Pensieri in quarantena #1: guardarsi dentro mentre tutto tace

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Amo il silenzio.
Il silenzio della notte.
Dei sogni.
Delle fughe.
Dei tuoi occhi.
Il silenzio della solitudine.
Della fiamma spenta.
Del desiderio infranto.
Il silenzio.
Odio il silenzio.

Il silenzio, 2006
Il mondo dalla finestra
è una striscia sottile di verde
tra due vetri affilati.

A nessuno piace stare in quarantena o in isolamento o comunque vogliate chiamarlo. A nessuno, gente. Neanche agli introversi, agli amanti dei libri, a chi ama la casa.

Non è bello non poter scegliere, non avere la libertà di farlo. Ci sentiamo più o meno tutti “in prigione” (anche se dovremmo andarci piano coi paragoni, se non altro come forma di rispetto per chi in prigione c’è stato davvero, ingiustamente.)

In questo periodo tantissimi di noi si sentono particolarmente persi, arrabbiati, angosciati. È il momento per fermarsi (coscientemente) a riflettere.

È davvero solo colpa della quarantena?

I motivi possono essere tantissimi, ovviamente. Non parlo di chi ha perso il lavoro, non sa come arrivare a fine mese, è malato o ha familiari o amici malati e via dicendo. Parlo di chi, apparentemente, non avrebbe motivo per sentirsi così profondamente disperato, se non questo stop forzato causato dalla pandemia.

Non dico che sia innaturale, eh. È naturalissimo provare angoscia, sentirsi persi all’idea che tutto questo possa continuare ancora per molto, ma… fermiamoci un momento a riflettere.

Abbiamo un’occasione.

Questo isolamento ha messo alcuni davanti a un problema reale, un problema che prima, in una società frenetica e basata sulla condivisione com’era la nostra fino a qualche settimana fa, tendeva a camuffarsi: l’incapacità di stare soli con se stessi.

Cosa vuol dire incapacità di stare soli con se stessi?

Che la solitudine e il silenzio ti costringono a guardarti dentro, fanno tornare a galla le paure, gli errori fatti, i rimpianti, i rimorsi.
Forse non è solo perché siete animali da festa, o perché amate uscire e divertirvi con gli amici che adesso siete così tristi.

Forse – forse, eh! – non eravate felici già prima, ma uscivate e smettevate, per un poco, di pensarci.

The only thing I knew how to do
Was to keep on keepin’ on
Like a bird that flew
Tangled up in blue.
💙
[ Bob Dylan ]

Magari questo isolamento è un’occasione per riflettere, per scoprirsi, per affrontare se stessi e i propri fallimenti. Forse questo isolamento ci sta fornendo tempo prezioso, tempo che non dovremmo sprecare a lamentarci, invidiando chiunque abbia – apparentemente – una sorte migliore della nostra.

Siamo figli delle nostre decisioni, la felicità a volte capita, a volte – secondo me più spesso – si sceglie. Anche inconsapevolmente. Anche senza prendere decisioni.

Gli occhi vedono anche in una cella
la mente immagina anche imprigionata
esiste una libertà più vera e profonda
del volo di un uccello.

La libertà, 2020

Forse, essere liberi vuol dire saper stare anche da soli, essere forti vuol dire non aver paura di guardarsi dentro.

E, forse, per essere felici è essenziale non dipendere (totalmente) da niente e da nessuno. E scegliere con cura le persone o le cose cui affidare la nostra felicità, i sogni, la nostra integrità (e qui si rientra nel campo delle “scelte”).

Durante questo isolamento, invece di disperarci, dovremmo approfittarne per riflettere, scoprirci, soffrire, guardare in faccia gli errori e imparare a fare scelte migliori.

Perché uscire, stare con gli altri, divertirsi, amare… non dev’essere un bisogno ma una scelta. Libera e consapevole.

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