Sconfitte che sembrano vittorie: Dunkirk, la guerra raccontata da Nolan

Non sono un’esperta di cinema di guerra, in realtà non sono un’esperta di cinema in generale, sono una semplice appassionata che ha visto un film bello e potente, nella sua crudissima poesia e che vuole parlarvene perché se non ve ne parlasse e si tenesse tutto dentro poi ci starebbe male. Ecco. Quindi questa è sì una recensione del film (bello, bello, bellissimo) di Christopher Nolan (che io amo) ma soprattutto una riflessione su quello ha scatenato in me. 

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Regia: Christopher Nolan
Cast: Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Harry Styles, Aneurin Barnard
Titolo originale: Dunkirk.
Genere: Azione
Produzione: USA, Gran Bretagna, Francia, 2017,
Durata: 106 minuti.
Uscita: giovedì 31 agosto 2017
Distribuzione: Warner Bros Italia

Maggio, 1940. Sulla spiaggia di Dunkirk 400.000 soldati inglesi si ritrovano accerchiati dall’esercito tedesco. Colpiti da terra, da cielo e da mare, i britannici organizzano una rocambolesca operazione di ripiegamento. Il piano di evacuazione coinvolge anche le imbarcazioni civili, requisite per rimpatriare il contingente e continuare la guerra contro il Terzo Reich.

La mia recensione

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Ogni volta che vedo un film di guerra, penso ai miei nonni. Ho trascorso tutta l’infanzia a farmi raccontare “i fatti della guerra” da loro, per una bambina che non sa cosa voglia dire vivere sotto le bombe e nella minaccia costante di morire, erano avventure prive di sangue (i miei nonni respingevano tutto ciò che era macabro e sapeva di morte, forse come reazione a tutto il sangue e i morti visti sul campo di battaglia) ma allo stesso tempo terribili. Ascoltavo rapita, perché loro erano tornati, perché la brutta avventura era finita, perché erano in salvo e potevano raccontarla. L’effetto-Dunkirk, insomma.

Niente sangue, neanche una goccia, ma angoscia, dolore, senso d’ingiustizia, etica, patriottismo, coraggio, epos, tutto questo sì: un film di guerra in cui la guerra è ridotta a occhi, bocche, mani, inquadrature strette sul dolore, sul terrore e larghissime vedute in cui gli esseri umani sono piccoli, ammassati come insetti o isolati come animali morenti: spiagge desolate costellate di cadaveri, cieli attraversati da aerei nemici e la sconfinata distesa del mare, freddo e immobile spettatori, una vasta tomba di acqua.

Tre ambientazioni, tre tempi, un’unica storia

Il film è diviso in tre parti, separate all’inizio da titoli in sovrimpressione: tre ambientazioni e tre tempi diversi, il capitolo “sul molo”, quello ambientato a terra, dura una settimana, il capitolo in mare dura un giorno e, infine, il capitolo in aria dura un’ora. Terra, acqua e aria e dappertutto fuoco: i quattro elementi compongono la scelta narrativa di Nolan, quattro elementi che s’incrociano, con continui cambi di angolazione, fino all’epico e commovente finale (è storia: gli uomini salvati dal massacro di Dunkerque saranno circa 344.000). Protagonisti della parte “via terra” sono due soldati inglesi (Tommy e Alex) e un terzo francese che si finge inglese per poter sfuggire al massacro. La parte “via mare” è raccontata attraverso gli occhi del signor Dawson e di suo figlio che partono, sulla loro imbarcazione privata, alla volta di Dunkerque, rispondendo all’appello di Churchill ai privati. Infine, la parte “via aria” è vista attraverso gli occhi del pilota Farrier (Tom Hardy), pronto a dare man forte e protezione ai soldati dall’alto.

Tutti gli attori sono stati bravissimi, ma eccezionali Kenneth Branagh e Tom Hardy, quest’ultimo a volto coperto per il novanta per cento del film, riesce a recitare la sua parte solo con gli occhi. Incredibile.

