Recensione di Una ragazza inglese, Beatrice Mariani

Come non amare Jane Eyre e tutto ciò che trova ispirazione in uno de romanzi più belli e intesi di sempre? Eppure il romanzo di Beatrice Mariani, Una ragazza inglese, uscito per Sperling & Kupfer a marzo del 2018, non è riuscito a entusiasmarmi, anzi, mi ha lasciato una sensazione di fastidio, la stessa che si prova davanti a un’occasione persa.
Vi spiego perché.

Titolo: Una ragazza inglese
Autore: Beatrice Mariani
Serie: autoconclusivo
Genere: romantico, contemporaneo
Data di pubblicazione: marzo 2018
Pagine: 275
Prezzo: 16,90 € | 9.99 €
Link d’acquisto: cartaceo | ebook

Jane è giovane, si è diplomata a pieni voti in Inghilterra e trascorrerà l’estate come ragazza alla pari nella villa di una delle famiglie più in vista di Roma, i Rocca. Qui si prenderà cura del nipote di Edoardo Rocca, imprenditore affascinante quanto misterioso e qui, per la prima volta, scoprirà l’amore e la passione, proprio lei, che non aveva mai provato nulla di simile, così timida, innocua e banale da passare inosservata, attirerà, invece le attenzioni di Edoardo Rocca, ma non sarà facile per la giovane Jane restare integra in un mondo pieno di competizione, affari loschi e misteri. Vi suona familiare? È la trama, trasposta nei nostri tempi, di Jane Eyre, il capolavoro di Charlotte Brontë. L’idea di Beatrice Mariani è quella, infatti, di fare un omaggio a uno dei più bei romanzi sull’amore, sulle donne, sulla dignità e l’orgoglio umani, mai stati scritti. Ispirarsi a un libro di questa portata è semplice, nel senso che l’autore non deve faticare poi così tanto per tirare fuori una bella storia e bei personaggi, ma può essere anche tragicamente pericoloso, come si è rivelato nel caso di Una ragazza inglese.

Come ho detto, il romanzo racconta, trasportandola ai nostri tempi, la trama di Jane Eyre, protagonisti una nuova Jane ed Edoardo Rocca al posto di Jane Eyre e Rochester. Invece della misteriosa tenuta di Thornfield Hall, siamo a Roma, in una ricchissima ed esclusiva villa.

Cosa è andato storto? Vediamo.

Il paragone con l’originale è, purtroppo, inevitabile e sarebbe stato in ogni caso impietoso. In questo caso, però, lo è ancora di più, perché la Jane moderna non ha nulla della forza interiore e del carisma della Jane originale. Il personaggio costruito da Beatrice Mariani risulta, alla fine, privo di spessore e nel complesso meno moderno di quello cui si ispira. La sensazione che ho avuto seguendo le vicende di Jane-moderna è di un personaggio che scimmiotta quello più famoso. Se le caratteristica della Jane originale erano la forza, la dignità, il carisma, qualità che soppiantano, agli occhi del potente Mr. Rochester, bellezza, nobiltà e ricchezza (ciò che, un tempo, una donna doveva avere secondo le convenzioni sociali per essere considerata degna moglie di un gentiluomo), la Jane moderna è invece descritta come un personaggio piatto, banale, piagnucoloso, spaventato e indeciso, del tutto in balia dell’amore per il bello e ricco Edoardo Rocca. D’altra parte, lo stesso Edoardo non ha nulla della forza e della presenza scenica di Mr. Rochester: il tormento, l’orgoglio, la durezza del personaggio originario declinano, nel romanzo di Beatrice Mariani, verso uno spettro di sentimenti molto più banale: Edoardo è il rappresentate di una “Grande Bellezza” romana fatta di belle donne disinibite, cocaina, affari loschi, soldi, tanti soldi: ci sta, beninteso, ma andava descritto con più accuratezza. La descrizione che, invece, fa l’autrice dei mondi di Jane ed Edoardo è piuttosto sommaria e non aiuta a creare l’atmosfera giusta.

