Ripley Bogle, Robert McLiam Wilson (Fazi)

Un incrocio fra Fante, Bukowski e Dickens, ecco come definirei la scrittura di Robert McLiam Wilson, scrittore irlandese, diventato famoso a livello internazionale con Eureka Street, romanzo in cui raccontava, con humour impietoso, il conflitto cruento tra protestanti e cattolici in Irlanda. In Ripley Bogle, pubblicato da Fazi a maggio 2018, torna la capacità dell’autore di descrivere con sguardo caustico ma mai rassegnato, pungente ma non melodrammatico, la dura vita della strada: in questo caso il protagonista è Ripley Bogle, ventiduenne dalla straordinaria intelligenza ma condannato a una vita randagia, un po’ per destino, un po’ per scelta.

Titolo: Ripley Bogle
Autore: Robert McLiam Wilson
Serie: Stand alone
Genere: Drammatico
Data di pubblicazione: 10 maggio 2018
Pagine: 384
Prezzo: 9.99 € ebook
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La vita di un senzatetto non è di certo un argomento così affascinante, se la si vuole raccontare davvero: dimenticate l’idea di romantiche dormite sotto le stelle, l’abbandono dei beni materiali per beni più preziosi e intimi, l’idea di essere liberi dalle catene che la società impone… No. La vita di Ripley Bogle non è nulla di tutto ciò: figlio di una prostituta irlandese e un ubriacone gallese, Ripley è stato destinato fin da piccolo a una vita fatta di violenze, fame, risse, nel ghetto di Belfast in cui è nato e cresciuto.

É Ripley che ci racconta la sua vita e lo fa con voce forte, pungente, sarcastica, brutale, che non lascia spazio all’immaginazione, non fa sconti, né a se stesso né agli altri: è ancora pieno di energie, Ripley, nonostante la vita lo abbia già messo a dura prova più di una volta. La sua esperienza è quella di un ventiduenne dall’intelligenza straordinaria, che vede e sente più degli altri, sensibile, malinconico ma ben piantato nella realtà.

Ripley è un personaggio davvero pieno di sorprese, mai uguale a se stesso: la sua estrema intelligenza e l’ironia e la sensibilità con cui descrive il mondo ce lo fanno subito sentire vicino: Ripley ci racconta la sua vita che inizia negli anni ’70, per le strade luride di Belfast, fra la violenza, le risse e il menefreghismo della sua famiglia, da lì Ripley inizierà la sua esperienza di sensatetto.

Ripley alterna, nel suo racconto, poesia e brutalità, romanticismo e sarcasmo, in un complesso “flusso di coscienza”. Ripley è talmente folle e straordinaria da riuscire, nonostante tutto, a vincere una borsa di studio per frequentare il Trinity College di Cambridge, dove la sua vita cambia del tutto: qui conosce un’esistenza completamente diversa da quella della strada, una vita che però, non gli appartiene. Firmato dall’autore quando aveva solo 23 anni, Ripley Bogle parla di amore, senso di libertà, voglia di normalità e desiderio, allo stesso tempo, di straordinarietà, di personaggi anticonformisti, reali, eroi di bassifondi e di una Londra sporca e, allo stesso tempo, lirica nella sua decadenza.

Ho ammirato moltissimo la scrittura di Robert McLiam Wilson, autore di talento, in grado di dare immagini molto vivide e immediate al lettore, la storia, devo essere sincera, mi ha attratto meno: se non fosse stata supportata da una scrittura superlativa avrei abbandonato. La vita di Ripley è interessante solo se raccontata dalla sua voce, ho trovato diversi passeggi lenti per i miei gusti, anche il finale pieno di colpi di scena ha un che di “esagerato” per i miei gusti. In ogni caso, se siete in cerca di forti emozioni, a livello descrittivo, dovreste leggerlo.

