi più attuali e, ovviamente, alla forza più devastante che esista al mondo: l’Amore.

 

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Petrademone. Il libro delle Porte di Manlio Castagna (Mondadori)

Eccomi a parlarvi di Manlio Castagna e del suo primo romanzo, Petrademone. Il libro delle porte, uscito per Mondadori il 20 febbraio. Troverete questa stessa recensione tra qualche tempo anche sul canale YouTube, che ahimè sto trascurando, ma che a breve tornerà attivo!

Vi avviso, questa sarà una recensione emotiva (quella “professionale” la troverete, tra qualche giorno, su YouKid.it), è emotiva perché conosco Manlio personalmente, è emotiva perché so cosa c’è dietro la nascita di questo romanzo (al di là dell’enorme e meraviglioso talento), è emotiva perché quando leggo fantasy per ragazzi che non ha nulla da invidiare agli inventori del genere (i miei amati scrittori inglesi) allora penso che sì, c’è speranza per l’Italia, per la letteratura, per noi lettori.

Ma passiamo a quest’avventura magica, avvincente, piena di omaggi ai libri e ai film che amo di più al mondo e con quattro protagonisti che, spero, entreranno nel vostro cuore come sono entrati nel mio.

Titolo: Petrademone. Il libro delle porte
Serie: Petrademone, #1
Autore: Manlio Castagna
Genere: Fantastico, Young Adult, Avventura
Data di pubblicazione: 20 febbraio 2018
Pagine: 259
Copertina: rigida con sovracoperta
Prezzo: 14,45 €
Acquista: ebookcartaceo

Frida è solo una ragazzina, ma la vita l’ha già ferita nel modo più crudele: ha perso entrambi i genitori in un incidente stradale di cui continua a incolparsi. Frida sopravvive tra rimpianti e ricordi, lacrime inghiottite e un buio sempre più denso, viscido come nebbia, che sembra afferrarla da ogni lato. É in queste condizioni che la ragazzina arriva a Petrademone, la splendida tenuta di zio Barnaba e zia Cat, popolata da bellissimi bordier collie. É notte e il cancello sembra quasi un minaccioso miraggio nel buio, l’autista che l’ha portata lì ha fretta di andarsene, Frida assaggia la solitudine, ma ci è abituata, è rassegnata ormai al cupo silenzio della sua vita. Eppure, è in quel silenzio che irrompe l’abbaiare di un cane e poi il volto di zio Barnaba: ed ecco che Frida è strappata alla gelida oscurità che oscilla fuori dalla casa, il cancello si apre, zio Barnaba la accoglie, l’autista sgradevole non conta più niente, siamo dentro, siamo con Frida, siamo, finalmente, a Petrademone.

É così che l’avventura ha inizio: con un cancello che si apre e che torna a chiudersi, separando il vecchio, dal nuovo, il conosciuto, dall’insondabile. É così che iniziano le vere avventure, quelle che poi restano incise per sempre nel cuore: le avventure di ragazzi!

Ogni storia per ragazzi che si rispetti ha i suoi luoghi simbolo: l’avventura di Frida e degli amici che presto incontrerà, è legata indissolubilmente a Petrademone, alla grande quercia, simbolo eterno di saggezza millenaria, al Passetto delle More, ai tanti angoli della tenuta e dei dintorni che Manlio svela agli occhi dei suoi lettori passo dopo passo, accompagnando Frida in un’avventura sempre più complessa e avvincente (e sono luoghi che esistono davvero, come esistono davvero – anche se con nomi diversi – quasi tutti i personaggi che incontrerete in questa incredibile avventura, compresi quelli a quattro zampe!)

La storia è raccontata da un punto di vista esterno, che si concentra maggiormente su Frida ma che non trascura gli altri personaggi fondamentali.

E chi sono questi personaggi?