L’atmosfera è l’altro grande deficit del romanzo: niente tormento, niente passione, niente romanticismo. La trama di Jane Eyre è presa, epurata dai contenuti datati, trasportata ai nostri tempi e servita così, senza coinvolgimento, una sequenza precisa di avvenimenti, in cui si distinguono le scene principali del romanzo originale, svuotato però dall’atmosfera che lo ha reso immortale. I riferimenti precisi a fatti politici italiani (quando in un romanzo nomini Berlusconi, non lo so, a me crolla un po’ tutto), la parlata dialettale (l’odiosa amica burina di Jane, ad esempio), la presenza di personaggi secondari e inutili (la sorella di Edoardo, per dirne un), hanno creato una sorta di muro divisorio fra me e la storia.

Manca del tutto, poi, l’elemento “gotico” e misterioso (la moglie pazza in soffitta): l’amore fra Rochester e Jane aveva un senso anche perché figlio di una vicenda tragica come il matrimonio con una donna folle, quello di Jane ed Edoardo, invece, parte dal matrimonio di quest’ultimo con una donna che è in realtà lesbica. Cambia del tutto la prospettiva, non trovate?

In conclusione, un romanzo che ho fatto fatica a finire: ero felice all’idea di leggere un retelling in chiave moderna di uno dei miei romanzi preferiti, ma purtroppo questa lettura si è rivelata un flop.

Avete letto un retelling che vi è piaciuto molto?
Consigliatemelo nei commenti!

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Perché voglio viaggiare e andare dovunque (ecco le foto di alcuni miei viaggi)

Perché uno dovrebbe fare e disfare valige, prendere aerei, camminare con zaini pesantissimi, mangiare in maniera disordinata, trascinare pesi, cercare di farsi capire da gente che non conosce la sua lingua, spendere soldi e solo per vedere un luogo diverso da casa sua, quando potrebbe restare comodamente a casa a riposare o fare cose più semplici e meno stressanti?
Chi ama viaggiare lo fa per dei motivi, io vi parlo dei miei: le ragioni per cui voglio viaggiare e andare dovunque. 

Ho un problema: mi annoio.

Sì, questo è uno dei miei problemi principali. La noia. Il dolore e la solitudine non mi fanno paura quanto la noia. La noia, per me, è l’anticamera della morte. Una delle cose che mi annoia di più è ripetere sempre le stesse azioni. A volte, la vita diventa una catena di montaggio, è normale, è così per tutti: sveglia, lavoro, pranzo, lavoro, cena, se sei fortunato hai un amore o degli amici o una famiglia, poi dormire e così via, sempre uguale. Avete presente l’incipit di Moby Dick? Descrive benissimo quello che intendo.

Drøbak, Norvegia, 2014

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

Trad. Cesare Pavese – Moby Dick, H. Melville

[ Considero Moby Dick “la bibbia del ramingo”, un romanzone non semplice da affrontare ma nel quale si riconosceranno tutte le anime vagabonde del mondo ]

Parigi, 2005

Viaggiare, o anche solo pianificare un viaggio, è il mio modo di interrompere “la catena di montaggio”. Se penso a una vita fatta solo di lavoro, Natali/Pasqua in famiglia, uscite con gli amici nella mia città, se penso che vedrò sempre le stesse facce e sentirò sempre le stesse parole, se penso che vedrò sempre le stesse strade e respirerò sempre la stessa aria, scende nella mia anima quel novembre umido e piovigginoso di cui parla Melville. Mi sembra di assaggiare la morte, vedo il tempo che scorre velocissimo e mi porta al momento in cui mi guarderò allo specchio ormai vecchia e mi dirò: “perché non hai visto il mondo quando potevi? Ora non hai più tempo”. Terribile.

Viaggiare è il mio modo di ritrovare le energie e riscoprire casa.

Lytham St Annes, Inghilterra, 2017

No, non vivrei zaino in spalla, non mi piacerebbe. Ho bisogno di una casa, di un rifugio, di un angolo in cui scrivere, di un posto accogliente, dei miei libri, delle mie tracce sparse in casa e ho bisogno della mia famiglia e degli amici. La mia vita mi piace, ed è proprio perché voglio continuare ad amarla che, a volte, ho bisogno di allontanarmi, vedere com’è il mondo fuori dalla comfort zone. Si dice che si apprezza qualcosa o qualcuno quando si è lontani… bene. Il viaggio funziona proprio in questo senso, per me. Allontanarsi da una casa accogliente non è semplice, ma provoca uno scoppio di energia, paura costruttiva, adrenalina. A casa ho tutto ciò che mi serve e, nel caso, so come procurarmelo, in viaggio devo adattarmi a nuovi ritmi e nuovi spazi: è un esercizio importantissimo per la mente e il corpo, un esercizio che mi fa sentire viva, forte, in crescita.