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I fiori non hanno paura del temporale, Bianca Cataldi (HarperCollins)

Vi ricordate gli anni ’90? I Nirvana, i diari segreti, gli appuntamenti telefonici, i walkman? Vi ricordate di quando non vivevamo perennemente connessi e i rapporti umani erano forti e spaventosamente fragili allo stesso tempo? Potevi incontrare una persona e, senza avere il suo numero o il suo indirizzo, perderla per sempre… Forse per questo quei rapporti assumevano tutt’altro significato, erano lenti, pochi e profondi, vicini. Ecco, il fulcro del bellissimo romanzo di Bianca Cataldi, I fiori non hanno paura del temporale, edito HarperCollins Italia è, a mio parere, proprio questo: un inno alla fragilità, che può essere un valore aggiunto, per assurdo simbolo di eternità, proprio come quei fiori, all’apparenza così fragili, che resistono ai temporali, tornando a rialzare la testa dopo la pioggia.

Titolo: I fiori non hanno paura del temporale
Autore: Bianca Rita Cataldi
Serie: Stand alone
Genere: Drammatico
Data di pubblicazione: 22 febbraio 2018
Pagine: 277
Prezzo: 14.45 € | 6.99 €
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Bologna, 1997: Corinna ha i capelli rosso fuoco, ha 16 anni e un padre che è scappato prima di conoscerla. Serena ha sette anni, non le somiglia per niente (o almeno è ciò che pensa), ma guarda a sua sorella maggiore con il tipico interesse delle sorelle minori, come a una proiezione di se stessa nel futuro, di ciò che farà quando avrà anche lei sedici anni, scoprendo, tramite la sorella, l’amore, la musica e anche il dolore. Corinna e Serena si ritrovano a condividere i segreti contenuti in una scatola di scarpe, segreti che riguardano il padre di Corinna, la storia con sua madre, il passato di Corinna stessa e, forse, il suo futuro. Inizia, allora, una specie di caccia al tesoro per interpretare tutti i simboli contenuti nella scatola: un taccuino, un biglietto del cinema, delle forbici da barbiere… una caccia al tesoro che ha senso solo calata nello spirito dei tempi, in un mondo senza cellulari, internet, computer, dove la ricerca avviene non seduti davanti a un pc, tramite un motore di ricerca, ma è fatta di appuntamenti, persone, domande, facce, racconti.

La ricerca di Corinna e della piccola Serena, detta Poochie, che le fa da aiutante è solo uno degli elementi di una trama semplice e ricca allo stesso tempo: spostandosi agilmente sull’asse del tempo con la leggerezza di un’acrobata, Bianca Cataldi visita il passato, mostra il presente e descrive scampoli di futuro, mescolando le carte, creando un puzzle spazio-temporale che tiene sempre desta l’attenzione del lettore. Un attimo prima Serena ha sette anni e sta andando con la nonna a visitare la cappella di famiglia nella quale sono seppellite le sagge zie alle quali le donne della sua famiglia si rivolgono quando hanno qualche problema, un attimo dopo Serena è adulta e sta scrivendo una storia, questa storia, poi saltiamo negli anni ’80, quando i genitori di Corinna si sono incontrati, poi ancora prima, a quando i nonni di Corinna e Serena si sono innamorati… Il tempo è una variabile romantica, è scandito da profumi, rumori, voci, incontri, particolari all’apparenza infinitesimali (un abito con dei limoni, una macchina da scrivere, il ronzio di un’ape, la ricetta di un dolce scritta a mano, il gorgoglio del tè, ecc.) e proprio per questo permane in tutta la sua forza. Sono i particolari a conservare i ricordi.

Lo stile di Bianca è poetico, ricco di metafore e utilizza un lessico ricercato ma, allo stesso tempo, in grado di toccare le corde più intime del lettore: non c’è un uso prolisso e autoreferenziale della lingua, anzi. Che Bianca sappia raccontare e usare la lingua italiana si vede, forte e chiaro, ma il tutto avviene con estrema naturalezza e la lettura scorre via veloce, senza intoppi, avvolge e coccola il lettore, lo fa sentire importante, come se ogni frase fosse stata dosata, pesata, scolpita e messa lì con sapienza e coscienza (ed è proprio ciò che è avvenuto).

La caratterizzazione dei personaggi è chiara e precisa: di ognuno abbiamo sufficienti elementi per definirne l’aspetto e il profilo psicologico, visto attraverso gli occhi di Serena, in un modo che ci fa sentire come se sfogliassimo un album di foto di vecchi amici. La costruzione del personaggio di Serena si è rivelata particolarmente incisiva: l’evoluzione della ragazza, che da “spalla” di Corinna, diventa protagonista, assumendo il ruolo di Cantastorie, è profonda e centrale. Mentre tutti gli altri personaggi sono immagini intrappolate in vecchie foto, ricordi cristallizzati e rievocati dalla voce narrante, Serena evolve, cambia, diventa donna e torna piccola, ci racconta e si racconta e il mondo cambia, visto dai suoi occhi, ora di bambina, ora di adulta.