Zio Barnaba, orgoglioso, buono e ironico, lo zio che tutti vorremmo avere se, nei dintorni, gironzolassero presenze demoniache, zia Cat, dolce e tenace, in grado di curare i mali del mondo a suon di cibo, sorrisi e incrollabile fiducia nel futuro, i gemelli Oberdan, Gerico e Tommy, identici e completamente diversi, le cui continue battute e gli screzi riescono a strappare sorrisi e a stemperare la tensione, Miriam, che è muta ma che sa dire tantissimo, coraggiosa e decisa, fondamentale in questa avventura, la madre di Miriam, la sorella di Cat, una donna arida e crudele, il sinistro e pericoloso Vecchio Drogo, che vive in un’ex clinica, Villa Bastiani, con suo figlio Vanni, un omaggio delizioso e originale allo Sloth dei Goonies. Non meno importanti, i personaggi “pelosi”, i bellissimi bordier collie: coraggiosi e decisivi nella lotta contro il Male.

E proprio dai quattrozampe si parte per questa avventura: sì, perché a Petrademone ne sono scomparsi moltissimi, svaniti nel nulla, e la stessa sorte è toccata ai cani dei dintorni, compreso il piccolo Pipirit, il cane di Gerico e Tommy. Dev’esserci per forza un motivo per quelle scomparse e Frida, i gemelli e Miriam sono decisi a scoprire quale: si ritroveranno, perciò, davanti un libro delle porte, pietre e specchi magici, mondi diversi, esseri malefici che affondano nella tradizione e nelle oscure fantasie di uno dei geni dell’horror: Lovecraft. Sì, perché Frida, Gerico, Tommy e Miriam arriveranno a dover affrontare un Magro Notturno, per scoprire che fine hanno fatto i bordier collie.

L’aspetto inamidato contrastava troppo con la faccia ripugnante. Anzi, sarebbe più giusto dire con l’assenza di una faccia.

É un romanzo di avventura, pura avventura per ragazzi, che s’inserisce perfettamente nel solco della tradizione già percorso da King con IT o Stand by Me, dalla Rowling con Harry Potter, da Cornelia Funke con il mondo d’inchiostro, da Ende con La storia infinita, da film cult come i Goonies, Indiana Jones e, in tempi più recenti Stranger Things, ma potrete trovarci richiami dai confini molto più ampi, dai classici per ragazzi come Il meraviglioso mago di Oz, citato più volte e in maniera esplicita all’interno della storia, al già nominato Lovecraft, a Poe, passando per Mark Twain, Stevenson. In effetti, l’autore è riuscito, supportato da una conoscenza incredibile di letteratura, cinema, arte, a creare un’atmosfera che permette a chiunque di trovare omaggi più o meno velati, più o meno voluti, insomma, di sentirsi a casa.

Ma non si tratta solo di avventura, la capacità di Manlio di raccontare per metafore ed emozioni impregna queste pagine: impossibile non lasciarsi coinvolgere dall’empatia che si sviluppa per i vari personaggi, Frida in particolare. Ma non sono solo gli umani a scatenare emozioni: i protagonisti a quattro zampe sono altrettanto incisivi, se amate gli animali, i cani in particolare, se avete amici a quattro zampe, amerete ogni singolo istante in cui saranno in scena. Sì, perché i cani, in Petrademone, non fanno solo da spalla agli umani, la loro presenza è decisiva, importante: di ognuno conosceremo il nome, il carattere, l’aspetto, il ruolo e, alla fine, diventeranno anche nostri amici.

Dicevo, non si tratta solo di avventura ma anche, e soprattutto, di emozioni.

L’idea che il dolore e il lutto siano un elemento imprescindibile dell’essere umani (dell’essere vivi) e che riguardi tutti, anche i bambini, è reale. Tutto ciò che facciamo, in fondo, serve a sconfiggere il vuoto, a scongiurare il pericolo della perdita, a curare l’assenza, ma non possiamo fare a meno, da esseri umani quali siamo, di perdere cose, persone, animali. La morte è parte di questo folle circo che è la vita, i bambini non ne sono risparmiati… e allora cosa fare? Frida si apre a un’avventura, assieme ad altre persone a cui volere bene, che la fa crescere e andare avanti. Il vuoto non viene rimosso, è sempre lì, ma si riempie man mano di volti nuovi, cose da fare, misteri da risolvere, vite da salvare, nemici da sconfiggere. In fondo, i Magri Notturni rappresentano la paura, il lutto, la perdita, l’assenza. Dobbiamo affrontarli, non possiamo semplicemente voltarci e scappare. Credo che questo sia lo stesso e identico percorso che affronta chi scrive una storia, e Manlio sa benissimo di cosa parla quando, fra le righe, ci racconta non solo quello di Frida ma anche il suo, di dolore, ma con una delicatezza e un talento che scongiura ogni pericolo di “personalizzare” il romanzo.

