Il Trono di Ghiaccio, Sarah J. Maas [recensione]

buon-junkie Finalmente riesco a recensire un nuovo romanzo: si tratta di Il Trono di Ghiaccio di Sarah J. Maas, primo volume dell’omonima serie che ha spopolato qualche anno fa (è edito Mondadori). Facciamo le dovute premesse: il fatto che abbia trovato questo libro sciatto e banale, non significa che io trovi sciatti e banali i suoi fan. Ripensateci, se avete intenzione di farmi trovare teste mozzate di cavalli nel letto, grazie.

Spero non vi turbi l’uso che farò di un linguaggio diciamo “forte” per descrivere le evidenti cagat… emh, discrepanze che ho notato durante la lettura. Ah. Attenzione contiene miliardi di spoiler.

 

il-trono-di-ghiaccioTitolo: Il trono di ghiaccio
Autore: Sarah J. Maas
Editore: Mondadori
Collana: Chrysalide
Anno edizione: 2013
Pagine: 461 p. , Rilegato
Età di lettura: Young Adult

Trama:
Nessuno esce vivo dalle miniere di Endovier. Celaena, la migliore assassina nel regno di Adarlan, è lì rinchiusa da un anno e quando le offrono la possibilità di diventare sicario di corte, non esita neppure un istante ad accettare. Ma la lotta è appena all'inizio: Celaena deve affrontare ventitré contendenti. Se vincerà, diventerà la paladina del re e dopo quattro anni di servizio sarà libera. Il Principe Ereditario è il suo maggiore alleato. Il Capitano delie Guardie la protegge. Entrambi la amano. Ma l'amore e il talento non bastano per vincere. Nel castello un pericolo insidioso è in agguato, e ben presto Celaena capisce che le persone di cui fidarsi sono sempre meno...

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La prima cosa che voglio dire di questo libro è che il titolo è terribilmente fuorviante. Il Trono di Ghiaccio fa subito pensare a intrighi, lotte per il potere, misteri, sotterfugi, imbrogli, richiama l’idea del Trono di Spade, di loschi individui che tramano nel buio e nobili corrotti che… no. Insomma, proprio no. Questo libro si sarebbe dovuto chiamare in realtà: “Sono brava, sono bella, sono Carmen Lasorella” (per riprendere una vecchia gag di Gianna Martorella) o anche “Io so’ io e voi non siete un cazzo“, per citare il buon Marchese del Grillo.

Tutto ruota infatti attorno alla nostra Marchesa del Grillo, al secolo Celaena Sardothien, la donna più bella, più coraggiosa, più letale, più colta, più intelligente, più furba, più ironica del mondo… gne gne gne, io ammazzo tutti, so’ bionda, alta, slanciata, leggo, suono divinamente il piano, voi non siete un cazzo. Non c’è cosa che Celaena non sappia fare, arriva lei e perfino i cinghiali s’innamorano, le bestie del demonio depongono le armi, Afrodite si suicida, Atena cambia mestiere, ecc.

Celaena Sardothien, detta anche la Marchesa del Grillo
Celaena Sardothien, detta anche la Marchesa del Grillo

Diciamo che io non sono una fan dei personaggi badass e basta. Quindi, gran parte del fastidio che questo libro ha suscitato in me, è da imputare a un personaggio principale detestabile. Ma vorrei arrivarci con calma, perché in realtà il discorso è più complicato di così.

Partiamo dalla pecca forse più grave: la trama (o meglio, il buco con la trama intorno).

Allora, abbiamo una diciassettenne letale, la più famosa assassina del mondo, che da un anno langue nelle prigioni reali di Endovier. L’autrice ci informa che da Endovier non si esce vivi, è un campo di concentramento, un luogo orribile, dove chi sbaglia non ha una seconda possibilità. Al minimo errore sei morto, insomma. La stessa Celaena parla di come le guardie trattavano le prigioniere come lei: violenze, stupri, assassini. Non un bel posticino, insomma. E così, la prima cosa che risulta poco credibile è che Celaena sia sopravvissuta, nonostante i numerosi tentativi di evadere, gli attacchi ai suoi carcerieri, insomma, nonostante abbia fatto di tutto per non passare inosservata.

La Marchesa del Grillo, apprendiamo, ha l’ansia da prestazione, non gliene frega un cazzo e si aggira nelle prigioni di Endovier con la spocchia di un Biff Tannen. Celaena ci spiega anche che non è stata mai toccata davvero (cioè stuprata, ma solo fustigata a sangue) perché tutti la temevano. Ok. A parte che se ti fustigano a sangue vuol dire che in fondo non fai tutta questa paura, ma se, invece, è vero quello che dici (cioè che non ti hanno stuprata perché se no li uccidevi), allora abbiamo delle reali prigioni *pericolosissime* in cui diverse decine di carcerieri sono in balia di una diciassette letale… Va beh, ma all’autrice del realismo non gliene frega un cazzo, come vedremo, e quindi utilizza questi racconti sul passato da assassina badass di Celaena per dirci quanto sia figa la sua eroina. Ok.

Eh? Sospensione dell'incredulità?
Eh? Sospensione dell’incredulità?

Comunque, Celaena viene prelevata dalle prigioni da Chaol, il capitano della guardia reale, e dal principe Dorian in persona, il figlio dell’uomo spietato che ha distrutto la famiglia e gli amici di Celaena (ricordiamocelo, eh). Il principe Dorian, il cui ruolo in tutta la storia è quello di far brillare i suoi occhi blu, ammiccare alle femmine e limonare con Celaena, decide che vuole proprio lei come sua paladina. Infatti il re ha deciso di indire un torneo per individuare il suo eroe personale e, naturalmente, al figlio è concesso andare a prelevare senza un’apparente motivazione l’assassina più letale del regno, la persona che più di ogni altra vuole morta tutta la famiglia reale, perché partecipi al torneo come sua paladina. Sì, certo, come no. Questo perché Celaena è la più forte del mondo e senza di lei il principe Dorian non vincerà mai. Realismo… magico, proprio.

Il principe Dorian è sicuro che questa tizia ridotta ormai al fantasma di se stessa (perché dopo un anno che patisci la fame, la violenza, al buio, al freddo, ecc. non è che stai benissimo) sia la chiave della sua vittoria. Sì-certo-come-no. In effetti, la resilienza di Celaena è ammirevole: gli hanno ammazzato i genitori, il fidanzato, ha passato la vita a fare fuori gente e ancora riesce a provare gioia per cose come 1) caramelle gommose 2) cucciolo di cane 3) anelli con brillante 4) abiti eleganti 5) i maschi

Caramelle gommose, hanno il potere di conquistare la più letale delle assassine.
Caramelle gommose, hanno il potere di conquistare la più letale delle assassine.

Il torneo inizia e subito ci rendiamo conto di quanto, in effetti, Celaena brilli per intelligenza, coraggio, bravura: i suoi nemici sono una manica di deficienti, roba che il Trio Drombo in confronto è la Morte Nera. Ecco perché è lei la più brava del mondo: gli altri sono degli emeriti idioti! Gli aspiranti paladini sono mammolette in confronto a Celaena, che però, su suggerimento di Chaol, deve fingersi inabile, perché così non darà troppo nell’occhio. Solo che la ragazza è vanitosa come una scimmia, per cui al consiglio di Chaol non presta la minima attenzione e comincia a farsi notare (soprattutto perché inizia, senza alcun senso, a flirtare con Dorian). Questo le attira addosso le attenzioni di Lady Killian e del suo corteggiatore duca di Perrington, una coppia di cattivi davvero incredibile, nel senso che Carmen Russo ed Enzo Paolo Turchi sarebbero più credibili.

