Tre incipit che sanno di mare [Lunedincipit]

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buongiornoTorna la rubrica del lunedì: lunedincipit! I miei incipit preferiti, tratti da libri che secondo me dovreste leggere, libri che mi hanno lasciato il segno, libri accomunati da un tema che, questa volta, è il mare. L’estate è agli sgoccioli (ahimè) ma c’è ancora tempo per un tramonto (o un alba) sul mare, per sognare di prendere il mare e scoprire nuovi posti, per un bagno notturno, per scaldarsi al sole o gustare un drink in spiaggia con gli amici. Il mare divide e il mare unisce: ecco tre incipit bellissimi di libri altrettanto belli che sono sicura resteranno nei vostri cuori! Pronti a prendere appunti?

Il vecchio e il mare

The Old Man and the Sea regia di Aleksandr Petrov. 1999.
The Old Man and the Sea regia di Aleksandr Petrov. 1999.

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana.

Il vecchio e il mare è uno dei grandi romanzi di Ernest Hemingway, un romanzo che ho conosciuto e letto alle elementari e poi riletto da adolescente e se alle elementari l’ho trovato lento e un po’ ostico, devo dire che successivamente è entrato nel mio cuore per l’atmosfera che si respira in ogni pagina. Il mare è il grande protagonista, amico e nemico degli uomini, forza devastante da sfidare, combattere e amare. Questo romanzo parla dell’amicizia di un ragazzino con un vecchio pescatore ormai segnato dalla sfortuna, alla fine della sua vita, tenuto a distanza da tutti. Un vero outsider, l’immagine di un poeta che, nonostante tutto, continua a sfidare la vita fino all’ultimo respiro. Una fiaba poetica e malinconica, che è una metafora della vita e del coraggio degli esseri umani e che descrive con forza devastante il millenario rapporto di odio-amore tra Natura e Uomo.

Moby Dick

Moby-Dick

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

Moby Dick è il classico per eccellenza per chi ama il mare, tutte le metafore legate ad esso. Moby Dick non è solo la storia di un equipaggio strambo ed eterogeneo, diretto verso l’Impossibile, è la storia dell’Umanità, condensata in circa 1000 pagine. Achab, il Capitano del Pequod, la baleniera che sta cercando Moby Dick, la balena bianca, un mostro marino assimilabile al Leviatano, che sembra avere quasi una coscienza, divenuta l’ossessione di Achab, lo scopo della sua vita. Il romanzo narra l’Ultima Caccia di Achab: quella definitiva, quella che deciderà chi dei due, il Capitano su una gamba sola o il gigantesco cetaceo bianco, dovrà sopravvivere. Anche Moby Dick è disseminato di metafore potentissime sulla vita, l’Umanità, la storia del mondo. Se riuscirete a superare alcuni capitoli-scoglio (tipo quello sulla dissertazione sui vari tipi di capodoglio) entrerete in un mondo talmente reale e drammatico che quando sarete all’ultima pagina vi dispiacerà immensamente lasciare.

I figli del Capitano Grant

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Il 26 luglio 1864, mentre soffiava una forte brezza di nord-est, un magnifico yacht navigava a tutto vapore nel canale del Nord. La bandiera d’Inghilterra sventolava su uno dei pennoni; all’estremità dell’albero maestro una banderuola azzurra recava le iniziali E.G., ricamate in oro e sormontate da una corona ducale. Quella nave era il Duncan di lord Glenarvan, uno dei sedici Pari scozzesi che siedono nella Camera alta, e ragguardevole membro del “Royal-Thames-Yacht-Club”, celebre in tutto il Regno Unito.

Se amate l’avventura pura legata al mare, ecco il libro che fa per voi. Jules Verne è un maestro del genere e vi trascinerà in un viaggio bellissimo, alla scoperta di luoghi magici e ricchi di misteri da svelare, come la Patagonia, la Nuova Zelanda, l’Australia, l’Isola di Tabor. Un romanzo che vi farà viaggiare assieme ai figli del Capitano Grant alla ricerca del padre, scomparso in un naufragio. Di lui non si sa più nulla, ma i ragazzi non si danno per vinti: lo troveranno, a qualsiasi costo, e per farlo si imbarcheranno con altri personaggi che daranno loro una mano decisiva durante le ricerche.

Allora, che ne dite di questi incipit? Vi hanno incuriosito?

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