Nonni, ricordi, cose andate e mai perse

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I genitori degli altri sono sempre più simpatici dei nostri. Eppure, chissà perché, i nostri nonni sono sempre più simpatici di quelli dei nostri amici. (The Dreamers – I sognatori)

Il 24 aprile di otto anni fa è morta nonna Mina. Ventidue giorni prima era morto suo marito, nonno Innocenzo. Due anni prima era morto nonno Antonio, invece. Sua moglie, nonna Angelica era, invece, morta prima che io nascessi.

Il 24 aprile di otto anni fa, quindi, l’ultima nonna che mi era rimasta è andata via. Da otto anni, non ci sono più telefonate, fatti raccontati, abbracci, rifugi. Eppure, io continuo a sentirmi “una nipote”. Succede perché il vuoto che hanno lasciato, è stato, nel corso degli anni, colmato da così tanto amore da essere sufficiente per altre due vite.

Ho scritto queste parole qualche anno fa, non le ho mai pubblicate perché, a volte, è difficile parlare di cose che ci stanno davvero a cuore senza vergognarci, senza la paura di ridicolizzarle.

Ho provato a non essere melodrammatica, a non sembrare troppo sentimentale.

Questi sono i miei nonni, i migliori del mondo. Così, avrei voluto dire alle persone, presentandoli. Avrebbero sorriso orgogliosi e schivi.

Perciò: questi erano i miei nonni, i migliori del mondo.
Lasciate che ve li presenti.

Nonno Antonio era nato nel 1920. A lui piaceva costruire cose e riparare quelle rotte. Dava un’anima agli oggetti e quelli “vecchi” li faceva tornare in vita. A guerra finita, il treno sul quale si trovava e che lo stava riportando a casa fu dirottato dai Tedeschi e portato in Germania. Mentre i suoi amici riprendevano in mano le loro vite semi-distrutte, per lui la guerra continuò altri tre anni. Tre anni in un campo di lavoro tedesco: di quel lungo, lunghissimo periodo, papà conserva ancora un minuscolo taccuino nero in cui nonno annotava le sue giornate. Le sue giornate dominate dalla fame e dalla stanchezza.

Perciò le storie che mi raccontava, seduta sulle sue ginocchia accanto al camino, iniziavano sempre con la stessa frase: “quando ero prigioniero”. Portava sempre una coppola, camminava con le mani incrociate dietro la schiena e faceva le corna se qualcuno ci faceva dei complimenti (perché non voleva che i suoi nipoti fossero “affascinicati” cioè “presi d’occhio” dalla gente invidiosa).

Non ha mai avuto la febbre e una volta soltanto il mal di denti: prese una lima da calzolaio, la sterilizzò nell’acqua bollente, e si limò il dente. Era alto, grosso e calvo. Ci ho litigato una marea di volte, perché volevamo avere sempre ragione tutti e due, soprattutto sulla politica. Però alla fine, da bravo nonno, anche quando gli rispondevo per le rime mi guardava con occhi pieni di orgoglio e mi diceva: “tu dovresti fare la giornalista”.

Gli piaceva la politica ed era fissato con Walker Texas Ranger. Mangiava peperoncini come fossero patatine. Quando andavamo via, si affacciava al balcone, le mani incrociate sul parapetto e sollevava il mento e leggermente la mano, per salutarci. Ogni tanto mi parlava in tedesco. Metteva tanto di quel pepe sulla pasta che starnutivo dall’altro capo del tavolo. Curava tutto col vino, lo fece anche con me, che ero astemia, una volta che avevo mal di testa. Il mal di testa passò e da quel momento iniziai a gustare il vino.
Per questo ogni volta che sollevo un bicchiere, ogni volta che brindo, qualsiasi sia l’avvenimento, non posso fare altro che pensare: “alla salute, nonno, dovunque tu sia!”

Nonna Angelica non l’ho mai conosciuta. Conosco il suo viso a memoria, perché l’ho visto in una foto. Da bambina cercavo somiglianze col mio. Di lei porto il nome, il che mi ha sempre fatto pensare che avevo una responsabilità. La responsabilità di ricordarla, di onorarla e di essere felice. È morta a 30 anni, io ora ne ho dieci in più. Sono più vecchia di mia nonna di dieci anni e ho ancora il compito di essere felice, portando il suo nome.

Nonno Innocenzo era nato nel 1922. Aveva fatto la guerra, quella del fronte, quella delle pallottole. Adoravo stare a sentire “i fatti della guerra”, di quella volta ch’era dovuto rimanere ore e ore nascosto immobile nelle acque di un fiume in Jugoslavia per sfuggire ai partigiani (lui era, come ogni soldato italiano, dalla parte sbagliata della guerra senza averne la colpa), di quando per poco non fu ammazzato, mentre perlustravano una casa, di come vide morire una donna con un fucile in mano, di quella volta che, ferito a una gamba, continuò a tenere la posizione e per questo ricevette la “croce al valore militare”. Mio nonno tornò a casa a piedi, attraversando l’Italia intera, dal nord alla Calabria. 

