Il 16 ottobre 2023 sono stata chiamata dall’IC Eleonora Pimentel Fonseca di Pontecagnano Faiano (Salerno) a fare un intervento in occasione dei 100 anni dalla nascita di Italo Calvino. Ecco, più o meno, il contenuto del mio intervento.

100 anni di Italo Calvino: una produzione immensa

Italo Calvino

Il 15 ottobre 1923 a Cuba, nasceva uno degli scrittori e intellettuali più importanti del nostro paese, un vero e proprio vanto per la cultura italiana, riconosciuto per il suo valore in tutto il mondo, come testimoniano le sue famose Lezioni americane, ciclo di sei discorsi da tenere all’Università di Harvard per l’anno accademico 1985-1986 che fu pubblicato postumo, perché Calvino morì nel 1985.

Sono trascorsi esattamente 100 anni dalla sua nascita e le opere di Calvino come tutti i grandi classici, hanno ancora da dire, per utilizzare proprio le sue parole. Oggi, vi parlerò di un Calvino piuttosto inedito: quello delle donne. Non a caso il titolo di questo intervento è “le donne (in)visibili di Italo Calvino”, con un rimando a una delle sue opere più conosciute: Le città invisibili.

La produzione calviniana è davvero immensa, per darvi un’idea, ecco qualche numero: circa 200 racconti, 12 romanzi, una ventina di saggi e poi interviste, articoli, traduzioni e perfino canzoni.

Una produzione così vasta si è prestata nel tempo a studi di diversa natura, vastissimi, complessi, ma forse una delle tematiche meno presa in considerazione dalla critica è proprio quella riguardante i personaggi femminili dei suoi scritti, che sono tantissimi e molto diversi tra loro.

Ecco, oggi ne approfitto allora per parlarvi di Calvino e delle sue donne, ancora per certi versi invisibili. Ma per parlarvi dei personaggi femminili creati da Calvino, è necessario fare una piccola incursione nella vita privata dell’autore, per conoscere le figure influenti di donne che hanno segnato la sua esistenza.

Calvino non ne sarebbe contento: era molto schivo e non amava parlare di sé, ma è innegabile che sia stato circondato, fin dalla nascita, da donne carismatiche che, in qualche modo, hanno influenzato la sua produzione.

Le donne di carne di Italo Calvino: madre, amante, moglie

Eva Mameli

La prima donna che Calvino conosce è, ovviamente, sua madre: Eva Mameli è una scienziata, una botanica, affamata di cultura e refrattaria alle convenzioni: si diploma al liceo statale di Cagliari, tradizionalmente maschile, e qualche anno più tardi ottiene, prima donna in Italia, la cattedra di botanica all’Università.

Eva Mameli è una scienziata, una libera pensatrice, una donna dal pensiero laico, coraggiosa e autonoma: allo scoppio della Grande guerra non resta nelle retrovie a osservare: indossa la divisa della Croce Rossa e diventa infermiera volontaria. Alla fine della guerra, le vendono assegnate ben due medaglie, quella d’argento della Croce Rossa e quella di bronzo del Ministero dell’interno.

Di lei Italo Calvino ha scritto, ne La strada di San Giovanni:

Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di buganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari. Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in doveri e ne viveva.

Una descrizione così, può sembrare poco affettuosa: la madre tutta logica e raziocinio che non contempla la passione, lo spreco. Eppure, se guardiamo alla produzione di Calvino, questa ossessione per la catalogazione, le spiegazioni, la logica torna in maniera incessante nelle sue opere, soprattutto in quelle del periodo cosiddetto combinatorio: Il castello dei destini incrociati e Se una notte d’inverno un viaggiatore, per esempio.

Calvino nel corso di tutta la sua vita ha provato in ogni modo ad analizzare e spiegare parola per parola le sue opere, per evitare ogni fraintendimento: possiamo ipotizzare che questa tendenza alla tassonomia l’abbia ereditata proprio da sua madre.

Elsa de Giorgi

Altra donna importantissima per Calvino è quella che per alcuni anni fu la sua amante: Elsa De’ Giorgi. Elsa de’ Giorgi era una donna bellissima, più grande di Calvino di dieci anni, un’attrice e una donna estremamente colta e intelligente, che quindi colpisce subito l’autore.