Un romanzo poetico, un inno alla fragilità, dicevo, e alla complessità dei rapporti umani, al legame profondo e unico che unisce due sorelle, anche se non hanno lo stesso padre. Un inno alla famiglia, un concetto ampio, dai confini non strettamente definiti (nella famiglia di Serena e Corinna trovano spazio padri naturali e putativi, nonne, zie, amiche di famiglia, ecc.) con una dedica speciale alle donne, alla loro straordinaria forza, al coraggio, all’intelligenza e alla resilienza, che si concretizza in quelle zie chiacchierone e sagge seppellite nella cappella di famiglia, un’immagine semplice ma di straordinaria potenza: è lì che inizia tutto, è lì che finisce tutto, in un cerchio che unisce vita e morte, rendendo quest’ultima ciò che è: un esito naturale. Gli esseri umani lasciano impronte (una ricetta scritta a mano, una scatola piena di ricordi…), è per questo che vale la pena vivere, ricordare, raccontare.

Bianca Rita Cataldi è nata nel 1992 a Bari, laureata in Filologia Moderna, diplomata al Conservatorio, sta svolgendo un dottorato a Dublino presso la School of Languages, Cultures and Linguistics. Lavora come editor e ghostwriter. È stata finalista al Premio Campiello Giovani 2009, è socia ordinaria dell’EWWA (European Writing Women Association) e del Movimento Internazionale Donne e Poesia. Ha pubblicato diversi romanzi: Il fiume scorre in te (2011), Waiting room (2013), Isolde non c’è più (2015) e I fiori non hanno paura del temporale (2018).

 

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Il profumo del mosto e dei ricordi, Alessia Coppola ( Newton Compton )

Alessia Coppola cambia pelle, con Il profumo del mosto e dei ricordi lascia, momentaneamente, il fantasy, genere che ha contraddistinto la sua produzione finora, e ci porta a conoscere la sua terra, la Puglia. Credetemi, non c’è niente di meglio, per conoscere e amare un luogo, che farselo raccontare da uno scrittore.

Titolo: Il profumo del mosto e dei ricordi
Autore: Alessia Coppola
Serie: autoconclusivo
Genere: romantico, contemporaneo
Data di Pubblicazione:
Pagine:
Prezzo: cartaceo, 8.50 € | ebook, 5,99 €
Link d’acquisto: cartaceo | ebook

Questo è il romanzo perfetto se volete trovare la meta delle vostre prossime vacanze: la Puglia, i suoi colori, i suoi sapori, le sue tradizioni vi affascineranno a tal punto che sentirete il bisogno di andare a conoscere di persona i luoghi in cui Alessia Coppola ha deciso di ambientare la sua storia. La Puglia, col suo splendore antico, è dunque protagonista, ma lo sono anche i ricordi, come recita il titolo, e soprattutto i legami familiari. Sì, perché non si può parlare di terra e tradizioni senza parlare anche di famiglia e legami:

Alessia Coppola lo fa raccontando con voce affascinante la storia di Lavinia, che vive a Firenze, fa la restauratrice, ma non ha mai avuto contatti con la famiglia d’origine di sua madre, in Puglia. Tutto cambia con la morte del nonno che lascia dietro di sé un’eredità preziosa quanto pesante: la masseria Rosa Bianca, molti segreti e altrettanti rimpianti. La madre di Lavinia si è sempre rifiutata di parlare della sua vita prima di Firenze, non ha mai più avuto alcun contatto con suo padre e i suoi amici in Puglia e anche questa volta decide di non andare al funerale e di inviare, invece, Lavinia a fare un sopralluogo in vista della prossima vendita.

Quando si compie un viaggio o si incontra qualcuno, non siamo mai le stesse persone che eravamo prima. Sì, una parte di noi rimane immutata. Ma eventi e incontri possono rivoluzionare un’intera vita. Tutto ciò accade, nel bene e nel male, ci trasforma.