La coppia di geniali cattivi, Lady Russo e il duca Paolo Turchi
La coppia di geniali cattivi, Lady Russo e il duca Paolo Turchi

In sostanza, il duca di Perrington vuole che a vincere sia il suo paladino, Caino (eh beh, oltre che descriverlo grosso, stupido e malvagio, la Maas gli appioppa pure il nome biblico infamante, così, giusto per dare la possibilità alla Marchesa del Grillo di brillare ancora di più), mentre Lady Killian vuole accalappiare Dorian, i due perciò iniziano a tramare alle spalle di Celaena. Nel frattempo al castello cominciano a susseguirsi strane morti: i paladini vengono uccisi, uno per volta, da una forza oscura e mostruosa.

Chi saranno i colpevoli? Quale mistero si nasconde dietro queste morti?

Non vi preoccupate, perché non gliene frega niente a nessuno. Tanto si capisce dopo dieci pagine chi sono i colpevoli. Mentre leggevo, pensavo: Dai, la Maas ci sta sicuramente portando verso una soluzione per poi spiazzarci con un’altra… e invece… il colpo di scena è che non sono previsti colpi di scena! Oh Dio, ma è geniale…

Vi prego, qualcuno la candidi per il Nobel.
Vi prego, qualcuno la candidi per il Nobel.

Comunque mentre i paladini continuano a cadere come mosche (nessuno prova a risolvere un cavolo, del resto perché farlo? La situazione sta solo sfuggendo di mano nel bel mezzo della residenza del re), Celaena si allena con Chaol. Vanno a correre e lei… vomita. Sì, è tipo un rituale: lei fa colazione, poi va a correre, poi vomita. Interessante. Va beh, tra una cosa e l’altra, la Marchesa del Grillo scopre pure un passaggio segreto nella sua stanza (ma sì, avrà pensato la Maas, buttiamo dentro tutti i cliché del genere, chi se ne fotte) che la conduce in un luogo dove sono seppellite le vestigia del regno e una serie di misteri che, manco a dirlo, non occupano neanche il 3% dell’interesse dell’autrice. É tutto un susseguirsi di Celaena scopre cose e poi se ne fotte.

All’autrice interessa esclusivamente dirci che l’assassina è fighissima e che sia Chaol che Dorian sono pazzi di lei. Quindi tutta la trama è, in realtà, una scusa per far flirtare i tre.

E qui passiamo al secondo punto: il triangolo amoroso.

Allora, a me i triangoli non piacciono particolarmente, però se fatti bene, ok, ci possono stare. Il triangolo amoroso tra Celaena, Chaol e Dorian è però assurdo e poggia su basi inesistenti. Mi chiedo: ma un’assassina che ha subito ciò che ha subito, come può trovare anche solo vagamente interessante il capitano della guardia del re suo nemico e, contemporaneamente, pure il principe ereditario? Cioè, ok, passi per uno, dai. Al cuore non si comanda. Ma entrambi! Ho capito che sei stata un anno senza battere chiodo, ma così è assurdo, figlia mia.

Terza questione: i personaggi.

Emh. Personaggi? Diciamo che qui più che personaggi abbiamo dei figuranti ritagliati nel cartoncino e appiccicati sullo sfondo. Di Celaena ho già detto: è fighissima, è furbissima (anche se in realtà non capisce mai un cazzo), è bellissima: odiosa, insomma.

Dorian è semplicemente idiota: sembra Prince Charming di Shrek, ha un regno da ereditare, un torneo da vincere, un padre che lo considera (e a ragione) un emerito imbecille, un paese da amministrare, misteriosi morti nel suo castello, e pensa invece a conquistare Celaena. Ma come si fa, dico io? I due sono protagonisti delle peggiori scene d’amore di serie B. Lui le regala un sacchetto di caramelle (lei se le pappa senza manco sapere se sono avvelenate o meno), s’introduce in camera sua, le insegna a giocare a biliardo facendo il marpione, le presta libri da leggere (tranne i romanzi rosa, eh! Quelli mai!), fanno le passeggiare e poi limonano spesso e volentieri (senza andare oltre, eh. Il sesso dopo il matrimonio), il tutto mentre si susseguono le morti e Celaena è impegnata in un torneo in cui è facile perda la vita. Anzi no, lei è invincibile e fighissima. Fossi il re, manderei a morte sia lui che lei. Comunque Dorian non serve a niente, ma davvero a niente, in tutta la stramaledetta storia. É il tombeur des femmes che, non appena vede Celaena e s’innamora, si trasforma in Dawson Leery.

Dorian, prima di incontrare Celaena
Dorian, prima di incontrare Celaena

 

Dorian, dopo aver incontrato Celaena
Dorian, dopo aver incontrato Celaena

Chaol è il personaggio freddo fuori, tenero dentro. E naturalmente pure lui, nonostante si sforzi di non darlo a vedere, ama follemente la bellissima e fighissima Marchesa del Grillo. Anche il suo ruolo nella storia si riduce alle patetiche gag con Celaena, tipo quando le chiede perché sta male, lei gli risponde che le sono tornale le mestruazioni e lui scappa come un bambino di sei anni facendo cadere cose durante la fuga. Ah-ah. Le matte risate.

*Ah, la scena delle mestruazioni di Calaena occupa all’incirca un capitolo e, ovviamente, non ha alcun peso nel prosieguo della storia. Serve solo (secondo le intenzioni dell’autrice…) a creare simpatiche scenette livello scuole medie*

Il terribile re di Adarlan compare sì e no tre volte, giusto per camminare nei corridoi del castello come Darth Vader e declamare qualche frase da cattivo.

La principessa Nehemia, praticamente una specie di “prigioniera”, in quanto rappresentante di un regno conquistato da Adarlan, cambia atteggiamento e carattere ogni tre pagine e, ovviamente, diventa amica di Celaena. Sta lì come soprammobile, per fare da spalla a Celaena, proteggerla (perché? Boh. Così, a pelle “le piace”) e depistare i sospetti dei lettori. Sì-certo-come-no. Ci crediamo tantissimo.

Dei cattivi ho già detto: prevedibili come bambinoni. Roba da “ci stiamo cagando sotto“.

Conclusioni

In sostanza, a questa storia manca il ritmo, l’identità dell’ambientazione (fatta eccezione per pochissimi elementi, non sappiamo nulla di questo “mondo”), la caratterizzazione dei personaggi, che sono un susseguirsi di banalizzazioni e cliché. Ho trovato il linguaggio elementare, fin troppo colloquiale, come se la Maas stesse raccontando la storia ai suoi amici al bar. Insomma, non me ne vogliate fan, ma io l’ho trovato davvero un prodotto sciatto. A questo punto non so se leggerò i prossimi, vorrei togliermi il dubbio che, in qualche modo, la storia progredisca, ma onestamente non ho molte speranze.

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Flower, Elizabeth Craft e Shea Olsen [recensione]

buon-junkieOggi la recensione della prima lettura del 2017 che, purtroppo, non è stata positiva. Si tratta di Flower di Elizabeth Craft e Shea Olsen, edito Newton Compton, che la casa editrice mi ha inviato in omaggio. Mi spiace sempre dover recensire negativamente un libro, ma le ragioni che mi hanno fatto storcere il naso sono moltissime e proprio non sono riuscita a trovare qualcosa che rendesse questo romanzo almeno “sufficiente”.

flower_8492_x1000Titolo: Flower
Autore: Elizabeth Craft , Shea Olsen
Copertina: rigida
Pagine: 384
Editore: Newton Compton
Uscita: 2 gennaio 2017
Collana: Anagramma
Lingua: Italiano
TRAMA:

Charlotte vive con la nonna ed è una ragazza con la testa a posto: bravissima a scuola, lavora in un negozio di fiori per pagarsi gli studi. È molto concentrata e non ammette distrazioni, non esce di sera e non accetta inviti dai ragazzi. È ossessionata dal pensiero della madre e della sorella che pensa abbiano sprecato le loro vite alla continua rincorsa dell'amore e del sesso. Charlotte ha promesso a se stessa che non farà la loro fine, non perderà di vista i propri obiettivi per colpa dei ragazzi, per questo studia con estrema dedizione con l'obiettivo di essere ammessa a Stanford. Fino a che, un giorno, nel negozio entra un cliente strano, ombroso ma gentile, un tipo affascinante ed esigente e, all'apparenza, molto ricco. Charlotte fa quell'ultima vendita e all'ora di chiusura torna a casa sicura di non rivederlo mai più... Ma la mattina dopo le viene recapitato un mazzo di fiori bellissimi e costosissimi e scopre che il misterioso cliente si chiama Tate ed è la più famosa pop star del pianeta... e anche se tutto ciò che rappresenta quel ragazzo è distante anni luce dalla vita di Charlotte, la scintilla è scoccata e ora sarà difficile tornare indietro...