Viaggiare mi fa venire nuove idee.

Scrivo storie e le storie non si trovano restando fermi nello stesso posto ogni giorno. Ci sono delle storie anche in casa, ovviamente, negli oggetti quotidiani, ma un giorno finiranno. Lì fuori, invece, è pieno zeppo di cose da scoprire e raccontare. La mia vera ispirazione sono i viaggi che mi permettono di incontrare posti e persone nuovi. Ogni volta che sono stata altrove (e altrove può essere anche un posto a 100 km da casa) sono tornata piena di nuove idee. Ecco perché quando viaggio, ho sempre con me un taccuino: immancabilmente lo riempio di abbozzi di nuove storie.

Haarlem, Olanda, 2007

Viaggiare mi arricchisce.

York, Inghilterra, 2017

Da bambina ho sempre avuto enorme difficoltà a ricordare cose non basate sull’esperienza personale. Tipo i nomi delle capitali europee. Quando ho iniziato a viaggiare, non c’è stato bisogno di alcuno sforzo per ricordarle: ogni viaggio, facendo parte di un’esperienza precisa, è rimasto impresso nella mia memoria (e così anche le Capitali europee!). Ogni volta che vado in un posto diverso da casa, mangio altri cibi, parlo un’altra lingua, fotografo altre strade, il mio “bagaglio culturale” (termine ormai abusato e che mi infastidisce anche, ma ci siamo capiti) diventa più ampio ed è una cosa che adoro. Per esempio: imparare la Shoah leggendola sui libri è una cosa, visitare Berlino e sentirla sulla propria pelle è un altro paio di maniche.

Praga, 2006

Ricapitolando. Viaggiare ha il potere di:

Salvarmi dalla noia
Ricaricarmi di energia
Farmi venire nuove idee
Arricchire la mia cultura
Farmi amare il ritorno a casa

Madrid, 2010

In poche parole: viaggiare mi fa sentire viva e piena di fiducia nel futuro. Il viaggio, infatti, non è semplicemente prendere un aereo, sostare in un luogo, e tornare. Viaggiare vuol dire pianificare, fare la valigia, informarsi, aprire la mente, adattarsi, essere disposti a mettere da parte tutto ciò che si sa del mondo per accogliere le novità e lasciarsi cambiare, senza paura.

Londra, 2011

Ah! Viaggiare è la maniera migliore per sconfiggere i pregiudizi. Nel mio mondo ideale, tutti dovrebbero essere in grado di muoversi liberamente nel mondo, assaporarne ogni angolo o almeno sognare di farlo.

Blackpool, Inghilterra, 2017

 

Edimburgo, Scozia, 2013

 

Dublino, Irlanda, 2008

 

Berlino, 2008

 

Toledo, Spagna, 2010
Vienna, Austria, 2006
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The Queen Puppet on Holiday: cosa metto in valigia

Ragazzi, vi saluto per quest’estate (ma come sanno quelli che mi conoscono davvero, potrei smentirmi clamorosamente se mi viene voglia di dire qualche cazzata qui sul blog) e vi auguro buone vacanze (ma siamo davvero già ad agosto? Oh.Mio.Dio.) con un post impegnatissimo.
Cosa metto in valigia.
(Scusate, ma dopo una giornata di lavoro, di lagne allo specchio – perché sono ingrassata?, maledetta tiroide, maledette pillole per la tiroide, non mangio nulla, ho fame, non ho più fame, ho le braccia molli, voglio morire, ma va beh chi se ne fotte – e caldo africano non ce la posso fare a partorire di più – ah, sì. Mi sto curando da un anno e mezzo per l’ipertiroidismo. Esperienze? Ne siete usciti? Io ormai sono rassegnata).

Ma passiamo al dunque. Questo mese mi dividerò, come al solito, tra la montagna e il mare, prima dell’Inghilterra a settembre.

La montagna: il paesello dei nonni, San Donato di Ninea, Calabria (provincia di Cosenza).


