Recensione di Sangue e latte, Eugenio Di Donato

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Sangue e latte di Eugenio Di Donato è un romanzo di formazione, non nel significato classico del termine, perché il protagonista di questa storia, Ludovico, non è un adolescente alle prese con i primi passi nel mondo adulto, ma un adulto che si muove a ritroso, verso l’infanzia e gli avvenimenti più importanti del suo passato recente, alla ricerca dei nodi della sua vita ancora da sciogliere.

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Quello di Ludovico è un viaggio dentro se stesso, una lucida analisi nelle profondità del proprio io, nei segreti e nei traumi inconfessabili, nelle relazioni familiari e interpersonali, nelle aspettative altrui e nei propri desideri profondi.

Non è un viaggio semplice, perché a guardarsi dentro si finisce con lo scoprire cose che non è facile accettare, traumi infantili, traumi familiari, traumi recenti che non sono stati vissuti fino in fondo.

Eppure, il viaggio è necessario, per uscire dall’impasse di un tempo che sembra ciclicamente cristallizzarsi e poi riprendere a scorrere ma mai davvero in avanti, sempre incatenato a qualche nodo del passato. Come un elastico che si tende, per poi tornare di colpo indietro.

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L’amore, le aspettative, la famiglia, il lavoro, i sogni chiusi nel cassetto: gli esseri umani sono fatti di questo, tessere di un puzzle sparpagliate su un tavolo, che pian piano trovano – o devono trovare – la giusta collocazione.

Questa è l’idea principale, almeno quella che mi sono fatta io, su cui è montata tutta la vicenda di Ludovico, una storia come tante e, allo stesso tempo, come tutte le storie umane, unica.

Una vita che inizia in un piccolo paese e poi si sposta in una grande città, dove si spersonalizza in un lavoro frutto di aspettative familiari e attraverso una relazione sempre meno comunicativa. Una vita nata in una famiglia che considera l’amore una specie di debolezza e il lavoro la sola forma di auto-affermazione.

Questa vita, ad un certo punto, dovrà fermarsi, guardarsi, prendere forma, altrimenti non potrà più andare avanti.

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Il talento di Eugenio Di Donato sta nel saper accompagnare il lettore in questo viaggio nel tempo e nello spazio, avanti e indietro su quella linea temporale che è l’esistenza di Ludovico, costellata di traumi, cadute e dal bisogno di comprendere.

Ci riuscirà, alla fine? Riuscirà a sciogliere i nodi del passato perché possa, finalmente, mettere piede nel futuro?

Il viaggio di Ludovico è quello di tutti, è il viaggio di un uomo che ha deciso di guardarsi dentro anche per poter comprendere gli altri e il mondo che ha intorno.

Leggere questa storia è stato come fare una seduta di analisi: l’arrovellarsi del suo protagonista sulla vita è l’occasione per il lettore per riflettere anche sulla propria. La capacità dell’autore di descrivere fin nel profondo i meccanismi mentali del suo personaggio consente un’immedesimazione assoluta.

Il linguaggio è stringato, immediato ma allo stesso tempo poetico, anche nelle parti più crude. S’intuisce un profondo amore per la composizione, per il significante oltre che il significato, per la musicalità della lingua. Ho amato moltissimo le parti riflessive, quelle in cui il protagonista ragiona, oltre che sulle vicende concrete della sua vita, sulle parole, sull’uso che ne facciamo, la base del nostro comunicare.

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È anche un libro che parla di coraggio, il coraggio di accettare il passato e di sfidare il futuro.

Verso la fine del libro, l’autore ci svela il significato del titolo, “Sangue e latte“, un’espressione così unica da risultare quasi ossimorica, visivamente e concettualmente. Ebbene, un significato, come ogni elemento che costella questa storia, “Sangue e latte” ce l’ha, ma perché sia chiaro bisogna arrivare alla fine, seguire Ludovico nel suo vagare da un capo all’altro del tempo.

Ecco perché consiglio vivamente questa storia: non ci sono foreste incantate, né assassini da smascherare, non ci sono draghi da combattere, né passionali storie d’amore, ma c’è la Vita, fatta di piccole e grandi cose, di miserie e coraggio. La Vita, con le sue tragedie e la sua feroce bellezza.

Mesi fa sono stato a una mostra. Ci sono tornato tre volte. La storia dell’uomo narrata dagli albori a oggi attraverso cento oggetti e cento verbi. Il primo reperto era un sasso di 400.000 anni fa. Il verbo associato, esistere. Nella campana di vetro adiacente un sasso della stessa età. Sagomato. Il verbo associato, afferrare. Guardo i due sassi. Esistere e afferrare. Il sasso, e il sasso levigato. L’afferrare è quindi una forma evoluta dell’esistere. È vivere.

Eugenio Di Donato (1976) cresce a Castelli, un paesino dell’Appennino abruzzese. Dopo la maturità si trasferisce a Milano. Si laurea in ingegneria, consegue il Phd e per anni di occupa di fisica della materia e architettura delle molecole. Nel 2016 decide di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.

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