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PROPRIO NO!
PROPRIO NO!

I libri possono essere brutti o belli, si sa. È quasi sempre un fattore personale quello che ci porta ad apprezzare o meno un libro. Poi ci sono valori oggettivi: grammatica sbagliata, stile legnoso, buchi di trama, personaggi inconsistenti. Flower presenta gli ultimi due difetti, ma per il resto è un racconto scritto abbastanza bene, anche se con uno stile abbastanza piatto. Insomma, se non ci fossero state altre forti motivazioni per bocciarlo, probabilmente lo avrei definito un libro non bello ma neanche un obbrobrio, insomma, non una lettura adatta a me ma che sarebbe potuta andar bene per qualcun altro. Invece…
La cosa che davvero non riesco a superare è la slealtà verso il ruolo stesso di scrittore.
Che vuol dire? Ve lo spiego.

Se c’è una cosa che non riesco a perdonare a uno scrittore, è scrivere piegandosi alle mode del momento, strizzando l’occhio a una categoria di lettori che, da indagini di marketing, si sa già apprezzeranno. Non sopporto l’idea che un autore possa decidere di incanalarsi in un genere ben preciso soltanto per vendere, ecco. Il marketing andrebbe lasciato alle Case Editrici, uno scrittore dovrebbe semplicemente scrivere la sua storia, credendoci. Probabilmente è una visione fin troppo rosea del mestiere di scrittore, ma non riesco che a vederla in questo modo. Poi, se uno scrittore è davvero bravo, riesce anche a convincere il suo pubblico che quella storia la stia scrivendo preso dal fuoco dell’ispirazione e non per pagare le bollette a fine mese.

Ma non è questo il caso.

Flower mi è sembrato un modo molto facile, per le due autrici, di entrare nelle grazie di una categoria di lettori che sta facendo la fortuna di diverse CE, ossia le ragazzine innamorate di cantanti famosi, tipo One Direction, Justin Bieber e via di seguito (mi sento una bacchettona mentre scrivo). Non si spiegherebbe altrimenti l’esistenza di un romanzo come questo che non aggiunge nulla alle migliaia di storielle scritte da sedicenni su Wattpad, alle fanfiction con protagonisti boy band e groupie fortunate, ecc.

La protagonista della storia è Charlotte, una ragazza assennata, studiosa, che lavora in un negozi di fiori (da qui il titolo), il cui unico obiettivo è quello di non fare la fine di sua nonna, sua mamma e sua sorella, tutte rimaste incinte giovanissime, tutte con la vita spezzata dall’arrivo di marmocchi inattesi. Quindi Charlotte ha deciso che non uscirà mai con un ragazzo, almeno finché non avrà raggiunto il suo obiettivo di laurearsi e crearsi un futuro. Avrei voluto anche crederci (anche se mi risulta difficile pensare a una diciottenne che fa questi discorsi), ma, come sempre accade in questo tipo di romanzi, il personaggio che ci viene presentato in maniera così precisa nelle prima pagine, scompare con l’arrivo del bello di turno, in questo caso Tate.

Tate è bello, muscoloso, misterioso, gentile ed è uno stalker, una figura che, vogliono farci credere, piace molto alle ragazzine e alle donne in generale (cfr. Christian Gray di 50 sfumate di grigio). Tate arriva sempre a fine turno di lavoro di Charlotte, quando non c’è nessuno, per chiederle insistentemente di uscire con lui, riesce a rubarle il numero di telefono non si sa come, acquista un intero negozio di fiori e glieli fa recapitare a scuola, davanti a tutti, mettendola in imbarazzo.

Insomma, l’ho odiato. Ancora di più ho odiato la solita pseudo-evoluzione della storia d’amore (presa pari pari da quel capolavoro horror che è After di Anna Todd): lui insiste per uscire con lei, la costringe quasi, la corteggia e alla fine la convince. Lei è restia, all’inizio, ma dura tre secondi: basta che lui la “sfiori con lo sguardo” e s’innamora pazzamente. A quel punto, lui si ritira perché “non vuole farle del male”. E questo tira e molla ridicolo avviene per tutte le 286 pagine del romanzo, una cosa insopportabile, una vera e propria presa in giro.

In pratica, uno dei problemi principali di questo romanzo è che la trama non esiste, come non esiste conflitto o tensione narrativa: esistono una sequenza di scene sempre uguali che non portano alcuna evoluzione, visto che i due personaggi principali non sono dotati di agency, ossia non agiscono in base a uno scopo finale, ma solo per far contente giovani lettrici in cerca di immedesimazione.

Quindi ci ritroviamo in un romanzo in cui una ragazza qualsiasi diventa l’oggetto dei desideri della star più famosa del momento (una specie di Justin Bieber, come vi ho anticipato) realizzando i desideri nascosti di migliaia e migliaia di fan. Sì, è quello che si sogna da ragazzine (Sposerò Simon Le Bon, docet), ma non necessariamente andava raccontato in maniera così banale.

Le complicazioni che dovrebbero generare  la tensione narrativa sono, in pratica, dovute alla stupidità dei due personaggi principali: Charlotte, che dimentica in un secondo i suoi sogni e la sua rigidità (proprio da brava bigotta), affascinata dalla bellezza e dalla ricchezza di Tate, s’innamora perdutamente e cerca in ogni modo di fare sesso con lui (ci prova continuamente, mi sono sentita male per lei e pure per lui… Non posso credere che le autrici non si siano rese conto di quanto fosse ridicolo), lui, nonostante la desideri con tutto se stesso, nonostante dormano anche assieme, resiste perché non vuole farle del male (boh).

Charlotte e Tate sono un accumulo di cliché, tra l’altro, anche in contrasto fra loro: Tate s’innamora di lei perché è speciale, unica, semplice e poi la porta a far shopping, dal parrucchiere dei vip e dall’estetista trasformandola, in pratica, proprio nelle donne con cui ha continuamente a che fare; Charlotte ci viene presentata come autonoma e (stupidamente) rigida e basta un abito costoso a distruggere tutte le sue convinzioni.

Il finale è ancora più assurdo e contribuisce a distruggere la già precaria stima nei confronti della protagonista che passa definitivamente da bacchettona guastafeste a groupie senza dignità.

Potrei definirlo un calco di After ma senza il sesso (la povera Charlotte vi farà pena, giuro!)

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Il cavaliere eterno, Larissa Ione [libri di traverso]

buon-junkie Oggi è un grande giorno, torna infatti una rubrica a me molto cara: “libri di traverso”, cioè libri così brutti che mi si sono bloccati nel gargarozzo, rischiando di ammazzarmi. Ho chiamato diversi volte questo tipo di libri con una parola ben precisa: libriminkia o anche librimerda, scegliete quella che vi piace di più.
Per farvi capire cos’è un “librominkia” vi cito me stessa (evvai con le manie di grandezza) in una delle puntate dedicate a questa categoria speciale di libri (quella in cui parlo di Cinquanta Sfumature di Schifo)

I librominkia sono oggetti per aspetto simili ai libri normali (con i quali tendono a confondersi) ma caratterizzati da poca grammatica, stile piatto, personaggi amorfi e trama ridicola.