Descrizione: 800 metri sul livello del mare, una manciata di abitanti, una festa del patrono caratterizzata da cantanti sconosciuti e terribili, ottimo cibo e molto alcol. In soldoni.
Io, The King Puppet, mia sorella e mio cognato partiremo da Salerno il 6 agosto alle ore BOH, secondo la nostra consueta precisissima scaletta. Lì troveremo mia cugina (love) che dopo due ore vuole suicidarsi perché tutto è troooooppo calmo e silenzioso. Di fatto, questa cosa del silenzio e dei tempi lunghissimi, che mi faceva impazzire da adolescente (volevo stare coi miei amici, fidanzato/i ecc. e invece i miei mi trascinavano lì per stare un po’ coi nonni) adesso mi fa impazzire in maniera positiva. Mi serve a ricaricare le batterie.

Motivi per cui amo andare a San Donato di Ninea (di cui ho scritto una roba simil-commovente qui)

Si dorme benissimo
Si mangia benissimo
Si vive con lentezza
Ci si gusta la natura, il silenzio
Ci si sveglia con il cinguettio degli uccellini (!!!)
Niente rumori di automobili. Zero. Ed è incredibile. Viviamo in un costante rumore di sottofondo che stanca il cervello e stressa anche quando pensiamo di star riposando. Godere della pace e del silenzio della natura è un privilegio.

Amo così tanto il paese che gli ho dedicato una fanpage su Facebook: eccola qui, se vi va di mettere un like e ammirare le tante bellezze di questo luogo rimasto un po’ indietro nel tempo: Scopriamo San Donato di Ninea.

Cosa metto in valigia?

Il mio pc portatile. Sì, perché – ahimé – pur trattandosi di ferie, dovrò comunque lavorare, tra una cosa e l’altra. Sempre se, nel frattempo, nel paesello è arrivato il wi-fi.

Abiti comodi. Pochi fronzoli: saremo in montagna. Farà comunque abbastanza caldo di giorno ma, di solito, di sera, le temperature calano e quando mi recherò, coi miei prodi, nell’unico bar del paese per bere qualcosa e mangiare il cornetto delle due di notte (c’è questa simpatica consuetudine), avrò bisogno di una giacca. Quindi valigia minimal (pantaloni, qualche abitino, giacca di jeans) e, soprattutto, scarpe basse (un paio di adidas e sandali), viste le salite e discese. Di certo, comunque, porterò il costume e le cose del mare perché visto che staremo qualche giorno, una capatina al mare, per fare un bagno come si deve nelle splendide acque calabresi, è d’obbligo.

Libri. Il kobo verrà con me e mi porterà anche un cartaceo, che dovrò scegliere fra quelli in lettura. Credo che proseguirò la lettura di La famiglia Aubrey di Rebecca West (Fazi) su Kobo e Una ragazza inglese di Beatrice Mariani (Sperling & Kupfer) in cartaceo.

Dopo un breve ritorno a Salerno per fare lavatrici, ecco che si fa una nuova valigia e si riparte per il mare: stavolta la meta è Atrani, in Costiera Amalfitana, dove i genitori di The King Puppet hanno una casa delle vacanze.

Anche qui, clima molto rilassato, certo sono lontanissimi i silenzi e la pace della montagna: in questo periodo Atrani è piena zeppa di turisti, ma per fortuna noi abbiamo la barca e quindi eviteremo le spiagge-carnaio di agosto (fa molto figo dire “abbiamo la barca”, vero?). Di solito la giornata-tipo ad Atrani si svolge così: sveglia intorno alle 10, colazione a casa, caffè da Pansa ad Amalfi, poi in barca fino alle cinque circa, pranzo/cena, riposino, passeggiata ad Amalfi per prendere il gelato in una delle tante deliziose gelaterie, ritorno per drink in piazzetta ad Atrani.

Cosa metto in valigia?

Abiti leggeri e un po’ chic. Niente pantaloni lunghi, si va di corto sempre e comune. La sera le temperature calano un po’, quindi felpa o giacca leggera. Anche qui scarpe basse, ma direi che potrò osare un tacchetto giusto per sentirmi un po’ femminile in mezzo alle valchirie tedesche che popolano la Costiera di questi tempi. Costumi a profusione e cappello di paglia: la Costiera è l’unico posto dove posso usarlo senza sentirmi una deficiente.

