Da piccola avevo un vecchio libro di mitologia greca che leggevo e rileggevo.
In questo libro, quando qualcuno moriva, soprattutto se tragicamente, il mito si concludeva con questa frase: “gli dei pietosi lo mutarono in stella”. Una frase che a me faceva incazzare tantissimo, perchè non ci vedevo niente di consolatorio a essere trasformato in una cosa che non poteva correre, mangiare, innamorarsi, vedere posti nuovi. Non mi sembravano granché pietosi, gli dei.

Più tardi, ho capito che gli Uomini inventavano i miti per spiegare cose che non riuscivano a comprendere del tutto: cos’erano quegli ammassi luminosi nel cielo? Perché avevano quella forma?

Era la segreta necessità di rendere più familiare e dunque meno spaventoso il mistero abissale dell’universo.

La lira con cui Orfeo aveva incantato l’Ade, l’Aquila che Zeus aveva usato per rapire Ganimede, il cacciatore Orione ucciso da Artemide, la corona di Arianna donata al cielo, dopo il suo matrimonio divino con Dioniso: il cielo era una mappa di storie tragiche, passionali, terribili ma eterne e quell’eternità, che da bambina mi sembrava così poco affascinante, nel tempo si è riempita di significato.

Più tardi ancora, ho incontrato Cosmos di Carl Sagan.

“Siamo materia stellare che medita sulle stelle.”

Gli atomi che compongono noi e tutto quello che ci circonda sono materia intergalattica proveniente dall’Universo. Esplosioni e venti intergalattici e poi la gravità e una serie di circostanze hanno creato la vita così come la conosciamo.

Ho pensato, allora, che non è tanto strano che gli Uomini si siano sempre sentiti così legati al cielo.

Non è invenzione pura, amore per le storie, non è solo il bisogno di spiegare o la pretesa di piegare il mondo a una visione antropocentrica.

È che siamo polvere di stelle, gli asterismi nel cielo hanno sempre parlato e continueranno a parlare alle costellazioni dentro di noi. 

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