Recensione: Gideon la Nona di Tamsyn Muir

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Gideon la Nona: la trama

Gideon Nav è una schiava della Nona Casa, ama le riviste zozze, come apprendiamo nell’incipit del romanzo, combatte con uno spadone, le piacciono le belle donzelle, usa un linguaggio da scaricatore di porto e ha provato in tutti i modi a fuggire, ma finora non ci è mai riuscita. Perciò odia Harrowhark Nonagesimus, la sua aguzzina.

Harrowhark Nonagesimus è l’erede della Nona Casa, colei che in segreto manda avanti la baracca, da quando i suoi genitori sono morti. Nelle occasioni in cui devono mostrarsi in pubblico, Harrow li governa come fantocci, essendo una necromante, e finora nessuno ha mai sospettato nulla. Ma quanto può durare? Ecco perché quando alla ragazza si presenta l’occasione per diventare Littore, un ruolo molto ambito che la avvicinerà all’Imperatore, e salvare così la sua Casa dalla rovina, non ci pensa su due volte e si porta dietro Gideon, che come dicevamo la odia, come paladina.

Le due si ritrovano nella Casa di Canaan, dove si terrà la gara fra i rappresentanti delle nove case, una gara senza regole, con l’obiettivo di diventare Littore e, soprattutto, di sopravvivere tutti interi. A quel punto le due, dovranno iniziare a collaborare.

Ritmo, ambientazione, personaggi, linguaggio

La promessa di sangue, tombe, necromanzia, scheletri, ragnatele e ossa spezzate è in parte mantenuta, grazie a un’ambientazione cupa, tombale, oscura, polverosa, a un linguaggio sopra le righe e a personaggi dall’estetica marcata, ma purtroppo, resta a questo livello superficiale.

Dopo le prime scoppiettanti pagine di presentazione, la storia di Gideon e Harrow si arena, il ritmo rallenta, la narrazione si trasforma in una sequenza di scene dall’atmosfera macabra e dialoghi ben costruiti ma spesso infantili, humour a volte fuori luogo e personaggi buttati alla rinfusa sulla scena. Un pulp fiction nello spazio fatto di sangue, scheletri, turpiloquio, ma senza una struttura solida a fare da base.

La scrittura di Tamsyn Muir mi piace, è svelta, sciolta, il problema è che quel che racconta a volte non ha appeal. I personaggi non evolvono, ce ne sono troppi e troppo poco sviluppati, il linguaggio che usano è quasi identico per tutti, non ci sono variazioni. Li distinguiamo per i nomi e per l’aspetto, e basta. Le loro relazioni sono solo abbozzate, ridotte a cliché, non approfondite a dovere.

Uno dei primi difetti che mi hanno rallentato nella lettura è che del mondo in cui la storia si tiene non riusciamo mai a percepire granché. L’ambientazione è un fondale abbozzato, nonostante sia uno dei grandi punti di forza di questa saga. Sappiamo che l’universo è governato da una società necromantica con a capo un Imperatore che sta lì da 10.000 anni, che la società è divisa in nove case, e che ognuna ha una specializzazione “necromantica” diversa, quella della Nona è governare le ossa. Sappiamo che la storia è ambientata nello spazio, ma quali siano le regole, le leggi, com’è la vita sui diversi pianeti, qual è la filosofia delle diverse case, da dove venga questa suddivisione… nulla di tutto ciò è stato approfondito, secondo me, a dovere.

L’altro punto a sfavore è che i personaggi, anche quando principali, non crescono, restando praticamente gli stessi fin quasi all’ultima pagina. Anche il rapporto tra Gideon e Harrow che, si capisce fin dall’inizio, cambierà totalmente e che è il motore dell’intera narrazione, è descritto in maniera superficiale e sempre uguale, affidando agli scambi di battute, a volte infantili, il compito di descriverlo, il che non è abbastanza. Solo alla fine abbiamo un accenno di profondità, ma è davvero troppo poco.

Terzo punto a sfavore, anche se questa è davvero una sottigliezza e soprattutto un mio limite, perché a scuola nell’ora di necromanzia mi distraevo sempre: il vocabolario di termini tecnici necromantici è veramente difficile da seguire, troppo arzigogolato, certo fa un bell’effetto, eh, ma ti fa sentire come Renzo Tramaglino davanti ad Azzeccagarbugli.

Cosa ha funzionato e cosa no

La storia vera e propria comincia solo a metà libro, quando i vari rappresentanti delle nove case iniziano a essere misteriosamente assassinati. A questo punto, la narrazione si riprende, risvegliando l’interesse del lettore e Gideon la Nona diventa un mix di space opera, thriller, mistero, humour. Il problema di ritmo, però, resta lo stesso: tra un evento e l’altro, l’autrice fa passare troppo tempo, spezzando l’hype e l’interesse per la scoperta del mistero. Non so descrivere la sensazione che mi ha lasciato Gideon la Nona: è stato come leggere due romanzi diversi, il finale comunque, ha risvegliato in me la voglia di sapere come proseguirà la vicenda.

Conclusioni

La conclusione è che nonostante i tanti difetti elencati, Gideon la Nona resta una buona storia con un ottimo potenziale che, però, a parer mio non è stato del tutto esplorato ma che spero venga approfondito nei prossimi libri. Probabilmente, tagliando via o riducendo tutta la parte iniziale, l’interesse sarebbe stato calamitato sulla storia più a lungo e in maniera più efficiente. In ogni caso, la scrittura della Muir è piacevole, i personaggi si fanno voler bene, l’ambientazione è decisamente interessante e l’elemento LGBT ben inserito nel contesto, anche se poi le parti romantiche che ci si aspettava non sono state così soddisfacenti come promettevano.

Consiglio questo libro a chi ama i fantasy atipici, ricchi di humour, polvere, sangue e ossa, che sfruttano un linguaggio contemporaneo infarcito di elementi pop (sono citate serie TV e meme), a chi ama i misteri e le scene splatter, a chi adora le ambientazioni cupe e gotiche ma non in senso classico.

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