Si tratta di una storia d’amore adultera (Elsa de’Giorgi è infatti sposata) e che dunque è destinata a terminare, ma che lascerà una traccia profondissima nella produzione letteraria di Calvino, come emerge dalle oltre 400 lettere che i due si sono scambiati.

Se mi mancasse il tuo amore tutta la mia vita mi si sgomitolerebbe addosso. Tu sei un’eroina di Ibsen, io mi credevo un uomo di Cechov. Ma non è vero, non è vero. Gli eroi di Cechov hanno la pateticità e la nobiltà degli sconfitti. Io no: o vinco o mi annullo nel vuoto incolore. E vinco, vinco, sotto le tue frustate. No, cara, non hai nulla dell’eroina dannunziana, sei una grande donna pratica e coraggiosa, che si muove da regina e da amazzone e trasforma la vita più accidentata e difficile in una meravigliosa cavalcata d’amore.

Esther Judith Singer

Prima di parlare delle donne di carta di Calvino, ecco l’ultima, fondamentale donna che ha cambiato la vita dell’autore: Esther Judith Singer, detta Chichita. Anche Chichita, come le altre due, è una donna di profonda cultura, raffinata e indipendente. Chichita è di origini argentine, è una traduttrice esperta e conosce Italo Calvino a Parigi.

I due hanno caratteri opposti: lui timido e schivo, lei piena di energie e dall’eloquio brillante. Ci mettono soltanto poco a capire di essere fatti l’uno per l’altra: si sposano e resteranno insieme fino alla morte di Italo Calvino. Da quel momento Chichita, raccoglie sulle proprie spalle tutta l’eredità artistica del marito, si occupa delle sue opere, della loro pubblicazione, della traduzione e perfino dell’impaginazione e della scelta delle copertine, con un impegno totale e meticoloso, da vera professionista, più che da moglie.

Ecco, partendo dalle figure importanti, di queste tre donne possiamo iniziare a delineare il profilo comune della Donna con la D maiuscola, con la quale Calvino ebbe a che fare durante la sua vita: una donna colta, intelligente, affascinante, brillante, indipendente. Sono queste le donne che hanno circondato e influenzato Calvino.

Le donne di carta di Italo Calvino: da Il Sentiero dei nidi di ragno a I nostri antenati

A questo punto è bene ricordare che una buona parte della critica che ha approfondito l’argomento del femminile nelle opere di Calvino è concorde nel considerare i suoi personaggi femminili come secondari, spesso frutto di misoginia e banalizzazione.

Il Sentiero dei Nidi di Ragno: la Nera e Giglia

Nel romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, effettivamente le donne che hanno un ruolo sono cattive, utilizzano il sesso per il loro tornaconto, non hanno morale.

Al principio di tutte le storie che finiscono male c’è una donna, non si sbaglia.

La guerra è tutta colpa delle donne.

Le donne sono la razza più cattiva che ci sia.

Le due donne di cui si parla sono una prostituta che va con i Nazisti, la Nera di Carrugio Lungo, che è anche la sorella di Pin, e la moglie di un partigiano, Giglia, che lo tradisce con un compagno di brigata.

Due personaggi negativi, ovviamente, basati sullo stereotipo secondo cui le donne, avendo la capacità seduttiva, sono capaci di confondere e portare alla rovina un uomo. La letteratura è piena di queste donne, a cominciare da Elena di Troia.

Questa però è solo la realtà di Pin, il protagonista, e di quelli che sono con lui, in particolare l’alter ego adulto di Pin, il partigiano chiamato Cugino. Non c’è traccia di questa misoginia nella vita di Italo Calvino, dobbiamo sempre tener presente che nella realtà lo scrittore è stato sempre circondato da donne intelligenti, moderne, indipendenti, forti. Erano queste le donne che lui ammirava, queste quelle che lui ha conosciuto.

La verità è che non sempre quello che i personaggi dicono corrisponde a ciò che un autore pensa, e nel caso di Italo Calvino quest’affermazione è confermata dalle altre donne che costellano la sua opera.

Il visconte dimezzato: Pamela

Prendiamo per esempio la trilogia de I nostri antenati, che si compone de Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente. Le tre protagoniste femminili sono Pamela, Viola e Bradamante.

Pamela la conosciamo nel primo libro della trilogia, Il visconte dimezzato, un romanzo in cui Calvino sfrutta l’elemento fantastico per parlare di argomenti molto reali, primo fra tutti la disgregazione dell’unità maschile.

