Lolita di Vladimir Nabokov [recensione]

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buon-junkieSiete ancora in vacanza? Io sono tornata a lavoro, anche se a sprazzi, sto cercando di concedermi ancora qualche giorno di vacanza, tornerò operativa da… domani. Va beh. Come sono andate queste vacanze? Le mie abbastanza bene, oggi si ricomincia anche ad andare in palestra per rimediare agli eccessi natalizi. Non aggiungo altro.
Per fare un breve riepilogo: questo 2016 è stato difficile ma intenso, ho dovuto affrontare diversi momenti no, ma sono riuscita a uscirne sempre a testa alta o, comunque, con qualche lieve ammaccatura e nulla di più. È stato un anno anche piuttosto prolifico: ho pubblicato due romanzi (L’esercito degli spietati e Il regno dell’Imperatore-Fantasma, terzo e quarto volume della saga di Armonia di Pietragrigia) che avevo già scritto anni fa, ho finito di scrivere e ho pubblicato un terzo romanzo, Le regole per essere felici in amore (entro Natale), ho terminato la prima stesura di un romanzo distopico a cui tengo moltissimo (e di cui spero di potervi parlare molto presto). Insomma, tanti progetti portati a termine e tanti ancora da completare: si spera in un 2017 altrettanto creativo!
Ora però vi lascio alla prima recensione dell’anno, di un libro a me molto caro, uno dei miei preferiti, letto anni e anni fa: Lolita di Nabokov.

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ECCEZIONALE!
ECCEZIONALE!

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Lo scintillio degli occhi di una ninfetta, una leggera lanugine sul braccio: chi può cogliere dettagli infinitesimali, dove il resto degli uomini non vedrebbe che perversione, entra nel regno del martirio più profondo, dell’ossessione più recondita; scorgerà il volto stesso dell’Amore Tragico. In Lolita di Vladimir Nabokov (edito da Adelphi – traduzione di Giulia Arborio Mella) il protagonista, Humbert Humbert, ha un’ossessione incompleta per le bambine, derivante dalla tragica fine del suo primo amore, ma il bel quarantenne insegnante di francese che piace alle donne non ama tutte le bambine. Ama solo le ninfette, quelle dotate di uno speciale scintillio che le rende diaboliche.

La ninfetta non è innocente e Amore e Morte sono emanazioni simmetriche e tragicamente reali della stessa natura, un circolo vizioso, dove il Vizio è tragico godimento sfiorato, mai assaporato del tutto, anche quando la luce obliqua del tramonto illumina un letto sfatto e il corpo nudo, senza più pudore, di una dodicenne.

Lolita è la Ninfetta. E dal momento in cui la incontra, H.H. amerà solo lei. Lo stile di Nabokov è poesia pura e ci porta in luoghi di una bellezza accecante che si snodano rapidamente davanti a noi, come se percorressimo coi protagonisti le stesse strade assolate e deserte di un’America sonnacchiosa e indifferente. Ed entriamo con parole, colori, suoni e vigorosa ironia, nell’abitacolo impolverato e triste di un’auto in corsa verso il nulla, in cui una bambina ferita infierisce su un uomo innamorato, in cui un uomo innamorato infierisce su una bambina ferita.

Non c’è salvezza in “Lolita”, H.H. è l’emblema della rassegnazione che pervade l’intero romanzo, una sconfitta che macera nel profondo di un paese contraddittorio ed inerme. Ma non ci sono banali moralismi, il moralismo, anzi, è deprecato e assediato da una scrittura vivace, poetica, agghiacciante per cinismo e crudezza, ma mai volgare, sempre intrisa di una poesia tragicamente violenta e realista che illumina i suoi protagonisti di un’aura di odio, pena e amore. E non può che finire in tragedia, come finisce ogni vita, come forse finisce ogni grande amore, e la tragedia non è solo morte, non è solo assassinio. La vera tragedia è la solitudine: la sensazione di aver sempre amato da solo. Sempre e inutilmente.

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