Libri. Anche qui il Kobo mi seguirà. Niente cartacei: sarò il 90% del tempo in barca. Il kobo è comodo per leggere la sera, mentre gli altri dormono.

Infine si torna a Salerno intorno al 20 agosto. Prima della partenza per l’Inghilterra (il 4 settembre, starò via 12 giorni), ho un matrimonio a Roma il 2.

Cosa metto in valigia in Inghilterra? Questo argomento merita un post a parte, stavolta farò le cose per bene, liste comprese, come insegna Rock’N’Fiocc, cioè la social media manager e IT blogger di Grazia Giulia Torelli (adoro soprattutto il suo IG e le storie che fa, non ha peli sulla lingua, è talmente diretta da sfiorare l’antipatia, ma mi piace anche per questo. Date un’occhiata, la amerete o la odierete).

Buone vacanze a tutti, ci risentiamo a fine agosto!

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Instagram Travel Photographers da seguire #1

Non so voi, ma se io potessi viaggiare continuamente sarei la donna più felice del mondo. Purtroppo però 1) non ho ricevuto ancora alcuna eredità da una vecchia zia americana 2) il mio è un lavoro che, sì, potrebbe anche essere itinerante ma i cui guadagni al massimo mi consentono di fare una vacanza all’anno (e sono già fortunata a potermelo permettere con le mie sole forze, lo so).

Piagnistei a parte, giungo al punto: viaggiare da casa è diventata una buona decente alternativa. Per farlo, seguo alcuni Instagram Travel Photographers davvero, davvero, davvero incredibili. Quindi, dopo i Literary Instagram preferiti, ecco i miei Travel Instagram del cuore!

Che i nostri viaggi d’esplorazione non abbiano mai fine.
Paul Wühr

chrisburkard

alexstrohl

chelseakauai

mformarica

haylsa

Spero che queste foto siano fonte di ispirazione come lo sono per me. Non temete, ve ne mostrerò altre, nel frattempo, però fatemi sapere quali sono i vostri preferiti e se ne avete altri, suggeritemeli nei commenti!

See Ya
The Queen Puppet

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Il Venerdì di Repubblica e il Rare Roma 2018: polemica in rosa

Dunque, ho letto l’articolo incriminato uscito sul Venerdì di Repubblica sul Rare Roma 2018, che ha scatenato l’indignazione di autrici, lettrici e blogger. Lo ammetto: volevo leggerlo perché avevo qualche pregiudizio. “Va beh, si starà esagerando, come al solito”, pensavo, memore del fatto che almeno due volte al mese un’autrice/lettrice/blogger s’incazza per qualcosa e se la prende con qualcuno. E invece ho dovuto ricredermi: la rabbia è giustificata da un articolo superficiale, spocchioso, sprezzante, sessista. Fallito anche l’intento ironico, quando il sarcasmo non lo sai usare, il risultato non può che essere disastroso: sono la prima a ridere, quando si usa in maniera intelligente l’ironia, anche per prendere in giro cose che amo. Non è questo il caso e, figuratevi, che non sono una gran lettrice di romance (anche se ne ho scritto uno perché, udite udite, raccontare l’amore è bello e mi piace!)

Chi è Paola Zanuttini e perché è controproducente insultarla

Paola Zanuttini, autrice dell’articolo, non è un Signor Nessuno. È una giornalista di Repubblica, autrice per Minimum Fax, si occupa da almeno vent’anni di cultura ed editoria. Insomma, se dobbiamo criticarla, meglio non farlo mettendo in discussione il suo curriculum. Sarebbe anche il caso di non citare, fra i capi d’accusa, una presunta vita sessuale di merda, se non altro per non ricadere negli luoghi comuni usati dalla giornalista per scrivere il suo articolo. Direi di analizzare, piuttosto, i fatti; perché anche una giornalista di lungo corso, una che i libri li conosce e conosce il mercato editoriale e che, udite udite, scopa con piacere e assiduamente, può prendere un’enorme e imbarazzante cantonata.

Che cosa è successo?

È evidente che, quando al Venerdì hanno deciso di scrivere un articolo sul RARE di Roma, le idee fossero essenzialmente due:

Il romance fa schifo, ma vende.

Dobbiamo vendere. Usiamo il romance.

L’occasione è stata il Rare, un evento di successo dedicato al romance, creato, che ha richiamato pubblico e che ha avuto risonanza sui social, grazie a un settore – quello del romance e sottogeneri – vivissimo proprio sui social network, dove autrici, lettrici e blogger hanno formato comunità floride, seguite, in cui si parla, ci si scambia pareri e, spesso, si tirano fuori lunghissimi flame (ebbene sì, ve lo dice una che coi social media ci lavora e vive: serve pure questo).

Detto ciò, è innegabile che i giornali siano aziende e le aziende necessitino di fatturare. I mezzi di comunicazione tradizionali, fra cui le riviste stampate come il Venerdì di Repubblica, non hanno ancora assorbito il contraccolpo causato dall’avanzata dei new media, sono inadeguati a raccontare la velocità con cui le cose accadono, non hanno il potere di condivisione che, invece, hanno i social. E però, in qualche modo, dovranno pur campare. Parliamo, si saranno detti in Redazione, di un argomento che va forte sui social. Buttiamoci a peso morto nel mare della cultura pop che più pop non si può, ma facciamolo mantenendo le distanze, perché il lettore-tipo del Venerdì vuole essere rassicurato: la cultura è per pochi, leggere libri è per pochi, siamo animali in via d’estinzione, i social network sono il male, e così via.

L’articolo sembra scritto proprio con queste intenzioni: un colpo al cerchio e una alla botte, insomma. Attiriamo l’attenzione con una copertina romance (all’acqua di rose, però: romanticismo sì, ma senza la “disdicevole” componente sessuale) ma parliamo male del romance, che è un genere di serie B, così le sciure e i professori di latino in pensione che leggono il Venerdì non si sentiranno oltraggiati (sì, questo è sarcasmo).

Ma andiamo all’articolo, vi sottolineo alcuni dei passaggi più odiosi:

Ingollare oltre duemila pagine di romanzi rosa in cinque giorni per prepararsi con scrupolo al Rare, il primo festival del romance sbarcato in Italia in un sabato d’estate, può alterare la percezione. Visioni, trasfigurazioni, forse allucinazioni. Così la sinuosa fila di lettrici che attendono di sciamare nello Sheraton per riverire una sessantina di scrittrici, per lo più americane, assume la forma di una processione, una di quelle processioni dell’Italia povera e contadina d’antan.

La premessa di Paola Zanuttini è prevenuta, suona come un’excusatio non petita: “Oh, mi c’hanno mandato, è lavoro, io non volevo andare, volevo restare a casa con Proust, ma sono stata costretta, ho perfino dovuto leggere quei ridicoli romanzi rosa che una volta si chiamavano Harmony, ma, figuratevi, che cosa sono oltre duemila pagine in cinque giorni, per una che, come me, conosce a memoria Tolstoj? Che impegno ci vuole per leggere oltre duemila pagine di peni e vagine che s’incontrano?”. Insomma, il vero problema è che questo articolo la fa sembrare un vecchio trombone, non una sagace opinionista.

Ora, probabilmente le duemila pagine lette da Paola Zanuttini facevano veramente schifo al cazzo, il punto è che restiamo col dubbio, perché l’autrice dell’articolo non entra nel merito, non non ci dice quali libri ha letto, manca l’oggetto dell’analisi, come manca qualunque elemento per giudicare l’evento Rare nel suo insieme. Non ci dice se l’organizzazione è stata buona o cattiva, ci parla confusamente di poverette dalla vita banale che nei libri cercano evasione, femmine in processione (non in fila) per ossequiare (non incontrare, proprio genuflettersi come invasate) altre femmine che hanno messo su carta i loro più pruriginosi sogni erotici. (Quanto è sessista tutto ciò? Soprattutto se detto da una donna?).

Notiziona a margine: nei romanzi non si cerca solo conoscenza ma anche e, soprattutto, evasione, in un romance come in un thriller, in uno storico come in un fantasy. E non c’è nulla di male, anzi. Se gli scrittori fossero più coscienti che la loro missione è principalmente “divertire” il lettore e non insegnargli a campare saremmo salvi da un bel po’ di noiosissimi  e pretenziosi romanzi.

Vi cito Primo Levi, tratto dall’Altrui Mestiere, capitolo intitolato “Perché si scrive?”:

1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno.

