Giornata della Memoria 2018: gli eroi dell’Olocausto

La memoria è diritto e dovere fondamentale di ogni comunità e di ogni uomo. Oggi è la Giornata della Memoria e di solito quando ricordiamo l’Olocausto lo facciamo ricordando la tragedia, le crudeltà, la follia omicida, le morti, le torture. E tutto questo è assolutamente giusto: dobbiamo continuare a provare orrore per quello che è successo. Sono anche convinta, però, che ricordare il Bene e ciò che di buono è accaduto in quegli anni bui, possa avere un valore altrettanto grande. Perché è quando il mondo crolla nell’oscurità che nascono gli eroi. Ecco perciò due storie, un uomo e una donna come tanti che, nel momento più buio, divennero eroi. Uno era italiano, l’altra polacca. Non si incontrarono mai e, forse, ignorarono l’esistenza l’uno dell’altra, ma lottarono dalla stessa parte, nello stesso modo. Rischiarono la vita ed ebbero il rimorso di non aver fatto abbastanza, ma la misura di quello che fecero è nella speranza che ancora arde leggendo le loro storie. Scoprite chi sono questi due eroi, vi sfido a non commuovervi.

È successo in Germania; ma le stesse cellule malate si trovano nel corpo di ogni nazione, pronte a entrare in attività.
(Charlie Chaplin)

Un eroe silenzioso

C’era una volta un uomo che, durante il periodo della dittatura fascista, disgustato dalla piega che la politica aveva preso, rinunciò alla cosa pubblica per tornare a fare il medico, in una clinica per disturbi mentali. Quando la furia nazi-fascista si rivolse contro gli ebrei, quest’uomo ebbe la geniale idea di dare rifugio a moltissimi ebrei e antifascisti, ricoverandoli nella sua clinica con cartelle cliniche falsificate. In questo modo, mettendo in pericolo la sua vita e quella dei suoi collaboratori, l’uomo salvò molte vite innocenti. Ma gli eroi sono eroi anche perché agiscono senza preoccuparsi della morte e della gloria, e infatti la storia di quest’uomo è rimasta sconosciuta, grazie anche alla discrezione della sua famiglia, finché la figlia di uno degli uomini da lui salvati non ha ritrovato il diario del padre, in cui raccontava la storia di questo eroe silenzioso. All’uomo, morto nel ’49, fu conferita la medaglia dei Giusti fra le nazioni, conferita solo ai non-ebrei che agirono in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare la vita anche di un solo ebreo. Volete il nome?
Si trattava di Carlo Angela, padre di Piero Angela e nonno di Albero Angela.
A questa famiglia dobbiamo davvero tanto, insomma.

L’eroina dei bambini

Jolanta era il suo nome in codice, Irena Sendler era una giovane infermiera polacca di 32 anni, che aveva aderito alla Resistenza polacca. La Resistenza le affidò il difficile compito di salvare i bambini del ghetto di Varsavia. Irena era anche dipendente dei servizi sociali della città e visto che i Tedeschi temevano un’epidemia di tifo, le diedero il permesso speciale di entrare nel ghetto alla ricerca di eventuali sintomi. Irena entrò nel Ghetto ebreo di Varsavia portando, nonostante non fosse ebrea, la stella di Davide cucita sul cappotto, in segno di solidarietà e per confondersi con gli ebrei. In quell’occasione, grazie a questo stratagemma, la donna riuscì a portare via dal ghetto moltissimi bambini in ambulanze e altri veicoli, fingendo che avessero il tifo. Successivamente, si spacciò per un tecnico di condutture idrauliche e fognature: entrò col suo furgone nel ghetto e riuscì a portar via alcuni neonati, nascondendoli nel fondo di una cassa per attrezzi, e bambini più grandi chiusi in un sacco di juta. A volte, con lei aveva portato un cane che teneva nel retro del furgone: il cane era stato addestrato ad abbaiare quando i soldati nazisti si avvicinavano, coprendo così il pianto dei bambini. Fuori dal ghetto, la donna forniva ai bambini documenti falsi e li affidava a famiglie cristiane. La donna annotò i nomi veri di tutti i bambini, accanto a quelli falsi, conservando i documenti in bottiglie e vasetti di marmellata che seppellì sotto un albero, nella speranza, un giorno, di poter restituire i bambini alle loro famiglie, cosa che, purtroppo, nella maggior parte dei casi non avvenne, visto che le famiglie furono tutte trucidate. Irena fu anche arrestata e torturata pesantemente, perché rivelasse il segreto: le fratturarono le gambe e rimase invalida a vita, ma non parlò. Condannata a morte, fu salvata dalla Resistenza polacca che corruppe i soldati tedeschi e riuscì a liberare Irena prima che venisse uccisa. Tornata a casa, la donna continuò a lottare contro il nazismo. 2500 bambini furono salvati, grazie al coraggio di Irena Sandler.

La Shoah è un fatto drammaticamente europeo. È vero che ha avuto cuore nella Germania nazista ma in tutti i paesi europei gruppi più o meno grandi hanno collaborato. Il 27 gennaio – giorno in cui furono abbattuti i cancelli di Aushwitz – è divenuto “giorno della memoria” per una legge dello Stato. Ciò che è stato fatto contro gli ebrei riguarda tutti».

(Andrea Riccardi)

 

Ti potrebbe interessare:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *