“Ha una sua solennità rituale, la tenebra”.
Euripide, Le Baccanti

Quest’estate ho visto al Teatro Greco di Siracusa una delle mie tragedie preferite: le Baccanti di Euripide, che Aristotele definì “Il più tragico dei poeti”. Tornata a casa dalle vacanze, l’ho riletta. E ho riflettuto sul perché io ami così tanto il racconto di emozioni violente, spesso letali e senza spiegazione, apparentemente.

Amo la tragedia greca perché è il racconto delle grandi e violente emozioni e delle forze motrici che uniscono gli Esseri Umani fin dalle origini, l’amore, il dolore, il rapporto col divino, la vendetta, l’affermazione della propria identità.

Siamo accomunati dallo stesso DNA, è vero, ma nulla crea ponti come sentire le stesse emozioni. Il sentimento che, credo, stimoli meglio la capacità di comprensione fra due individui diversi è il dolore, ossia provare lo stesso dolore: è quello che accade assistendo a una tragedia greca.

Tutti provano lo stesso, remoto e a volte sconosciuto dolore. Lo comprendono, fra paura e pietà, e questo è un modo per riconoscersi fra simili, in quanto Esseri Umani.

E poi ho pensato che dovrebbe valere anche per le reali tragedie della vita. Per quello che accade in altre parti del mondo. Riconoscersi in un dolore lontano e incomprensibile e farlo proprio.

Dovremmo esercitarci con le tragedie greche a sentire e comprendere il dolore.

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