#BookReview: Il seggio vacante di J.K. Rowling

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Con questo romanzo “babbano” (Il Seggio Vacante, Salani, traduzione di S. Piraccini), J.K. Rowling ha dimostrato che non è stata la magia di Hogwarts a renderla famosa, né un incantesimo particolarmente riuscito, ma soltanto le sue straordinarie capacità narrative.

Misurarsi con qualcosa di completamente diverso da maghi, streghe, calderoni bollenti ed elfi domestici non è stata una scelta facile. La cosa più semplice, parlando di marketing, sarebbe stata continuare a cavalcare l’onda del successo di Harry Potter, con il tanto gettonato prequel, e mettersi al sicuro. J.K. Rowling, invece, ha voluto abbandonare i manici di scopa e il mondo magico in generale, per immergersi in un mondo che più babbano non si può (anche se, forse, una scelta così può essere considerata, dal punto di vista del marketing, addirittura lungimirante, visto che, in questo modo, la Rowling si riserva di tirar fuori la carta jolly “Harry Potter” in futuri periodi di “magra”).

Ad ogni modo, poteva esse un flop (il nuovo romanzo non è certo indirizzato allo stesso target di Harry Potter), non lo è stato perché, ripeto, J.K. Rowling è davvero una brava scrittrice.

In cosa consiste questa bravura?

La storia di “The Casual Vacancy” (in italiano tradotto “Il seggio vacante”) è semplice: un tale, Barry Fairbrother, conduce una vita tranquilla, come quella di chiunque altro, in una cittadina tranquilla e come tante altre, che si chiama Pagford.

Fairbrother ha una famiglia normale, una moglie normale e normalmente insoddisfatta del suo matrimonio, un lavoro normale, delle normalissime cose da fare. E’ una persona normale. Fairbrother, però, fa una cosa anormale, una cosa che nessuno si aspetta da lui: muore. La morte fa parte della vita dall’inizio dei tempi, eppure non smette mai di stupire.

Questa è la prima delle tante “ovvietà” che la Rowling si diverte ad elencare.

Barry Fairbrother, una volta morto, passa dalla condizione di “uno qualunque” a quella di Defunto con la D maiuscola, la bravissima persona che lascia una moglie e dei figli inconsolabili, degli amici affranti, un lavoro che amava e in cui era, sostanzialmente, il migliore. Da morto, non è più soltanto “uno qualsiasi” ma diventa Barry Fairbrother, l’uomo, il marito, il padre, l’amico, l’amore segreto, il consigliere, il modello di vita.

Questo accade a tutti. Ma c’è dell’altro, in realtà.

A dispetto del codice buonista di ogni orazione funebre, solo dopo la sua dipartita, lo spazio occupato in vita da Barry Fairbrothers diventa davvero importante. Perché? Perché quello spazio ora è vuoto: è un seggio vacante. Chi lo occuperà? E’ attorno a questa domanda che si svelano le ossessioni, le perversioni e i folli desideri di un’intera comunità.

Barry Fairbrother conosceva delle persone, persone che lo amavano, persone che lo detestavano, persone per cui era un amico, persone per cui non era nulla. Il seggio vacante è la storia di quello che accadrebbe se potessimo spiare dal buco della serratura i pensieri più profondi di quelle persone. Scopriremmo figli che detestano i propri genitori, genitori terrorizzati dai propri figli, mariti che tradiscono, mogli che pianificano delitti, gente che finge di essere ciò che sa benissimo di non essere e così via.

Scopriremmo stranezze? No, è questo il punto. Scopriremmo la realtà.

La bravura di J. K. Rowling si concretizza nel descrivere una feroce verità, raccontata in toni farseschi e patetici, che tutti fingono di non conoscere. Non fatti anomali che accadono in una comunità anomala, insomma, ma fatti normali che accadono in comunità normali.

J. K. Rowling sembra dire: facciamocene una ragione, ragazzi e basta con le bugie; viviamo, agiamo, addirittura a volte pensiamo e lo facciamo sempre simulando; usiamo maschere che causano sotterfugi, paranoie, insoddisfazioni, dolori e, a volte, la morte. Sono le maschere della gioia, dell’amore, della fratellanza, della sensualità, del riscatto, del futuro, del coraggio, della soddisfazione. L’uomo non è questo. Dietro ognuna di quelle maschere, c’è quello che pensiamo davvero. Ognuno dei personaggi del Seggio Vacante viene presentato come lo vede la gente, com’è davvero e come si percepisce lui stesso e il fatto è che le tre visioni finiscono per coincidere, senza però che nessuno osi dire a voce alta la verità.

E allora, il punto di vista cambia del tutto. Non stiamo più spiando dal buco della serratura, come avvoltoi famelici, le perversioni (lontane) di gente sconosciuta. Non stiamo più guardando con aria divertita e distaccata (perché a noi quelle “cose lì” non capitano) i vizi e i desideri ridicoli di qualche strambo vicino. Stiamo guardando i nostri padri, le nostre madri, i nostri fratelli e sorelle, i nostri amici, noi stessi. Ci vediamo così come ci vedrebbe la gente se non avessimo una maschera di gioia, onore, compostezza. Ci vediamo così come ci vedrebbe nostra madre se togliesse la maschera della maternità, quella maschera che nasconde le domande che nessuna madre vuole farsi: mio figlio è un inetto? E’ un violento? E’ uno stupido?

Il seggio vacante è un grande sberleffo, grottesco, amaro, impietoso, che si apre con la morte e si chiude allo stesso modo, in un ciclo perfetto nella sua assurdità, è uno sberleffo alle patetiche convinzioni umane, da parte di una scrittrice profondamente attenta all’umanità circostante, il cui pensiero, come accade a tutti i grandi scrittori, è più avanti.

E’ una lunga orazione funebre, in cui, finalmente, si racconta la verità, con la consapevolezza che quella verità tornerà ad essere ignorata dopo gli applausi, perché così dev’essere se si vuole sopravvivere.

articolo originale scritto per DIETRO LE QUINTE

Il seggio vacante diventerà una serie della BBC – ne abbiamo parlato QUI

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