Pur sapendo ogni volta a cosa vado incontro, non riesco a non avventurarmi, di tanto in tanto, in questa selva oscura per essere rassicurata sui livelli di disagio raggiunti dall’editoria mondiale.
Detto ciò, la recensione di oggi è vecchissima (del 2012) ma non era presente su questo blog, perché risale ai tempi in cui scrivevo per un altro sito e mi beccavo gli insulti di tutte le bimbeminkia e le fan del poveri libri gabbati. A questo proposito, vorrei chiarire fin da subito (prima che mi arrivino minacce di morte, com’è accaduto dopo la mia recensione di Divergent) che il fatto che mi diverta di tanto in tanto a prendere per il culo alcuni libri, non deve farvi sentire offesi, oltraggiati. Sono per la libertà di letture, non vi giudico, giudico solo il libro in questione… e se vi domandate: “Perché leggi libri che già sai non ti piaceranno?”, vi risponderò come la buonanima di Tin Tin ha risposto a Eric Draven, in Il Corvo:

Perché mi piace, perché mi eccita.

ilcavaliereeternoionefanucciFatta la dovuta premessa, andiamo subito al sodo. Il libromerda di oggi è Il cavaliere eterno di Larissa Ione, che Fanucci mi ha inviato in omaggio molti anni fa (non ho più collaborato con Fanucci… coincidenze?). Premetto che quando ho letto questo libro, non avevo idea di cosa mi aspettasse. Certo la sobrissima copertina sulla quale campeggia un tronista di Uomini & Donne aveva provata ad avvisarmi, ma sono una fanciulla ingenua e dunque sono andata così, alla cieca. Dopo il primo momento di ribrezzo, però, devo dire di essermi divertita parecchio.

Sapevo solo che si parlava di Cavalieri dell’Apocalisse:

Apocalisse 6,1-8
[…] Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora.?
[…] Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada
[…] Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano.
[…] Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno.
Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.

Questo era quello che sapevo io, le poche informazioni dell’ora di religione sopravvissute alla svolta anticlericale.
Mi sbagliavo.

Il Cavaliere Eterno segue le vicende di Reseph, Ares, Thanatos e Limos, quattro fratelli (l’ultima è una femmina) belli, ricchi e talmente letali che perfino Chuck Norris si farebbe qualche problema a stuzzicare.
Apprezzano i festini, lo sport e non disdegnano alcol e sesso. Soprattutto il sesso. Hanno una vaga tendenza alla coprolalia e all’assassinio, ma questo è normale: sono le caratteristiche in dotazione di qualunque figo spaziale con mega pettorali o mega tette.
Il vero problema è che i quattro fratelli sono pronti a trasformarsi rispettivamente in Pestilenza, Guerra, Morte e Carestia, il che accadrà alla rottura dei sigilli. Questo rappresenta un discreto problema, visto che rottura dei sigilli significa, come dice la profezia, Armageddon.
La Fine del Mondo, in altre parole, con i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse che infiammano la Terra e pongono fine alle miserabili vite umane.
Cazzo, è fottutamente eccitante, commenterebbe uno dei personaggi del romanzo.

Tutto inizia con il sigillo di Reseph che si spezza. Da innocuo playboy, anima di leggendarie feste-orgia in piscina, Reseph si trasforma in un demone zannuto fissato con l’Apocalisse, che vuole trascinare nel “lato oscuro” i fratelli. Per farlo deve trovare i loro sigilli e spezzarli e il primo in cima alla lista è il secondogenito, Ares.

Ares un tempo viveva fra gli uomini, poi gli hanno ammazzato moglie, figli e fratello ed è diventato un po’ scontroso, così si è trasferito in Grecia, in una principesca villa sulla spiaggia: non si fatica a comprendere perché le femmine (di qualsiasi specie) lo trovino irresistibile, nonostante la stazza e il carattere non propriamente rassicuranti.
Ares conosce Cara: una bionda oca giuliva con il potere di entrare in empatia con gli animali o di far esplodere essere umani (a seconda di quanto è agitata) e una latente ninfomania. L’ideale di ogni uomo, insomma, anche di un Cavaliere dell’Apocalisse.

I due sono costretti a vivere in stretto contatto quando Cara accoglie per sbaglio l’agimortus (il sigillo) di Ares. Per inciso: per tutta la durata del romanzo – 369 pagine – Cara continuerà a chiamare l’agimortus, agi-qualcosa, perché proprio non ce la può fare a farcela (semi-cit.). Comunque, compito di Ares sarà proteggerla da Reseph-Pestilenza, che vuole farla fuori per spezzare il sigillo.

La trama si può riassumere così, perché il resto della storia è solo il pretesto che l’autrice usa per abbandonarsi a una sequenza di elucubrazioni troppo ridicole per essere considerate erotiche. Si passa senza logica da caotiche scene di battaglia (che si concludono sempre con ripetitive e vaghe esplosioni di carne, sangue, ossa, dal momento che l’autrice NON SA descrivere una battaglia) ad ancora più caotiche scene di sesso della durata di minimo tre pagine, roba che pure Rocco a un certo punto si dichiarerebbe sfiancato. Cara e Ares si accoppiano in posizioni inaccessibili alla maggior parte degli esseri viventi e incomprensibili a livello anatomico. Praticamente non hanno le ossa o hanno mangiato il frutto di Gom Gom e sono malleabili come Monkey D. Rufy.

Ares mentre affronta i nemici.
Ares mentre affronta i nemici.

L’Armageddon, insomma, è una cosuccia che resta sullo sfondo, della serie “Ma che sarà mai”, mentre masturbazioni, falli, liquidi seminali, patte gonfie e culi sodi, spuntano fuori senza controllo, come le erezioni di Ares (una in ogni pagina, è malato di priapismo e non lo sa).

Leggiamo uno stralcio, per farci un’idea:

“Un pensiero lo assillava mentre tornava in Grecia con il Varco: lei indossava le culotte di Victoria’s Secret.
Riusciva a visualizzare le sue curve appetitose avvolte in quelle mutandine sexy. […] Voleva stringerla mentre le mani gli scivolavano dietro per afferrare quel suo culetto sodo… Dannazione, era ossessionato da quelle fantastiche mutandine.”

Da questo si capisce che razza di coglione sia Ares.
Cioè: tuo fratello vuole far finire il mondo e tu pensi alle culotte di Victoria’s Secret? Ma poi che cazzo ne sai che esistono le culotte di Victoria’s Secret?

Ogni buon soldato conosce le culotte Victoria's Secret.
Ogni buon soldato conosce le culotte Victoria’s Secret.

Notate anche lo stile meraviglioso dell’autrice, senz’altro valorizzato da una traduzione altrettanto ridicola: “Curve appetitose avvolte nelle mutandine sexy”, bah. “Quel suo culetto sodo”, ri-Bah. Ma non c’era un modo di dirlo che non somigliasse alla sceneggiatura di Pierino colpisce ancora?
Larissa Ione ci descrive Ares come uno spietato guerriero eccitato dalla violenza, un uomo duro abituato a dormire addirittura senza cuscino! Perché “le comodità rendono deboli”, come il guerriero tutto d’un pezzo riferisce a un’affranta Cara (tra l’altro avvolta in un soffice pigiama rosa con pecore disegnate, sexy quanto una teiera).

Il guanciale, simbolo di corruzione e debolezza. O mores o tempora
Il guanciale, simbolo di corruzione e debolezza.
O tempora, o mores!

Ares ha una casa con spiaggia privata e idromassaggio, dotato di panche riscaldate.
Una vita da accampamento militare, certo.
Larissa Ione fa finta di nulla e, come Cara, si concentra sulla “tartaruga” (non sia mai chiamarli addominali!) del Secondo Cavaliere dell’Apocalisse.