Lavinia a Firenze ha la sua vita, i suoi ritmi, una migliore amica, Ornella, che la incoraggia e sostiene… eppure manca qualcosa. Non riesce a trovare un equilibrio, neanche in amore. Lavinia scoprirà cosa manca alla sua vita nel luogo che meno si sarebbe aspettata: alla fine di un viaggio lungo, affascinante, pieno di sorrisi e lacrime, il passato tanto a lungo soppresso tornerà a galla e cambierà ogni cosa.

La protagonista, fragile e decisa

Come spesso accade nei personaggi partoriti dalla mente di Alessia Coppola, Lavinia ha un aspetto algida, fermo, deciso ma nasconde forti debolezze e antiche fragilità. Pensa di sapere tutto, ma la verità è che non si è ancora esposta al tal punto da mettere in discussione ciò che, crede, sia giusto per lei: la sua vita a Firenze, fare la restauratrice, tutto questo le sembra giusto, logico… Lavinia scoprirà, però, che non sempre ciò che sembra logico è anche giusto e che spesso, nella vita, occorre usare l’istinto e la passione, invece che il ragionamento. Lavinia è il personaggio che cambierà di più nel corso della storia, scoprirà i segreti della sua famiglia, ciò che ha creato la profonda frattura fra sua madre e suo nonno e che le ha impedito di conoscere e amare le sue origini.

La Puglia, in tutto il suo splendore

Alessia Coppola conosce e ama il luogo in cui ha ambientato la sua storia, lo si percepisce, forte e chiaro, quando si sofferma a guardare (e a indicarci) il colore della terra e quello dei tramonti fra i filari di vite, quando descrive il rubino dei grappoli d’uva, il profumo dei biscotti appena sfornati, il luccichio del sole sul mare, la grana del terriccio sotto i piedi, il verde delle foglie… É come trovarsi lì, con Lavinia, in un luogo che è uno scrigno di meraviglie e segreti, dove affondano le radici non solo di una famiglia ma di tante persone che insieme formano un microcosmo di affetti, gelosie, segreti, bugie. La terra ha un ruolo fondamentale in questa storia, è la linea guida, la bussola, il faro: le radici affondano nei luoghi dove gli affetti sono nati e cresciuti.

L’amore illumina ogni cosa

Naturalmente, ci sarà tempo anche (e soprattutto) per l’amore. Al momento del suo arrivo alla Rosa Bianca, Lavinia è piuttosto delusa su questo fronte: tutte le sue storie sono state fragili, anche le più durature, alla fine si è sempre stancata. É un’anima inquieta, quella di Lavinia, alla ricerca di qualcosa: del resto nessuno può mai dirsi completo, finché non entra in pieno possesso del suo passato e della sua dimensione. Durante questa difficile ricerca, Lavinia sarà aiutata da Alessandro, giovane e affascinante agronomo che vive alla Masseria: a differenza di Lavinia, Alessandro non è prevenuto nei suoi confronti, neanche quando questa “ragazzina di città” annuncia che non è lì per riportare la Rosa Bianca al suo antico splendore ma per venderla e liberarsene. Fra le tante scoperte che Lavinia farà durante il suo soggiorno (prima forzato, poi scelto) alla masseria, c’è l’idea di potersi fidare di qualcun altro, abbandonandosi senza riserve e con un pizzico di sana follia a un sentimento che la ragione non può controllare.

Il passato è destinato a rivivere

Un’altra idea forte, accanto a radici, famiglia, amore, è il concetto di tempo circolare: un tempo formato da continui ritorni ed eterne partenze, un passato che muore e rinasce come la natura, rigenerandosi esattamente come fa la terra, in altre forme e altri tempi, ma sempre vivo. Non solo, sembra dirci Alessia, è impossibile sfuggire al passato, ma è anche profondamente pericoloso: senza il legame con le proprie origini, ci si sente incompleti.

Lo stile: passione e amore

Lo stile poetico ma fortemente ancorato ai colori, ai sapori, ai profumi della terra rende la lettura coinvolgente e scorrevole; non manca uno humour delicato ed elegante (soprattutto quando a parlare è Lavinia) e tutta la passione di un amore istintivo, immerso in una luce quasi fiabesca, grazie alla distanza che Alessia Coppola sa mettere tra “la città” e questa sconfinata e meravigliosa “campagna”, la stessa distanza che c’è, a volte, tra mente e cuore.