Il coraggio dei singoli

Le tre storyline procedono slegate le une dalle altre, in un mosaico di volti, esplosioni, fango, mare, urla e morte: l’accento è posto essenzialmente sul concetto di coraggio, un coraggio individuale e profondo che va al di là della guerra e delle ragioni politiche, si riferisce alla resilienza, toccando le corde più intime della natura umana. Gli uomini sono capaci di gesti di una barbarie inaudita quando sono spaventati ma sono in grado, nel terrore, di provare sentimenti altissimi ed eroici: commovente, in questo senso, il viaggio compiuto dal signor Dawson con il suo giovane figlio, un viaggio incerto, pericoloso, al quale l’uomo non ha alcuna intenzione di rinunciare.

La descrizione di fuga, paura, terrore è affidata ai volti giovanissimi di tre soldati, due inglesi e uno francese, che fuggono dall’inferno: i ripetuti tentativi di scappare dalla spiaggia dove sono assiepati, in ordine perfetto, i soldati stretti nella morsa nemica, sono disperati, caotici, inutili. L’ansia che pervade il racconto si trasmette subito allo spettatore che, grazie alla tecnologia utilizzata per girare il film e al perfetto sonoro, si ritrova tra le bombe, in fuga anche lui.
Sul molo, il volto non più giovane e composto anche nel disastro del comandante Bolton (Kenneth Branagh magistrale)  descrive perfettamente l’ineluttabile destino cui le truppe inglesi stanno andando incontro: sarà un massacro e non c’è nulla da fare. Ecco perché il finale in cui invece degli “almeno 30.000” uomini richiesti da Churchill vede in salvo 344.000 uomini è un trionfo. La battaglia è persa, ma l’iniezione di speranza è innegabile. Commovente ed epica anche la battaglia aerea, con Farrier a corto di carburante che continua a sparare al nemico per dare il maggior supporto possibile ai soldati: scelte singole di auto-sacrificio che si rivelano essenziali.

Non c’è sangue, non c’è la patria, neanche quando il comandante Bolton, all’arrivo delle barche inglesi, alla domanda: “Chi sono?” risponde “La patria”, nella versione originale – e immensamente più bella e significativa – risponde semplicemente “Home”, casa… una casa che non è inglese, non è francese, non ha nazionalità, è la casa per tutti gli uomini, nonostante le differenze. Non ci sono neanche i Nazisti (neanche i Tedeschi a dirla tutta), nel senso che non vengono mai nominati, se non come “il Nemico”. C’è l’Inghilterra, lontana ma visibile, come la salvezza, triste e terribile proprio perché è lì ma è irraggiungibile.

É un film che colpisce tutti i sensi umani: la vista, l’udito, perfino il tatto e il gusto (le uniformi sporche e strappate, la sabbia, il mare schiumoso, quei pochi pezzi di pane e marmellata che i giovani soldati riescono a mandare giù sulla nave). É un film sicuramente difficile da descrivere, proprio perché fa leva sulle emozioni più che sul racconto: è un film sulla resilienza, dicevo, sul coraggio, sulle scelte, sul fatto che durante la guerra gli eroi nascono e muoiono e i loro nomi vengono dimenticati e ci sono eroi di tutti i tipi, ma non per questo meno importanti, come descrive alla perfezione il commento musicale di Hans Zimmer, cupo e minimale, che si accompagna alle bombe e alle urla, ma anche agli sguardi decisi e pieni di voglia di vivere dei soldati.

Sarà un miracolo, ma non una vittoria, questo è certo. Nei volti dei soldati sconfitti che assieme alla vita, in Inghilterra, portano il senso di colpa per non essere morti per la Patria si legge la profonda ingiustizia della guerra, che costringe all’inutile sacrificio di sé. C’è l’epica del ritorno, ma, ripeto, non c’è giustizia: c’è, però, la speranza, la speranza di combattere e vincere, di resistere, di subire, patire ma tornare a vivere, perché alla domanda “siamo solo tornati vivi” non può esserci altra risposta che: “ti pare poco”.

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