Ma leggiamo ancora degli estratti, ad alto tasso d’imbecillità:

“Hai il sapore dell’oceano. Cazzo…”.
Gemendo le sollevò una gamba per appoggiarla sopra la sua spalla…
“Aspetta – Cara gli sbatté il palmo della mano sul petto – La protezione?”
“Le mie guardie sono qua vicino… Ah, intendi per il sesso”.

Ma si può essere più idioti? A parte che non so per quale motivo Ares debba usare la parola “Cazzo” come intercalare inutile, per fare il figo? Manco a dodici anni. Ma poi, tu autrice, puoi davvero far dialogare i tuoi personaggi in questo modo così demente? Il sapore dell’Oceano, poi, che significa? Che Cara è salata come l’acqua di mare? Che puzza di pesce? Boh.
Comunque, tra un eloquio da Sergente Maggiore Hartman (“Dannazione, Thanatos. Questa è la mia decisione. Ha fottuto la mia donna, e io farò quello che devo fare” – “Apri il Varco, apri il fottuto Varco!”) e un’erezione improvvisa, si arriva fino alla battaglia finale di cui non importa niente a nessuno, neanche alla stessa autrice che sembra aver fretta di concludere per dedicarsi alla descrizione dettagliata del rocambolesco accoppiamento finale dei due protagonisti, con Cara appesa a testa in giù dal ramo di un albero, cui segue l’immancabile proposta di matrimonio (in ginocchio) con tanto di anello con brillante, che sancisce ufficialmente il passaggio di Ares da spietato cavaliere dell’Apocalisse a stallone da monta con il carisma di un’ameba.

L’Armageddon è un rimpianto lontano, la saga, infatti, continua, come si apprende tristemente alla fine del romanzo (nel prossimo capitolo la sorella di Ares, Limos, dovrà vedersela addirittura con Satana, il geloso fidanzato).

Se in un momento di particolare tristezza, voleste provare a leggerlo, sappiate che il libro costa solo 4,45 € in versione cartacea su Amazon e potete acquistarlo cliccando qui. Però poi non dite che non vi avevo avvisato!

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Libri di Traverso: After di Anna Todd

buon-junkieDa molto tempo ormai non scrivevo la recensione di un libromerda. Ho scelto per esordire nuovamente nel genere un libro che già sapevo mi avrebbe molte soddisfazioni. Ma non sapevo me ne avrebbe date così tante.
Sto parlando del caso letterario di Wattpad: After di Anna Todd.
Sì, lo so. Mi piace vincere facile.

Comunque è anche vero che bisogna sempre farsi una propria personale idea, anche delle schifezze che ci sono in giro. Così, complice un momento di svogliatezza mentale dovuto al troppo lavoro, mi sono avventurata nella lettura di questa sottospecie di romance/erotico.

Devo dire che non ridevo così dalla lettura di Cinquanta Sfumature di Grigio (la cui recensione trovate qui). In schifo, lo ha praticamente eguagliato.

Ora vi dico perché.

Su Wikipedia dicono:

Tessa Young è la classica brava ragazza di diciott’anni che sta per frequentare il college . Nella sua vita non manca niente: una media perfetta, un fidanzato che la ama e una madre che ha fatto sacrifici purché la figlia avesse tutto. La vita di Tessa cambia nel momento in cui mette piede al college e a partecipare a questo radicale cambiamento è Hardin Scott. Hardin è un ragazzo ribelle, a volte maleducato, pieno di piercing e tatuaggi , ma altrettanto attraente. Tessa viene subito catturata dal feroce sguardo di Hardin e tra i due nasce un rapporto di amore e odio.

La riscrivo come dovrebbe essere:

Tessa non è la classica brava ragazza. Tessa è un coagulo di imbecillità. Nella sua vita non manca niente, tranne un cervello funzionante. Ha un fidanzato con un’età mentale di 95 anni che indossa mocassini e cardigan, roba che lo scheletro di Tutankhamon in confronto è un giovincello che sprizza energia da tutti i pori e una madre clinicamente pazza che oscilla tra il Mulino Bianco e la Strega di Biancaneve. In aggiunta a tutto questo, la fortunatissima Tessa, al college incontra uno spostato di nome Hardin Scott il cui unico pregio è… è… no, non ha pregi, tranne forse il fatto di essere un comune mortale e quindi biodegradabile. Tra i due nasce un rapporto appassionante quanto una storia d’amore fra Pappalardo e Zequila.

Vi stuzzica?
A me moltissimo.

Ma andiamo con ordine, partendo dai personaggi, che sono la parte “migliore” del “romanzo” (virgoletterò molte cose in questa recensione, sapevatelo).

ATTENZIONE DA QUESTO MOMENTO IN POI E’ SPOILER CONTINUO!!! NON ANDATE AVANTI SE VOLETE LEGGERE IL ROMANZO (che vi sconsiglio vivamente… ma comunque…)

TESSA YOUNG

La giovane Tessa

Tessa di giovane c’ha solo il cognome. A essere generosi possiamo definirla “una palla mortale” di quelle che se si avvicinano nella tua orbita ti ammazzano la gioia di vivere, una specie di Dissenatore, insomma, solo con un gusto molto peggiore in fatto di abiti. Anna Todd dev’essersi divertita moltissimo, come ogni autore, a tracciare la psicologia del suo personaggio principale. Me la immagino abbandonata sul computer in coma irreversibile.

Tessa non ha passioni. Ha una madre che la controlla 24h come un segugio. Un fidanzato che baceresti più volentieri il poster di Marcus direttamente da un Cioè anni ’90. Vestiti che la Sora Lella in confronto è una Fashion Blogger: la gonna sotto il ginocchio, scampanata, modello Suor Tristezza, dei colori più brutti.

Tessa è vergine (eh beh) e con suo nonn… emh con il suo fidanzato non è mai andata oltre la palpatina. Poi incontra Hardin e diventa una giumenta da monta, nonostante il rapporto vero e proprio si consumi solo alla fine. Oh, spoiler. Scusate.

HARDIN SCOTT

Il ribelle e affascinante Hardin Scott

Hardin Scott è il classico ragazzaccio. Se per ragazzaccio intendiamo un individuo bipolare che passa dal “ti amo, piccola” al “vaffanculo, stronza” nel giro di dieci secondi. Hardin non ha un solo pregio. Neanche uno, credetemi. Uno ci prova a cercarlo, dice: “cazzo, sei il personaggio maschile principale, devi averlo un pregio” e invece nulla. L’autrice, durante il coma, è stata sostituita nella costruzione del personaggio da una scimmia idrofoba. Hardin c’ha problemi, è evidente. E Tessa, invece di mandarlo subito affanculo, decide di “salvarlo”. Cioè si lascia fare qualunque cosa.

NOAH

Noah mentre studia

Il fidanzato-nonno aka la palla al piede aka la mummia aka l’Inutilità resa personaggio.
Tessa lo descrive con passione:

Noah è più alto di me di pochi centimetri, ma mi piace così.

Brividi caldi, proprio.

ALTRI PERSONAGGI MASCHILI E FEMMINILI DI CONTORNO TUTTI UGUALI, TUTTI TATUATI E CON LO SPESSORE PSICOLOGICO DI UNA CARTA VELINA

Per descriverne la psicologia basta prendere un foglio bianco e tracciare una linea dritta. Vi darà l’idea della loro profondità.

LA TRAMA

Vabbè, chiamiamola trama. Centovetrine in confronto è Guerra e Pace.
Tessa arriva al college accompagnata dalla mamma-demente e dal fidanzato Noah coi suoi disgustosi mocassini. E va beh. Poi entra nella stanza dentro ci trova la sposa di Satana. Da cosa lo si capisce? Ha i tatuaggi, le tette al vento (perfino quell’ameba di Noah le fissa bramoso) e i capelli rosso fuoco! Nei volantini dei Testimoni di Geova è così che vengono descritte le donne di malaffare. La ragazza si chiama Steph e sicuramente porterà Tessa sulla cattiva strada.

