“Io no. Non mi abituo mai a niente, io. Chi si abitua a tutto tanto vale che muoia.”
Truman Capote – Colazione da Tiffany

Dimenticate il film con Audrey Hepburn e George Peppard, il romanzo di Capote è tutt’altro e, onestamente, io lo preferisco, pur essendo affezionata alla trasposizione cinematografica.

Nel film, Holly Golightly è una ribelle con la fissa di Tiffany, che ha paura di fermarsi in un posto, di farsi mettere in gabbia e di morire, perché è un gatto selvatico e non vuole rinunciare alla sua libertà, neanche per amore. Ma poi s’innamora, il gatto selvatico viene addomesticato, gli viene dato un nome, tutto finisce “bene”.

Nel romanzo, Holly Golightly è una romantica sfrenata e tale resta, fino alla fine. È ingenua e, allo stesso tempo, una vera stronza. Non c’è amore che possa convertirla alla buona, rassicurante vita normale. Holly continua a scappare, errore dopo errore, alla ricerca del proprio posto nel mondo che, in realtà, forse neanche esiste. Il gatto non viene mai addomesticato e Tiffany è simbolo di tutto ciò che – teoricamente – vorrebbe: la cara, vecchia vita borghese, un posto dove fermarsi, tranquillo e silenzioso, ma che in fondo rifugge.

Il finale del film è zuccheroso e rassicurante, il finale del libro è uno dei miei explicit preferiti di sempre: un finale agrodolce, in cui la vocazione di Holly per l’errore è confermata, ma anche la sua capacità di riprendere la corsa, per una meta sconosciuta, armata di un entusiasmo che è sempre più provato, ma comunque vivo.

La Holly Golightly di Capote è una delle mie donne di carta preferite, assieme a Scarlett di Via col Vento, Lizzie di Orgoglio e Pregiudizio e Catherine di Cime Tempestose.

E poi, la scrittura di Capote è poesia e New York un sogno malinconico. 

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