Nel 1932 Jean Paul Sartre insegna filosofia nel liceo di una piccola cittadina francese della Normandia: Le Havre. Siamo nel pieno della Grande Depressione, i totalitarismi che condurranno alla Seconda Guerra Mondiale hanno iniziato da tempo la loro ascesa, le certezze ottocentesche, la fede nel progresso e quella in Dio sono state polverizzate dall’esperienza traumatica della Grande Guerra e dalla crisi economica. L’uomo non si sente più al centro dell’Universo. Non è il prescelto. I suoi piedi poggiano su un terreno che può franare da un istante all’altro.
Nel 1932 Jean Paul Sartre sta riflettendo sulle sue posizioni filosofiche: l’idealismo francese non gli basta più, lo trova limitato e limitante, vuole invece filosofare sulla realtà e sull’uomo immerso nella realtà.
Io non so approfittare dell’occasione: vado a caso, vuoto e calmo, sotto un cielo inutilizzato.
Gli viene incontro la fenomenologia, la filosofia che s’interessa di ciò che è manifesto (phainómenon) ed è un’illuminazione: l’uomo esiste prima di essere, ciò che fa nel mondo è quello che è e non vi sono destini ultraterreni, non c’è alcuno scopo, l’esistenza è priva di ragioni.
Inizia il cammino di Sartre che lo porterà a essere definito il padre dell’esistenzialismo ed è in questa fase di profonda riflessione che nasce il suo romanzo più noto, proprio quando il mondo sta per cadere nella tragedia della guerra totale.
E noi oggi, seduti su un abisso spaventosamente simile, siamo attraversati dalla stessa nausea.
La nausea è la relazione tra noi e il mondo
Il protagonista del romanzo è Antoine Roquentin, trentenne studioso di storia, che approda nel villaggio di Bouville per completare una tesi sulla vita del Marchese de Rollebon vissuto nella Francia di fine Settecento. La ricerca storica lo ha assorbito a tal punto da essere divenuta ragione di vita: attraverso la biografia di Rollebon, Roquentin s’illude di arrivare a decifrare anche la sua vita.
Sbagliato. Perché non solo come sosteneva Fitzgerald ne Il Grande Gatsby “non si può ripetere il passato”, ma non lo si può neanche raccontare, perché è finito, non esiste più. Trastullarsi nel passato è un modo come un altro per tentare di sfuggire al presente, tentativo destinato a fallire, tra l’altro.
Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovere, poiché non sono vive. Ci se ne serve, li si rimette a posto, si vive in mezzo ad essi: sono utili, niente di più. E a me, mi commuovono, è insopportabile. Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive. Ora me ne accorgo, mi ricordo meglio ciò che ho provato l’altro giorno, quando tenevo quel ciottolo. Era una specie di nausea dolciastra. Com’era spiacevole! E proveniva dal ciottolo, ne son sicuro, passava dal ciottolo nelle mie mani. Sì, è così, proprio così, una specie di nausea nelle mie mani.
Ma prima di arrivare a questa epifania, Antoine sperimenta una sottile sensazione di imprecisato disgusto, che lo coglie un giorno mentre è in spiaggia e prova a lanciare un sasso per farlo rimbalzare sulla superficie dell’acqua. Stringendo il viscido e piatto sasso nella mano, Roquentin prova una sensazione di alienazione, come se fra lui e quell’oggetto non vi fosse più alcuna corrispondenza, a parte il contatto fisico.
Quel disgusto sottile si allarga alla realtà, al mondo intero: Antoine si sente estraneo a tutto, non c’è una ragione perché quel sasso sia lì, né la spiaggia, né lui stesso. Tutto fa parte della stessa informe massa di materia senza scopo, senza perché: le cose esistono per caso, non in ragione di una logica o di un dio.
Ma il tempo è troppo vasto, non si lascia riempire.
Da quel momento, è difficile per Antoine non percepire l’assurdità del mondo: ciò che lo circonda non è più uno strumento attraverso cui sperimentare la realtà, è materia incoerente che soffoca la sua esistenza, imponendosi sui suoi sensi. Ogni volta che tocca un oggetto, Roquentin ne è toccato e quel contatto è ripugnante.