Steph le presenta due amici che a quanto pare entrano ed escono dalla stanza a loro piacimento. Come capiamo che sono gentaglia? Sono tatuati. Uno è simpatico. L’altro, il più tatuato (e quindi il più pericoloso) è Hardin Scott (che in realtà è Fedez sotto mentite spoglie). Si capisce che è il più cattivo, perché i suoi tatuaggi sono neri o grigi e ha pure due piercing. Da brava bigotta, non appena lo vede, Tessa si ingrifa.

Non appena Steph lascia la stanza in compagnia dei bambini di Satana, la mamma inizia a sbraitare. Niente, non gliene fotte minimamente che è il primo giorno di università e sua figlia ha una solidissima candidatura per il primo posto a Miss Sfiga. “Tu cambi dormitorio!” urla. E poi chiama “teppisti” i maschi conosciuti poc’anzi. Cioè, io capisco che in confronto a Noah pure un neonato che frigna sembrerebbe un delinquente, ma signora, diamoci un contegno. Alla fine la donna acconsente a lasciare Tessa nel girone infernale, non prima di averle spiegato la storia delle api che impollinano i fiori (naturalmente davanti a Noah che prende appunti).

E così la rompicoglioni lascia il college assieme alla zavorra umanoide con mocassino.

Il giorno dopo Tessa comincia a conoscere il college, scoprendo che le docce si fanno in comune. Naturalmente lì, le cadono i vestiti nell’acqua e quindi è costretta a tornare seminuda nella stanza, dove trova Hardin steso sul letto di Steph che le fa subito sapere che non se la scoperebbe manco via webcam. Tessa invece di rispondergli “e sticazzi chi te l’ha chiesto?” inizia a sciogliersi per la passione. Va beh, ricordiamoci che è fidanzata con l’uomo-mocassino e che, confrontato con Noah, anche un frontale con un autobus a due piani avrebbe più appeal.

Tessa viene trascinata a una serie di feste della confraternita in cui inizia a fare la conoscenza con l’alcool, il fumo, il sesso… sempre da spettatrice eh. Una sera, all’improvviso, Tessa si ritrova in una stanza con Hardin e, vinta dalla passione, lo bacia. E da lì… il baratro.

Hardin, inspiegabilmente, comincia a ronzarle attorno. Tessa, intanto, decide di abbandonare finalmente il look “suor Cristina”… la perdita delle gonne azzurre sotto al ginocchio è il primo passo verso la lussuria.

Dopo il primo bacio con Hardin, Tessa inizia a scoprire le gioie del sesso: un ditalino in riva al fiume, un cunnilingus volante, poi è la volta della masturbazione a lui (rigorosamente con le mutande su), poi della fellatio… in un crescendo di erotismo che trova sempre il suo culmine nelle parole che il ribelle Hardin le rivolge in questi momenti speciali.

“Oh, cazzo, piccola…”
“Sei bagnata per me…”
“Metti la bocca intorno a me” (intende attorno al suo membro, che per quanto ci riguarda sì, rappresenta anche lui come persona).

In tutto ciò, Hardin è sempre più inquietante: un momento prima le dice “ti amo”, il momento dopo impazzisce e spacca qualcosa. Da manuale dei disturbi della personalità, ma nessuno lo azzittisce con un proiettile di tranquillante, no. Perché Hardin c’ha problemi e va compreso.

Che problemi ha?

Come sempre, qualsiasi problema un maschio abbia è legato alla sua mamma.

La mamma di Hardin, nella fattispecie, è stata stuprata a casa sua davanti ai suoi occhi per colpa del padre alcolizzato, che ora sta felicemente per sposare un’altra ed è pure rettore dell’Università.

Naturalmente lo spirito da crocerossina di Tessa la porta a subire qualunque cosa, per amore del suo uomo. Il messaggio tra le righe è: “ragazze, fatevi trattare una merda dai vostri uomini. Vanno capiti.” con tanti saluti all’amor proprio.

Alla fine scopriamo che Hardin ha iniziato a frequentare Tessa per scommessa, tanto è vero che ha pure trafugato le lenzuola con il segno della deflorazione per farle vedere ai suoi amici. Con quei soldi (quando si suppone fosse già innamorato di lei) Hardin ha pagato l’appartamento nel quale è andato a vivere con Tessa (dopo una manciata di settimane di frequentazione in cui le cose al 90% andavano una merda tra loro).

Tessa alla fine lo scopre e lo molla… anche se non è finita qui.

CONCLUSIONI

Questo romanzo non ha un filo logico, tanto per cominciare. Ogni singolo personaggio è un disturbato mentale, Hardin su tutti. Potrei citare vagonate di incongruenze di trama e comportamenti. Nei momenti più drammatici, basta che i due si avvicinino di mezzo metro e scatta la passione, con Hardin che da strafottente e pericoloso diventa un tripudio di “piccola” da farti salire la glicemia a livelli insopportabili. Il linguaggio è ridicolo: i personaggi parlano come protagonisti di una telenovela sudamericana di serie Z. L’autrice, nonostante abbia voluto descrivere l’iniziazione sessuale di una diciottenne, ha una mentalità conservatrice di quelle che ti fanno venire voglia di prenderla a testate nei denti. Il suo stile è insopportabilmente elementare.

I concetti principali:

Le brave ragazze non si truccano, non amano le minigonne, non fanno sesso.
Se iniziano, è perché qualcuno le spinge a scendere la china.
Non hanno la capacità di trovarsi un lavoro da sole, per fortuna c’è sempre il proprio uomo a metterci la buona parola.
Non hanno la capacità di prendere casa, devono aspettare che il loro uomo paghi per loro.

Quelle coi tatuaggi e i capelli rosa, con le scollature e che fanno sesso sono troie (la stessa Tessa più di una volta esprime questo concetto, salvo iniziare a fare lo stesso – certo per colpa delle delusioni e dell’alcool, da brava bigotta) e non troveranno mai un uomo che le ami davvero.

Per i maschi tutto cambia: tatuaggi, piercing e sessualità promiscua sono segni di figaggine.
I maschi possono spaccare oggetti, essere gelosi fino alla follia, stalkerizzare la propria donna, piombare sul tuo luogo di lavoro per “scopare”, ecc. ecc. ma continuano a essere degni di essere amati, coccolati, compresi.

Un libro così brutto non lo leggevo da parecchio tempo.
Leggetelo se volete farvi due risate o capire quanto in basso possa scendere l’editoria mondiale pur di vendere.

Se invece volete farvi un’idea di quanto può scendere in basso il marketing per vendere, ecco la prova:

 

 

 

 

 

 

 

 

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Libri di Traverso: Divergent di Veronica Roth

Lo so, devo smetterla con l’approccio al genere letterario bimbominkia visto che ho superato l’età da tempo, ma se non lo facessi ogni tanto, come potrei scrivere le mie fantastiche, meravigliose, appassionate recensioni grame?