In quel momento accadde qualcosa di magico. Davanti agli occhi strabuzzati di Miriam e dei gemelli, si accesero sul prato mille piccole luci giallo chiaro. Erano gocce luminescenti, prime prove dello spettacolo più grande che sarebbe andato in scena di lì a qualche secondo. In breve tempo l’intera zona erbosa intorno al camper baluginò di infinite lucciole.

É dunque, soprattutto, un romanzo di formazione: la crescita di Frida è costante, coerente, continua, credibile. Per quanto doloroso sia il cammino, bisogna andare avanti e credo che quest’idea, che pervade ogni pagina del romanzo, sia forte quanto necessaria, soprattutto in un romanzo per ragazzi. La maniera in cui Manlio racconta e “risolve” il dolore di Frida aiuta il lettore a sentirsi compreso. É un’iniezione di fiducia e speranza: e la speranza è nei rapporti umani, nell’amicizia, nell’amore, nel coraggio che unisce persone simili.

Frida parte con il suo carico di dolori e rimpianti, rinchiusi in una scatola, assieme a pezzi di carta su cui la ragazza ha appuntato i ricordi di suo padre e sua madre che non vuole dimenticare, ma mentre all’inizio quella scatola è un contenitore di dolore e paura di perdere, alla fine, quei ricordi aiutano Frida a salvarsi, le danno la possibilità, pratica, di affrontare il Male. Credo che, in fondo, il nodo di tutto sia lì: non è il dolore che ci resta, che conta, ma è il modo in cui lo usiamo per andare avanti.

Non dimenticare quella volta in cui la mamma sfregava con la spugna le tue ginocchia nere nella vasca dopo un pomeriggio passato sul terrazzo di casa insieme a Sara e Laura. Non dimenticare il suo sorriso anche se era stanca.

Un’ultima osservazione: conosco Manlio, so cosa c’è dietro quella dedica all’inizio del libro, so anche cosa vuol dire perdere un amico, un affetto, qualcuno a cui si voleva bene, conosco il tentativo di farlo rivivere in una storia. Non è facile, non funziona completamente, il vuoto resta, ma ecco, la scrittura e le storie riescono a compiere miracoli, a volte. É questo il caso: perché, pur non avendolo mai incontrato dal vivo, fra queste pagine ho conosciuto Elrond, spirito-guida fiero e coraggioso, e ho assaporato parte del legame che lo univa e sempre lo unirà al suo amico umano.

Nelle storie, in questa in particolare, c’è una parte d’immortalità, quella che vogliamo trovare, quella di cui abbiamo bisogno, quella che ci serve per continuare a vivere meravigliose e splendide avventure.

Leggete Petrademone. Il libro delle porte di Manlio Castagna!

Manlio Castagna nasce a Salerno nel 1974 ed esordisce alla regia nel 1997 con il pluripremiato corto “Indice di frequenza”, con Alessandro Haber. Da vent’anni collabora ad organizzare il Giffoni Film Festival e nel 2007 ne diventa vicedirettore artistico. E’ creative advisor per il Doha Film Institute in Qatar e critico cinematografico per Virgin Radio. E’ sceneggiatore e regista di videoclip, documentari, cortometraggi, episodi di webserie. Si occupa di fotografia, neurocomunicazione e semiologia degli audiovisivi. Dopo aver pubblicato saggi sul cinema e sui cani, con Petrademone- Il libro delle Porte esordisce nella narrativa.

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