Ciascuno di noi, insegna questa storia, ha un luogo in cui tornare o dovrebbe averlo, il luogo chiamato “casa”, quello dove il passato rivide e il futuro viene plasmato.

È un’autrice, blogger e illustratrice pugliese. Artista poliedrica, ha all’attivo numerose pubblicazioni che spaziano dalla narrativa per l’infanzia, al fantasy e alla narrativa contemporanea. Il profumo del mosto e dei ricordi è il suo primo romanzo per Newton Compton Editori.

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I figli del male, Antonio Lanzetta ( La Corte )

Torna Damiano Valente, lo Sciacallo, torna Castellaccio, l’immaginario paese del Sud nella provincia di Salerno, torna il buio. Ho letto d’un fiato il secondo thriller di Antonio Lanzetta, I figli del male, che dopo Il buio dentro si conferma autore capace di catturare e guidare il lettore nei meandri di una storia cupa e angosciante che non conosce momenti di sosta.

Titolo: I figli del male
Autore: Antonio Lanzetta
Serie: autoconclusivo, #2 serie di Damiano Valente
Genere: Thriller
Data di pubblicazione: 15 marzo 2018
Pagine: 356
Prezzo: cartaceo 15.21 € | ebook 9.99 €
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Antonio Lanzetta ci porta nuovamente in viaggio negli angoli più bui e spaventosi dell’animo umano: ancora una storia in parte raccontata dalla voce sofferente eppure ferma dello Sciacallo, Damiano Valente, scrittore diventato famoso ricostruendo i casi di cronaca nera nei suoi libri, che abbiamo imparato a conoscere nel primo volume della serie, Il buio dentro. La vita di Damiano è cambiata drasticamente dopo l’omicidio della cara amica d’infanzia Claudia e dopo l’incidente che lo fa ferito e deturpato per sempre, ma che lo ha unito a doppio filo ai suoi amici Flavio e Stefano (anche le loro storie sono protagoniste del primo volume). Con Flavio e Stefano, Valente continua ad avere a che fare, soprattutto dopo la vicenda de Il buio dentro, che li ha portati sulla pista dell’Uomo del Salice.

Occhi che guardavano nella sua direzione.
Lui vede.
Che significa?

Tre diversi piani temporali, tre storie intrecciate

Ancora una volta, le incredibili doti di perspicacia e coraggio di Damiano Valente e il suo self-control saranno messi a dura prova da una nuova e inquietante vicenda, quella che si scatena dopo il ritrovamento del cadavere di un uomo con la gola tagliata e un biglietto infilato in bocca su cui è scritto: “Lui vede”. Da questo orribile omicidio partono i fili di una ragnatela fittissima che ingloba Castellaccio, come epicentro del male, e si estende al territorio intorno varcando anche le soglie del tempo: sì, perché il male scivola come acqua e filtra dappertutto, Antonio Lanzetta ce lo ha raccontato nel primo volume e lo ribadisce ne I figli del male; tre sono i piani temporali in cui la storia si svolge, di cui i due più importanti sono quello contemporaneo,  affidato alla voce di Damiano Valente che conduce, suo malgrado, una nuova indagine in cui sono coinvolti i suoi affetti e il suo passato (Flavio, scomparso senza lasciare tracce, mentre indagava sul caso di una paziente, Roberta, che aveva in cura nella clinica psichiatrica nella quale lavora) e gli anni ’50, il dopoguerra, raccontati dalla voce di Tommaso, giovane figlio di un lattaio violento. Infine, sprazzi di luce e buio sull’adolescenza di Flavio: gli anni 80-90 sono raccontati dalla sua stessa voce.

Continuava a rivedere la faccia di quel bambino che affiorava dall’acqua. La carne ridotta a brandelli, il sangue che aveva tinto i sassi di nero.