2) Per divertire o divertirsi. [ INCREDIBILE! ]

3) Per insegnare qualcosa a qualcuno.

4) Per migliorare il mondo.

5) Per far conoscere le proprie idee.

6) Per liberarsi di un’angoscia.

7) Per diventare famosi.

8) Per diventare ricchi.

9) Per abitudine.

Ora, di certo chi scrive/legge romance non ha come fine ultimo quello di insegnare/imparare qualcosa sulle leggi dell’universo o dare una risposta alla alla domanda fondamentale sulla vital’universo e tutto quanto. È una scelta. I libri – udite, udite – sono anche puro intrattenimento, purché ben scritti. Come chi legge thriller – si spera – non ha come scopo quello di imparare a uccidere gente e sfuggire alla giustizia, ma sempre il caro, vecchio “divertissement”.

Paola Zanuttini, però, dà per scontato e senza fornire dati precisi – grave errore per una giornalista – che il genere romance sia spazzatura, che lettrici, autrici e blogger siano delle povere ignoranti represse, il che non è molto credibile anche da un punto di vista dell’analisi giornalistica, e lo dice una che non ha letto moltissimi romance. Devo anche dire che mi sono piaciuti pochissimi romance, la maggior parte erano libri scritti male, punto. Libri brutti. Libri che non meritavano di essere definiti libri, insomma, quello che volete. Il genere non c’entra nulla, perché potrei, parimenti, citare una montagna di fantasy brutti, di thriller orribili, di narrativa contemporanea imbarazzante.

E sapete qual è un’altra cosa che non c’entra assolutamente nulla? L’estrazione sociale di chi scrive/legge/recensisce romance.

Leggiamo un altro brano:

Originaria di Las Vegas, questa robusta signora immune da ogni civetteria [ che c’entra l’aspetto fisico? Sexism Alert ] si era trasferita con il marito militare in una piccola città della Virginia: noia mortale e depressione serpeggiante l’avevano spinta a cercare consolazione nella narrativa rosa shocking. La folgorazione, invece di stecchirla [ tentativo di sarcasmo fallito ] l’ha rinvigorita e le ha fatto lasciare il noioso lavoro nel ramo assicurazioni per diventare la patronessa del secondo più importante festival del romance negli Stati Uniti e uno dei cinque maggiori nel mondo [ Ah beh, hai detto niente ].

Si parla, lo avrete capito, di Amy Jennings, l’organizzatrice del Rare. Una donna che ha avuto un’intuizione felice, si è messa al lavoro e ha creato, dal nulla, un evento di successo, lasciando il lavoro precedente, sicuro ma noioso, e dedicandosi, invece, a qualcosa che ama. In storie femminili di imprenditoria, coraggio e rivalsa come questa il Venerdì di Repubblica (e in generale la carta stampata) di solito ci sguazza fino al vomito. Il problema, in questo caso, è che la donna-imprenditrice si è impegnata in un’attività che, per la giornalista, è ridicola. Quindi non conta il successo dell’evento (“secondo più importante festival del romance negli Stati Uniti e uno dei cinque maggiori nel mondo”), conta solo che la signora non si sia dedicata a salvare vite, aiutare i poveri, scoprire nuovi pianeti, ecc. [Sexism Alert anche qui, con una bella dose di classismo ]

By the Way: è un po’ come quando si prende per il culo Chiara Ferragni perché non sa fare niente e vive di frivolezza. Signore e signori, può non piacervi (io trovo ridicoli la maggior parte dei suoi outfit, per dire), ma la scoperta è che se quella frivolezza e quel “non saper fare” l’hanno resa milionaria, c’è poco da dire: i perdenti siete voi.

Karina, una bella signora bionda, giunonica, che firma autografi col bicchiere in mano…

Qui si parla, invece, di una scrittrice. Anche lei viene descritta come una casalinga alcolizzata della provincia americana negli anni ’50. Paola Zanuttini non ci dice quasi nulla dei suoi libri, del suo modo di scrivere, dei suoi personaggi. Cosa conta? Che sia una bella signora bionda e giunonica, praticamente una nonna Papera che si è messa in testa di scrivere libri. Tzè.