Titolo Divergent
Autore Veronica Roth
1ª ed. originale 2011
Genere avventura, distopia, fantascienza
Edizione italiana: De Agostini, 2012, 480 pp.
Quarta di copertina:

Dopo la firma della Grande Pace, Chicago è suddivisa in cinque fazioni consacrate ognuna a un valore: la sapienza per gli Eruditi, il coraggio per gli Intrepidi, l’amicizia per i Pacifici, l’altruismo per gli Abneganti e l’onestà per i Candidi. Beatrice deve scegliere a quale unirsi, con il rischio di rinunciare alla propria famiglia. Prendere una decisione non è facile e il test che dovrebbe indirizzarla verso l’unica strada a lei adatta, escludendo tutte le altre, si rivela inconcludente: in lei non c’è un solo tratto dominante ma addirittura tre! Beatrice è una Divergente, e il suo segreto – se reso pubblico – le costerebbe la vita. Non sopportando più le rigide regole degli Abneganti, la ragazza sceglie gli Intrepidi: l’addestramento però si rivela duro e violento, e i posti disponibili per entrare davvero a far parte della nuova fazione bastano solo per la metà dei candidati. Come se non bastasse, Quattro, il suo tenebroso e protettivo istruttore, inizia ad avere dei sospetti sulla sua Divergenza…

La copertina di Divergent, completamente diversa da quella di Hunger Games, come potete notare
La copertina di Divergent, completamente diversa da quella di Hunger Games, come potete notare

Divergent di Veronica Roth è classificato nel genere distopico per adolescenti, ma sarebbe più giusto spostarlo nel genere “romanzo d’amore per adolescenti”. La distopia, infatti, è solo una scusa per raccontarci i primi turbamenti sessuali della sedicenne protagonista Beatrice detta Tris: trentanove capitoli di sguardi, carezze fugaci, baci sfiorati, baci appassionati e infine pippe mentali alla quale l’autrice appiccica pezzi di fantapolitica, qualche combattimento, un po’ di sangue.

da Wikipedia:
Divergent è il primo capitolo dell’omonima trilogia creata dalla scrittrice americana Veronica Roth. Pubblicato in America il 3 maggio 2011 e uscito in Italia per la De Agostini il 22 marzo 2012 è diventato bestseller vendendo più di un milione di copie. Il romanzo è una distopia per ragazzi ambientata in un futuro non specificato in cui gli esseri umani hanno posto fine alle guerre dividendosi autonomamente in fazioni e svolgendo ognuno il mestiere più consono alle proprie naturali inclinazioni. La Roth ha affermato che l’idea della storia le è venuta durante un viaggio in macchina. Benché ci siano molte differenze, Divergent è spesso accostato ad Hunger Games scritto da Suzanne Collins.

Divergent Veronica Roth Fazioni
Le fazioni in cui è divisa la popolazione

Partiamo dal primo punto: Divergent è un Hunger Games all’acqua di rose (n.b. la trilogia della Collins mi è piaciuta, nonostante i moltissimi e macroscopici difetti, soprattutto presenti nel secondo volume). Non ci sono tributi che si ammazzano tra di loro in un reality, ma ci sono degli “iniziati” che devono conquistare i dieci posti disponibili per entrare a far parte di una delle fazioni in cui la società è divisa, se non vogliono finire a vivere sotto i ponti come barboni (gli Esclusi).

Passo alla trama, così riesco a spiegare meglio il tutto:

// ATTENZIONE: SPOILER! //

Fazioni Divergent
In quale fazione vorresti essere? Non certo nei Pacifici, vero?

L’Umanità non è più in guerra: la pace è stata finalmente conquistata dividendo la popolazione in fazioni, ognuna delle quali svolge un preciso ruolo nella società.

I Candidi dicono sempre la verità, non hanno filtri e fanno solo figure di merda (sono anche un po’ cafoni), ma vengono sopportati perché in fondo la loro poca diplomazia li rende abbastanza simpatici. Sono come dei bambinoni che non possono fare a meno di fare battute squallide, ecco. Si occupano, nella società, della Legislazione.
I Pacifici non vengono mai cagati manco di striscio (presumo che ciò accadrà nel secondo e nel terzo): due palle così solo se li nomini (e infatti vengono nominati molto poco). Si occupano di Assistenza Sociale.
Gli Abneganti sono altruisti. L’altruismo è una virtù abbastanza figa, specialmente se il tuo background culturale è infarcito di religione. Gli Abneganti hanno un pessimo gusto in fatto di stile, si vestono sempre di grigio e non hanno manco uno specchio a casa (una botta di vita, insomma). Però sono al Governo e quindi… fuck you.
Gli Intrepidi sono fighi, si vestono di nero, c’hanno i tatuaggi e i piercing. Si occupano di proteggere la popolazione.
Gli Eruditi sono dei secchioni di merda, vogliono avere sempre ragione e leggono libri, una passione blasfema, si sa. Sono i cattivi e sono ricercatori, insegnanti, scienziati. Insomma, tutta gente che adora Satana.

E poi ci sono quelli che, per disgrazia, hanno fallito il test e quindi non sono niente, non servono ad una mazza, si chiamano  Esclusi e fanno i barboni sotto i ponti.

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Fra le cose che rendono coraggiose le persone ci sono: saltare da un treno in corsa, saltare da un cornicione, saltare da un palazzo…

Beatrice Prior ha sedici anni, vive con i  genitori e suo fratello Caleb nella fazione degli Abneganti e sta per essere sottoposta al test, dovrà perciò decidere, in base ai risultati, se rimanere nella sua fazione  con la sua famiglia e o cambiare e trasferirsi altrove, senza poter più entrare in contatto con i suoi. Il test attitudinale invece di indicarle le sue inclinazioni naturali, risulta “inconcludente”: Breatice è una “divergente”, molto pericolosa perché non può essere controllata. Beatrice dovrà fingere di non esserlo e scegliere una fazione dove poter stare al sicuro (in effetti la dottoressa che le fa il test la classifica come Abnegante). A rigor di logica, io avrei scelto i Pacifici o gli Abneganti, ma Beatrice sceglie gli Intrepidi colpita dalla maniera fighissima in cui salgono e scendono al volo dai treni (io lo faccio tutti i giorni andando a lavoro, comunque).

Una volta fra gli Intrepidi, Beatrice conosce Quattro (Four nella versione inglese… ma dico io, non lo potevate lasciare Four anche in quella italiana?), il suo istruttore, bello, figo, incazzato, misterioso, di poche parole, letale, scorbutico che, ovviamente, è attratto subito da lei, il che sembra inspiegabile per la stessa autrice che ogni due pagine ci ricorda che  Beatrice (che ora si fa chiamare Tris) è un cesso a pedali, ed è troppo bassa (ogni due pagine succede qualcosa che Tris non riesce a vedere, essendo malata di nanismo, a questo punto dobbiamo credere).

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Tris chiede a Four di fargli vedere i tatuaggi… come dire… “ogni scusa è buona”

Da qui, ogni cosa, l’addestramento, le difficoltà, gli scontri con gli altri iniziati, sono una pura e semplice scusa per far parlare Tris e Four, per farli ritrovare da soli, per fare in modo che la mano di Four si poggi, casualmente, sulla schiena di Tris scatenandole sensazioni esplosive.

Non dico che Divergent sia completamente da buttare, l’idea era carina (anche se l’influenza di Hunger Games è fin troppo palese), il problema è che la storia fra Tris e Four prende talmente tanto spazio da far risultare il resto marginale, e siccome il “resto” è una rivoluzione in procinto di esplodere… beh… fate voi!

Oltre ad errori grossolani di trama come questo, appunto, c’è poi la nota dolente della psicologia dei personaggi: passi per gli stereotipi, ma una volta stabilito il “tipo” del personaggio, per lo meno bisognerebbe cercare di seguire la mappa della sua personalità… niente. Faccio l’esempio di Four:

Four è un leader, è autonomo, silenzioso, tende a risolvere i suoi problemi da sé, non parla molto ed è quasi sempre apparentemente distaccato e antisociale. Tende a evitare il bisogno degli altri, aiuta ma non chiede aiuto. Poi, di colpo, Four diventa (senza alcun passaggio intermedio) dipendente da Tris. La porta con sé nella sala delle simulazioni (dove gli Intrepidi affrontano, in una sorta di Realtà Virtuale, le proprie fobie) e le svela le sue paure, paure connesse con la sua infanzia, cose private, molto intime (il solito padre-padrone violento, per la precisione): una cosa di questo tipo, per il tipo leader e autonomo è impensabile, almeno nel modo in cui ci viene raccontata. Poteva essere scoperto, poteva trovarsi in un momento di crisi e fragilità o in un attacco di passione e confessarlo, ma nel pieno delle sue facoltà, risulta assurdo che, dopo tutti gli anni passati a nascondere le sue paure al mondo, si fidi ciecamente e si apra completamente con una ragazzina che ha appena incontrato, per quanto possa esserne (inspiegabilmente) attratto.