Castellaccio, epicentro del Male

Uno degli aspetti del romanzo che più mi hanno affascinato è l’ambientazione, che ha reso la vicenda ancora più credibile: Antonio Lanzetta ha saputo integrare una vicenda macabra e cupa scavando nelle viscere di luoghi reali, ancora più di quanto aveva già stato fatto nel primo volume: Salerno, la Questura, il Lungomare, la Quiete, ecc. diventano i nodi della mappa del Male, seguire gli spostamenti dello Sciacallo, mentre ricostruisce una nuova scia di sangue e dolore, è fare un viaggio in una Salerno dalla doppia faccia: luminosa e oscura allo stesso tempo, dotata di un fascino macabro che non ha nulla da invidiare alle ambientazioni thriller d’Oltreoceano.

Il passato non si dimenticava. Mai.

Sangue, passato, amore

Sangue ce n’è tanto ma ce n’è il giusto: Antonio Lanzetta, pur raccontando una vicenda fatta di omicidi cruentissimi, dosa benissimo l’aspetto “macabro” con i tempi dedicati all’indagine. La storia si apre con una donna incinta, alla quale viene sottratto il bambino da un misterioso personaggio: il richiamo alle parole “figli” e “male” è già chiaro nel prologo ma il significato vero del titolo si comprenderà solo alla fine, dopo un lungo e complesso viaggio che porterà più volte il lettore a perdersi. Lo scopo di Antonio Lanzetta, infatti, sembra quello di aprire e chiudere porte, consentire al lettore di accendere luci e spingerlo nel buio, senza coordinate, di nuovo. Il senso di confusione, però, non porta il lettore ad abbandonare la lettura, anzi, è una miccia che accende la curiosità, perché l’autore è molto bravo a creare una confusione ordinata, a ingarbugliare fili che restano comunque ben saldi fra le sue dita. Le domande, alla fine, avranno risposte, ma solo quando il viaggio sarà davvero concluso. C’è tanto sangue, dunque, ma anche tanto passato e tanto amore: a Castellaccio il piccolo Tommaso deve sopravvivere alle angherie di un padre violento e ci riesce anche grazie all’amore di sua sorella Teresa e della sua amica Elvira. La vita di Tommaso sarà sconvolta dal ritrovamento del cadavere di un bambino, evento che cambierà profondamente la sua vita e quella delle persone che lo circondano. Sua sorella Teresa è innamorata, ricambiata, di Mimì, che abbiamo già conosciuto nel primo volume: è il nonno di Flavio, un personaggio che non si può non amare per la sua passione, nonostante le sue scelte di vita. E poi c’è Roberta, una ragazza traumatizzata che ha smesso di parlare, con la quale solo Flavio, oggi, riesce ad avere una sorta di contatto: chi è Roberta e cosa le è successo?

«A loro piace giocare.» […] «E noi vogliamo farli giocare. Con la persona sbagliata, però.»

Lo stile: affilato ed essenziale

Lo stile di Antonio Lanzetta descrive con naturalezza, senza mai eccedere: la morte è orribile, puzza e fa rivoltare le budella, come nella realtà; cinematografica quanto basta, ma sempre ancorata alla realtà, la scrittura di Antonio Lanzetta descrive una realtà che non ha bisogno di aggiunte, il buio c’è, è dovunque, è fuori e dentro di noi e coinvolge ogni aspetto dell’esistenza umana, senza risparmiare, neanche questa volta, la “sacralità” dell’infanzia.

Può mai nascere qualcosa dal male? Può il male procreare, avere dei figli, diffondersi dando la vita?
Antonio Lanzetta risponde, sottilmente, a tutte queste domande, ma per avere le risposte, bisogna avere anche il coraggio di sporcarsi le mani, affondando nel buio.

Nato a Salerno, con Warrior e Revolution, pubblicati per La Corte Editore, ha conquistato pubblico e critica, affermandosi come uno dei più talentuosi scrittori italiani della nuova generazione, con questo romanzo cambia genere, ma riconferma il suo talento.
Già vincitore del “Premio Cittadella” con il suo primo romanzo “Ulthemar – La forgia della vita”,  è sempre suo il racconto thriller Nella pioggia, del 2015, finalista al premio Gran Giallo di Cattolica e arrivato al primo posto della classifica dei racconti più venduti su ebook. Con le sue opere si è rivelato un autore capace di tenere incollati i propri lettori dalla prima all’ultima pagina grazie ad una scrittura testosteronica e adrenalinica che non potrà non entusiasmare i suoi lettori e i fan di autori come George RR Martin o Terry Brooks.