Nonno Innocenzo faceva un sacco di battute. Aveva mani enormi deturpate dal lavoro, all’indice destro mancava una falange: gli era saltata via in un incidente sul lavoro. Con lui giocavo ad “arrusica manu” e mi faceva sempre male. Io continuavo a giocare, perché sapevo che non lo faceva apposta, perché quelle mani sapevano anche prendermi in braccio, stringermi, accarezzarmi e farmi sentire al sicuro. Stava seduto su una minuscola sedia davanti al camino, accanto alla nonna.

Non beveva molto vino, ma aveva la sua bottiglia personale a tavola, vicino al bicchiere. Si svegliava alle 4 del mattino da sempre: non ha perso questo vizio neanche da pensionato.

Camminava con i piedi un po’ storti, trascinandoli: lo sentivo arrivare da metri e metri quando tornava dall’orto, un secchio infilato nel braccio, un sacchetto pieno di ortaggi nell’altro.

Quando arrivavamo a casa sua da Salerno e ci apriva la porta, gli occhi si spalancavano e rideva, non un sorriso e basta, una risata che, si vedeva lontano un chilometro, era piena di gioia. Ci diceva “Ehi! Siete arrivati!” come se non se lo aspettasse, come se gli avessimo fatto una sorpresa incredibile.

Anche quando non ricordava più tante cose, ha continuato ad accoglierci con una risata, con gli occhi spalancati per la sorpresa, come se nella vita ci fosse sempre qualcosa di cui gioire, per cui essere sorpresi, nonostante tutto.

Nonna Gelsomina, o nonna Mina, come la chiamavo, era nata nel 1924. Era bassa e rotonda e aveva una crocchia di capelli bianchi legati dietro la nuca. Il suo posto era la poltroncina accanto al camino, da lì chiacchierava, guardava le soap opera storpiando i nomi dei protagonisti, sbucciava patate, osservava. Rideva spesso e  la sua risata era rotonda come lei, piena e spontanea.

Diceva anche qualche parolaccia e si divertiva a scandalizzarsi quando io la ripetevo. Quando era arrabbiata se ne stava zitta, con le mani incrociate in grembo e si vedeva che ce l’aveva con qualcuno, perché nonna stava zitta solo quando era arrabbiata.

Per me cucinava sempre i funghi e quando arrivavo mi diceva sorridendo: “vai a vedere che c’è nel tegame”. Mi comprava sempre “la ricotta salata” perché sapeva che l’adoravo. Per lei ero “a lipara i sutta a petra”: la vipera sotto la pietra, perché, diceva, ero sempre all’erta, sempre pronta a combattere, a difendermi, a farmi valere. Quando il pomeriggio andava a stendersi sul letto per riposare, io facevo  incursioni nella sua stanza e lei si arrabbiava, ma non mi ha mai sgridato davvero.

Quando ci raccontava di come aveva conosciuto nonno Innocenzo, di quando lui si era dichiarato, sospirava. Si vergognava di baciarlo in pubblico e nonostante ci litigasse continuamente (da sola, perché era in grado di farlo, eh!) lo baciava con gli occhi ogni volta che ne parlava. Lo aspettò per anni, che tornasse dalla guerra e da quel momento restarono sempre assieme.

Lo prendeva in giro perché nonno con lei era affettuoso come un ragazzino innamorato, fingeva di essere irritata da tutte quelle smancerie, ci diceva sempre: “Dio deve far morire prima lui, se no questo vi farà penare senza di me. Prima lui e io poi gli vado dietro subito, eh”.

Parlava della morte senza paura, ridendo. Il giorno in cui hanno seppellito mio nonno, non è venuta al cimitero, era sulla sedie a rotelle da mesi. Ma sentendo le campane, ha detto, con serenità: “Eccolo, è arrivato”, come se sapesse che quello, alla fine, era l’esito di una vita vissuta bene e che non sarebbe stata separata da lui troppo a lungo, come se già sapesse che, di lì a venti giorni, l’avrebbe raggiunto, proprio come aveva sempre detto.

Perché, anche se non l’avrebbe mai ammesso, nonna Mina senza nonno Innocenzo non aveva proprio senso.

Questi erano i miei nonni e questi sono alcuni dei ricordi che mi hanno lasciato e una parte, minuscola, del bene con cui ancora mi faccio scudo, quando sento di averne bisogno. Cioè sempre.

Penso che questo mondo non sarà mai totalmente cattivo o perso o inutile, finché esisterà almeno un nonno a dargli un senso e, con tutto il suo immenso e disinteressato amore, a renderlo un posto migliore.

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