La locandina del film, in uscita in Italia ad Aprile: la protagonista non vi ricorda "vagamente" Katniss...???
La locandina del film, in uscita in Italia ad Aprile: la protagonista non vi ricorda “vagamente” Katniss…???

Altra cosa che non va, i tempi narrativi: in una narrazione autodiegetica e simultanea (Tris racconta al presente in prima persona, come se le cose le accadessero proprio mentre parla) ci si aspetta che non vi siano troppi buchi. La bravura dell’autrice è, in questo caso, riuscire ad eliminare dalla narrazione le scene inutili (non ci interessa ad esempio che Tris faccia pipì dieci volte nella giornata, o mangi tre panini o si spazzoli i capelli) senza però che il lettore ne percepisca lo stacco. Il problema è che di scene inutili (cioè non utili alla trama che, ricordo, dovrebbe essere quella di una distopia) ce ne sono a bizzeffe, soprattutto collegate a Four (mi rifiuto di chiamarlo Quattro). Il bello è che, spesso, queste scene sono simili: c’è quella ricorrente di Four che le posa la mano sulla schiena e lei che sente un brivido di eccitazione. Ok, è una cosa carina da raccontare, visto che siamo nel POV di Tris. Ma UNA volta. Non tutte le volte che succede. Al contrario, occupare il tempo di queste scene senza senso con commenti sulle sensazioni di Tris fra gli Intrepidi, su cosa sta provando man mano che l’iniziazione va avanti, ci sarebbero tornate utili per comprendere meglio come diavolo fa la protagonista a passare dall’impiastro che è stata per tutto il libro, al killer letale degli ultimi tre capitoli.

Ancora: Divergent ha dei momenti molto tragici. Il primo è forse quello in cui uno dei iniziati, Edward, viene di notte pugnalato ad un occhio da Peter, lo stronzo della situazione, che vuole diventare primo in classifica. Albert, un altro co-protagonista, si suicida. Il reale problema è che non si percepisce nulla dell’atmosfera cupa in cui queste situazioni dovrebbero essere immerse, è come se fossero slegate da tutto il resto (una storia d’amore per adolescenti, ripeto) e nel momento in cui accadono sono talmente fuori contesto da risultare assurde (o banali, come il suicidio di Al, che ci si aspetta dalla prima scena in cui compare… anche qui torna la solita morale cristiana: il suicidio è un atto di vigliaccheria e non di coraggio e bla bla bla).

Parliamo poi di altri due momenti tragici, la morte dei genitori di Tris: entrambi muoiono per difenderla, entrambi muoiono davanti ai suoi occhi, sparando ai soldati nemici. Stessa morte. Stessa descrizione. Io capisco che nella realtà sarebbe anche potuto accadere così, ma visto che siamo in un romanzo, una variazione sul tema non sarebbe stata male. Del resto, commentare entrambe le morti nello stesso identico modo: “è una buona morte” toglie anche un po’ di enfasi al tutto.

Altro momento di caduta verticale: Tris ci è stata descritta come Abnegante inside, ma con una forte tendenza ad essere Intrepida (anche se molto spesso – troppo – l’autrice confonde l’altruismo con l’idiozia e il coraggio con la crudeltà). Una delle paure di Tris è che la gente a cui tiene possa morire a causa sua, ed una delle scene che ha dovuto affrontare durante le sue simulazioni è stata quella di dover sparare alla sua famiglia per salvarsi. In una delle ultime simulazioni, Tris riesce a vincere la sua paura e a farsi uccidere, piuttosto che sparare ai suoi.

divergent-trilogyOra: durante l’attacco reale agli Abneganti da parte degli Intrepidi governati dagli Eruditi (che siccome sono secchioni e sanno tutti, sono pure cattivi) tramite un siero iniettatogli, Tris si trova faccia a faccia con Will, uno dei migliori amici che ha avuto fra gli Intrepidi e senza manco pensarci punta alla testa e gli spara. Bum. Poco dopo, incontra Eric, il più stronzo e crudele dei suoi istruttori, e pur di non sparargli, lo gambizza.

Come ci spiega l’autrice questa scelta tragica? Non ce la spiega. Tris avrebbe potuto gambizzare pure Will, no? No. Perché ci dice esplicitamente che mira alla testa. Eric serve alla trama (gli stronzi servono sempre) e quindi vive. Will non serve a un cazzo, e quindi muore. Facile!

Ancora: a Four viene iniettato un siero che lo trasforma in un automa, non riconosce più Tris, anzi cerca di ucciderla. Si affrontano, Tris ha una pistola e gliela punta contro, ma non ha il coraggio di ucciderlo, così… gli consegna la pistola e se la fa puntare alla testa. In quel momento, Four (che ricordiamo, non ha battuto la testa, ha una specie di veleno nelle vene, iniettatogli solo poche ore prima) la riconosce e guarisce. Miracolo! Questo fantomatico siero è una cagata pazzesca, dunque!

Soprassediamo su altre piccole assurdità, disseminate in tutto il libro, come la scena in cui Peter e gli altri bad boys una notte rapiscono Tris con l’intento di lanciarla in uno strapiombo e, nel mentre, qualcuno le tocca pure una tetta. Tris se la lega al dito: non il fatto che stavano per ammazzarla, ma proprio che l’hanno palpata. E lo dice pure a Four, quando questi le chiede di essere meno aggressiva e di mostrarsi debole per non attirarsi addosso le violenze dei suoi compagni. Il dialogo che hanno, più o meno (cito a memoria) è questo:

Tris: No, tu forse non hai capito. *momento di silenzio, pieno di pathos* Mi hanno toccato.
Four: *gli sta per esplodere una vena per la gelosia* Ti hanno toccato.

Sì, ma la stavano pure per lanciare nel vuoto, che credo sia un attimo più grave. Ma sì, chi se ne fotte. Essere palpate è peggio.

La sensazione è questa: l’autrice per tutto il romanzo continua ad affermare cose e a contraddirsi, sia in termini di trama che in termini di personaggi. Non ci sono regole, tutto può essere superato con la forza dell’amore, che, per carità, è una cosa bellissima, ma almeno spiegacela in maniera un attimo meno elementare. Insomma, l’idea di base poteva essere interessante, ma è stata gestita davvero male, senza contare che il tutto è stato scritto con un substrato di bigottismo religioso e una vaga (manco tanto vaga) tendenza moraleggiante:

1) Tris pensa continuamente al sesso (incurante di tutto quello che le sta succedendo intorno) ma ha paura di farlo perché Four forse vuole solo quello, poi Four le confessa di essere ancora vergine e tutto diventa improvvisamente bello, ma comunque non scopano… nonostante lo vogliano entrambi e si stiano baciando appassionatamente e siano in una stanza da soli (meno male che sono divergenti, eh!)

2) Gli Eruditi, in quanto gente che legge e studia, scienziati e ricercatori, sono una massa di stronzi, malvagi e vogliono ammazzare tutti.

Detto ciò, sono curiosa di leggere il secondo, per capire se la storia migliora e si arricchisce o se resta tutto così. E sono anche curiosa di capire come hanno affrontato certe cose nel film.

Comunque: Divergent, per ora il risultato è INCONCLUDENTE, ma mi riservo di tornarci.

 

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