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Recensione di All’ombra di Julius, E. J. Howard [ Fazi ]

Dopo la serie dei Cazalet (che trovate recensita interamente qui: vol. 1vol. 2 vol. 3 vol. 4vol. 5 e di cui ho parlato in breve anche sul canale, precisamente in questo video) avevo bisogno di tornare nel mondo di Elizabeth Jane Howard e tornarci con questa storia delicata, ironica e amara sull’amore è stata un’occasione imperdibile.

Titolo: All’ombra di Julius (After Julius)
Autore: Elizabeth Jane Howard
Serie: autoconclusivo
Genere: drammatico
Data di pubblicazione: 9 aprile 2018 (1965)
Pagine: 328
Prezzo: 12.99 € (ebook) | 17.00 € (cartaceo)
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Che Elizabeth Jane Howard fosse interessata all’amore e ossessionata, in quanto autrice, dagli (inutilmente) complicati, assurdi e quasi sempre tossici rapporti tra persone è chiaro anche in questa storia, che gira tutto attorno alla vita di tre donne, una madre e due figlie, e all’idea che ciascuna ha degli uomini e dell’amore. Certo, come dicono le biografie, la vita dell’autrice ha influenzato non poco la sua produzione: amori “burrascosi” (definiti così perché la Howard era, sentimentalmente, forse un po’ troppo libera, per la bigotta morale comune?), tre matrimoni e una folta schiera d’amanti devono aver avuto il loro peso nella scelta di raccontare, senza mezzi termini (e con una bella quantità di melodramma e cinismo) l’amore.

Ma io credo che, al di là della propria vita personale, lo scopo della Howard sia stato quello di raccontare “innocue cose da donne” (l’amore, il matrimonio, i figli… così, il maschilista mondo letterario del tempo reputava i romanzi scritti da donne per le donne) trasformandole in cose che innocue non lo sono per nulla, anzi. Spaventa il modo in cui l’autrice descrive le sue eroine, quasi tutte in balia dei loro uomini e dell’idea che è stata loro inculcata di morale e amore (due cose, spesso, in contraddizione), spaventa anche il modo in cui l’autrice descrive gli uomini, il migliore dei quali è, tutt’al più, “accettabile”, ancora, spaventa, l’idea che il matrimonio e il fare figli sia una prigione in cui la donna (e spesso, ma con meno coscienza, anche l’uomo) si rinchiudono volontariamente spinti dalla comune morale.

“Soffriva della cronica incapacità degli innamorati di concepire un piano al di fuori dell’orbita del proprio amore.”

Quest’idea che mi sono fatta dei romanzi della Howard, mi ha fatto leggere anche questa storia secondo una prospettiva completamente diversa: non storie di donne, di amori, di melodrammi domestici avvenuti all’ombra di Julius, il capofamiglia ormai scomparso, ma una descrizione feroce e realista (e soprattutto amorale, perché non vi troverete suggerimenti o commenti da parte dell’autrice su cosa sia giusto e cosa no, tutto, semplicemente, accade) degli uomini, destinati tutti, chi più, chi meno, a vivere soli coi propri drammi, capaci di vivere come codardi e morire come eroi (o viceversa). All’ombra di Julius ha la verve drammatica dei Cazalet (che la Howard scriverà circa trent’anni dopo) non ne possiede la leggerezza, ma contiene molta più ironia.

“ Oh, datemi da leggere qualcosa di buono!, pensò. Uno, un solo scrittore la cui abilità sia pari all’impegno, e che non si nutra solamente dell’esperienza degli altri…”

Siamo a Londra, sono gli anni Sessanta e la Seconda Guerra Mondiale è ormai soltanto un brutto ricordo. Per Esme, Cressy ed Emma, però, quel ricordo è vivo e ancora doloroso: durante la Battaglia di Dunkerque, Julius, marito di Esme e padre di Cressy ed Emma, è morto. É scomparso da eroe: si è imbarcato, nonostante non fosse un marinaio esperto, assieme ad altri civili diretto verso le coste francese per recuperare i soldati inglesi imprigionati dai Tedeschi a Dunkerque, appunto (la vicenda è raccontata, magistralmente, da Nolan in Dunkirk). Consapevole che, con ogni probabilità, sarebbe morto, Julius è partito lo stesso, spinto dal principio secondo cui non si può vivere solo per se stessi ma bisogna vivere, soprattutto, per gli altri, cioè per l’Umanità in generale. La figura di Julius si muove fra le pagine del libro come uno spettro Shakespeariano fatto di rimpianti e rimorsi. La vita di Julius è stata molto più banale della sua morte e la sua fine riecheggia in ogni gesto di coloro che ha lasciato dietro di sé.

