Riverside #1, Bianca Cataldi (recensione)

riverside coverBuongiorno a tutti Flavoriani! Come vanno le vostre feste? State mangiando troppo? Io sì, purtroppo… senza soluzione di continuità. Ma bando alle ciance e parliamo di libri…

Oggi voglio parlarvi di un libro di un’autrice che conoscevo già, Bianca Cataldi, perché oltre ad averla incrociata più di una volta su Facebook, di suo ho già letto Isolde non c’è più (che ho recensito qui).

Il libro di cui sto parlando è Riverside, ed è il primo volume di una saga. Io adoro le saghe, quando sento la parola “saga” vado in fibrillazione. Questo era già un punto a favore di questa lettura. Poi avevo apprezzato moltissimo lo stile di Bianca, molto evocativo, di Isolde e quindi non vedevo l’ora di tuffarmi in una sua nuova storia. Poi si parlava di Regno Unito, di una scuola abbandonata e… Ecco, tutte queste (ottime) ragioni, hanno fatto sì che questa lettura scalasse rapidamente la mia lista di attesa per le recensioni!

Parto dalla trama:

Riverside, Regno Unito. Le quattro e mezzo di un pomeriggio qualunque. Una scuola abbandonata e cadente alla fine di Silverbell Street. Come la venticinquenne Amabel scoprirà presto, non si tratta di un edificio qualunque: al suo interno, i banchi sono ancora al loro posto e si respira, nell’aria, polvere di gesso. Tutti gli orologi, da quello al di sopra del portone d’ingresso sino al pendolo del salone, sono fermi alle nove e diciannove di chissà quale giorno di chissà quale anno. Cosa è accaduto nella vecchia scuola? Quale evento è stato così sconvolgente da fermare il tempo all’interno di quelle mura? E soprattutto, chi è quel ragazzo in divisa scolastica che si presenta agli occhi di Amabel affermando di frequentare la scuola, benché quest’ultima non sia più in funzione da anni? Tra passato e presente, Bianca Rita Cataldi ci guida in un mondo in cui gli eventi possono modificare lo scorrere del tempo, dimostrandoci che ognuno di noi ha un proprio universo parallelo col quale, un giorno o l’altro, dovrà scendere a patti.

Amabel ha 25 anni e mi è piaciuto molto il modo in cui è stato introdotto e sviluppato il suo personaggio. Ci viene subito presentata come una persona curiosa ma allo stesso tempo disincantata, che adora sua nipote ma che non si è mai innamorata di un uomo. È un personaggio che ha luci e ombre (di lei mi è piaciuta anche la vena ironica che salta fuori ogni tanto). Amabel si perde e finisce a Silverbell Street: una casualità? Sembra piuttosto che ci sia arrivata portata dall’istinto, lo stesso istinto che la spinge a entrare in una scuola ormai dismessa, con le aule vuote e un grande pianoforte ormai silenzioso.

Amabel, incuriosita da tutto, non rinuncia a saperne di più sulla scuola dove il “tempo si è fermato” e comincia a percorrere corridoi, visitare aule… incurante della paura strisciante che comincia a provare quando osserva gli orologi tutti fermi alle 9.19 e soprattutto quando ricorda il suo incubo ricorrente: un pianoforte che suona e una bambola dai capelli rosa.

Amabel non riesce a staccarsi da quella scuola e di colpo, senza alcun preavviso, compare un ragazzo. Indossa l’uniforme scolastica e quindi… dev’essere un fantasma! Ma lo è davvero? Che cosa nasconde? Amabel, nonostante abbia paura che si tratti di un fantasma, inizia a parlare con lui (scambiando anche qualche battuta ironica) ma poi, di colpo, ha paura. Il terrore arriva all’improvviso, irrazionale, come quando siamo soli in una stanza e di colpo proviamo la sensazione di dover scappare via.

Amabel reagisce così, e scappa via, torna a casa dove via con sua sorella e sua nipote. Si calma, giocando con la nipotina e la sua vecchia casa delle bambole e senza accorgersene si addormenta.

ATTENZIONE DA QUESTO PUNTO C’E’ QUALCHE SPOILER SULLA TRAMA

Il giorno dopo sua sorella e sua nipote sono scomparse e Amabel si sveglia in un’altra casa, una casa che non è la sua, che non riconosce… e che invece, poi, scopre di conoscere benissimo: è la casa delle bambole. Ma com’è possibile? Che cosa è successo?

C’è solo lei lì, lei e un armadio pieno di abitini da bambola, abiti lontanissimi dal suo modo di vestire, dal suo modo di essere. Ma Amabel ha bisogno di uscire e scoprire cos’è accaduto e l’unico modo è indossare quegli abiti e indossandoli è come se indossasse una nuova vita: quando esce di casa, infatti, si rende conto che in quella nuova vita lei è un’insegnante e insegna in una scuola che conosce molto bene: è la vecchia scuola abbandonata in Silverbell Street!

Da questo momento, inizia il viaggio di Amabel in una specie di universo parallelo che nasconde molte luci e anche molte ombre.

Di questo romanzo mi ha colpito soprattutto (e nuovamente) lo stile: curato, evocativo, con un velo di ironia. Uno stile scorrevole e accattivante, funzionale a una trama che invoglia a leggere e farsi domande. L’elemento misterioso, degno di un mystery d’altri tempi (l’atmosfera a tratti mi ha ricordato “Il giro di vite” di H. James), è scomposto molto bene nel corso della storia, come le tessere un mosaico che prima o poi sarà completo: si passa dalle aule polverose dei primi capitoli a quelle piene di vita della seconda metà del libro, dall’atmosfera rarefatta e uggiosa dell’inizio, a quella luminosa di un tempo che non si sa dove collocare con precisione, se nel passato o in un presente alternativo. Amabel a un certo punto sembra dimenticare la sua “vecchia” vita e abbracciare completamente la nuova.

Le domande sono tantissime e troveranno risposta nei prossimi volumi: che ne sarà di Amabel, riuscirà a tornare alla sua vecchia vita? È ciò che vuole davvero? E chi dice che sia quella la sua vera vita? Che cosa è accaduto alla scuola? E cosa nasconde Damian, il ragazzo che ha incontrato nella scuola abbandonata e che ora è un suo studente?

Vi lascio con queste domande e con una certezza: Riverside di Bianca Cataldi è un libro che dovete leggere!

 

 

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