Ma passiamo alla maniera in cui la giornalista affronta il tema dei blog:

Nella decadenza generale della critica letteraria hanno preso piede i blog. E, nel caso del romance, schifato dai recensori ufficiali, hanno potere di vita e di morte. […] Al Rare incontro tre blogger: Vanessa, neurologa di 47 anni, Sara, 40 anni, moglie di un rapper e Karin, 37 anni, tabaccaia.

Anche qui, sessismo e classismo come se piovesse: le tre blogger sono identificate col nome, la professione (per sottolineare che non hanno una laurea in giornalismo, una addirittura viene definita “moglie di”) e l’età (per evidenziare la disperazione di donne adulte che invece di fare altro, si dedicano ad attività risibili).

Esiste sicuramente un problema per quanto riguarda i blog (ho in programma di scrivere un post): molti sono sciatti, gestiti male, con contenuti tutti uguali, capacità di recensire e parlare di libri pari a zero, italiano discutibile e chi più ne ha più ne metta. Il problema, però, è sempre parlare fornendo dati, argomenti, analisi. Paola Zanuttini avrebbe dovuto dare il nome dei rispettivi blog, non “i titoli” delle blogger. Avrebbe potuto parlare, ad esempio, dell’ignoranza di alcuni sedicenti book blogger, che non sanno cosa sia un impianto narrativo. Inoltre, avrebbe dovuto informarsi sul fenomeno dei blog: vale esattamente lo stesso discorso fatto per le laureate in moda che criticano la Ferragni. Esistono blog di ragazzi giovani che spostano le opinioni, sono seguiti e influenzano le vendite: cosa dovrebbero fare le Case Editrici, rifiutare la loro esistenza in quanto professionisti non accertati da un titolo? Per favore.

Questa narrativa conservatrice – però democratica, non repubblicana, mi garantiscono le americane – mantiene tutti i cliché del rosa, ma scarta nel postmoderno con l’avvento del sesso esplicito e con l’aggiornamento del linguaggio: dialoghi che sembrano rubati da WhatsApp e ironica forzata, un po’ scemetta.

Anche se detto in maniera pedante, i problemi che ho riscontrato io in parecchi romance sono proprio questi: 1) narrativa essenzialmente conservatrice, 2) dialoghi che non contengono alcun filtro letterario ma sono spesso copiati pari pari dal linguaggio da chat (serie di puntini esclamativi e abbreviazioni comprese) e 3) ironia forzata, la cosa che forse detesto di più (quando i personaggi fanno battute che dovrebbero essere brillanti ma fanno ridere solo loro e l’autore del libro). Detto ciò, sono problemi, questi, che si trovano in parecchi romanzi: si tratta dei famosi “brutti libri”, un genere trasversale.

Mi sono dilungata anche troppo, voglio solo concludere sul perché penso che la verità stia nel mezzo:

Paola Zanuttini ha scritto un articolo brutto, impreciso, superficiale, rozzo, sessista e classista, usando un linguaggio da “barone” e “un’ironia forzata e scemetta”, esattamente come i romanzi che critica. Lo ha fatto, forse, di proposito, solo per scatenare il flame? Ci è riuscita. Ha portato a casa condivisioni e citazioni, anche se non ha fatto il suo dovere di giornalista.

Dal canto loro, gli autori romance, i lettori, perfino i blogger hanno la responsabilità di migliorare il settore di cui fanno parte. Alcune delle critiche fatte costantemente al romance (ma qualche tempo fa, il “capro espiatorio” letterario era il fantasy, il mio genere, quindi posso capire!) non sono campate in aria. In giro ci sono un sacco di sedicenti autori, un sacco di libri brutti, un sacco di blog sciatti: tutto questo non fa altro che screditare un settore (ad es. il self publoshing) e un genere, in questo caso il romance, che dovrebbe essere considerato al pari degli altri. Dunque, è giusto arrabbiarsi per un articolo così stupido, ma è anche necessario rimboccarsi le maniche e provare a distinguere, nel marasma di roba chiamata “romance”, ciò che ha dignità di libro e ciò che non la ha. Forse, col tempo, si riusciranno a sconfiggere anche i pregiudizi.

Volete sapere quali romance ho letto e ho apprezzato e quali invece ho proprio detestato? Fatemelo sapere nei commenti, potrebbe diventare l’argomento del mio prossimo post!

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