“A quanto pare, quello che gli uomini pensano delle donne si rivela giusto, il più delle volte.”

Come per i Cazalet, il racconto è affidato a diverse voci: quella di Esme, la vedova di Julius, del quale non è mai stata innamorata; quella di Cressy, la figlia maggiore, 38 anni, vedova anche lei, destinata alla banalità di storie clandestine e a una mediocre carriera di pianesta; Emma, 28 anni, che ha ereditato la Casa Editrice del padre e rifugge ogni legame amoroso; Felix, ex amante di Esme, che torna a casa dopo vent’anni; Dan, poeta povero che nasconde un tragico dolore.

Si tratta, dunque, di un romanzo corale, ma che racconta una storia ventennale condensandola in una manciata di giorni: tutti questi personaggi, infatti, si ritrovano nella tenuta di campagna di Esme per trascorrere insieme il fine settimana. In questo scenario a metà tra una tragedia shakespeariana e una commedia di Oscar Wilde, si riveleranno agli occhi dei lettori i drammi, gli amori, i segreti, le speranze di ogni personaggio.

É quasi possibile tracciare una linea che separa i vari personaggi: da un lato le donne, dall’altro gli uomini, due mondi distinti che faticano a comprendersi e, anche quando si avvicinano, finiscono per parlare due lingue diverse e per fingere. L’amore è immerso in una società sessuofoba, sessista e bigotta, in cui le donne che amano liberamente sono delle poco di buono, quelle ormai in avanti con gli anni sono destinate a non poter provare più il piacere e l’amore, mentre gli uomini sono anaffettivi, vigliacchi o semplicemente inesistenti e fuggono, stuprano o tradiscono.

«Sono cose che non si provano per chi si ama. Compassione, senso di responsabilità, questo tipo di sentimenti. Se ami una persona, non li provi. È impossibile, ecco».

Le donne appaiono prigioniere di un mondo sessista e dei loro stessi melodrammi, sempre in bilico tra le lacrime e la folle risata, dipendenti dai loro bisogni e dalla necessità di rientrare nelle regole della buona società. La figura maschile non ha più fortuna: il migliore degli uomini è comunque un vigliacco. Nel complesso la società inglese, benpensante e profondamente bigotta, ne esce malissimo.

Lo stile è, come sempre, scorrevole, il romanzo si legge in una manciata di giorni, grazie alle frasi brevi, ai frequenti dialoghi, ai cambi continui di POV. Verso metà libro, la Howard inserisce un libro nel libro, per chiarire e spiegare ai lettori la storia della morte di Julius, le rivelazioni sono tutte concentrate alla fine del romanzo, quando i pezzi del puzzle tornano al loro posto. Ci ho trovato anche molto umorismo, soprattutto nella figura della domestica e cuoca di Esme, sempre preoccupa per la salute delle sue signore e indaffarata a cucinare più di quanto serva, e nella figura del maggiore, un amico (forse un po’ innamorato) di Esme, a metà fra il signor Lucas di Orgoglio e Pregiudizio e il signor Woodhouse di Emma, l’influenza di Jane Austen nella costruzione di questo personaggio è evidente, eppure proprio questo personaggio che ci viene presentato come caricaturale si rivelerà l’unico uomo in grado di agire in maniera del tutto onorevole e comprensiva verso i suoi simili.

Consiglio questo romanzo a chi ha amato i Cazalet, naturalmente (senza però aspettarsi la stessa ampiezza di eventi), a chi ama il perfezionismo spietato con cui Jane Austen descrive gli ambienti che frequentava. Questo romanzo è per chi non ha paura di guardare in faccia la natura umana. Non sono, di certo, innocui libri per donne.

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