Il protagonista, Medardo, viene dilaniato da una bomba: le due parti, da quel momento, se ne vanno in giro autonomamente. Il Gramo è malvagio, il Buono, ovviamente altruista. Sarebbe una divisione semplice, ma Calvino la complica man mano che la storia va avanti: il Gramo è sì malvagio, ma la sofferenza che infligge al mondo si riflette su di lui. Causa dolore e ne soffre lui stesso. Il Buono, d’altra parte, si sforza di essere caritatevole, ma risulta anche debole, perché non riesce a contrastare la sua controparte cattiva, e in qualche caso addirittura ipocrita.

Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te l’auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu pure vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.
(Il Gramo)

Allora il buon Medardo disse: – O Pamela, questo è il bene dell’essere dimezzato: il capire d’ogni persona e cosa al mondo la pena che ognuno e ognuno ha per la propria incompletezza. Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminati dovunque, là dove meno da intero uno osa credere. Non io solo, Pamela, sono un essere spaccato e divelto, ma tu pure e tutti. Ecco ora io ho una fraternità che prima, da intero, non conoscevo: quella con tutte le mutilazioni e le mancanze del mondo. Se verrai con me, Pamela, imparerai a soffrire dei mali di ciascuno e a curare i tuoi curando i loro.
(Il Buono)

Da un lato una visione nichilista del mondo, dall’altra una visione filantropica, cristiana. Chi ha ragione? Calvino ce lo dice alla fine del romanzo.

Così mio zio Medardo ritornò uomo intero, né cattivo né buono, un miscuglio di cattiveria e bontà, cioè apparentemente non dissimile da quello che era prima di essere dimezzato. Ma aveva l’esperienza dell’uno e l’altra metà fuse insieme, perciò doveva essere ben saggio.

La soluzione ottimale è sempre nell’unità, in quell’universo complicato e sostanzialmente perfetto che è il bilanciamento di male e bene, l’uomo non può essere totalmente cattivo e neanche totalmente buono, ma può essere saggio. E chi ricompone quest’unità? Pamela, la pastorella di cui sia il Gramo che il Buono s’innamorano

Qui c’è un brano in cui il Gramo parla dell’amore, dal suo punto di vista:

Pamela, — sospirò il visconte, — nessun altro linguaggio abbiamo per parlarci se non questo. Ogni incontro di due essere al mondo è uno sbranarsi. Vieni con me, io ho la conoscenza di questo male e sarai più sicura che con chiunque altro; perché io faccio del mal come tutti lo fanno; ma, a differenza degli altri, io ho la mano sicura.— E strazierete anche me come le margherite o le meduse?— Io non lo so quel che farò con te. Certo l’averti mi renderà possibili cose che neppure immagino. Ti porterò nel castello e ti terrò lì e nessun altro ti vedrà e avremo giorni e mesi per capire quel che dovremo fare e inventare sempre nuovi modi per stare insieme.

Questo invece è quello che il Buono pensa dell’amore:

-Fare insieme buone azioni è l’unico modo per amarci.
-Peccato. Io credevo ci fossero altri modi.

Il primo vorrebbe costringerla a sposarlo, rinchiudendola nel suo castello. E lei dice no. Il secondo, la corteggia con una gentilezza tale da sfociare nell’incolore, è talmente altruista da confondere Pamela con l’Umanità intera, togliendo importanza all’amore esclusivo per lei. E lei quindi dice no. Il primo amore è una prigione, il secondo una noia mortale.

Alla fine, quello che Pamela comprende è che le due parti devono stare insieme e solo in quel caso lei potrà amare l’uomo. Pamela è un personaggio molto forte e indipendente e anche se non è la protagonista principale del romanzo, è il deus ex machina dell’intera vicenda, il motivo per cui le due parti torneranno insieme permettendo a Medardo di rientrare nel consesso degli uomini.

Il barone rampante: Viola

Passiamo a Viola, la protagonista de Il Barone Rampante, che è la storia di un ragazzo, Cosimo, che un giorno decide di salire sugli alberi e non scendere mai più. Ma attenzione, Cosimo non si ritira sugli alberi per misantropia, non vuole separarsi da mondo, anzi. Al mondo Cosimo partecipa, solo da una prospettiva diversa, che per Calvino era la stessa distanza che separa l’intellettuale, lo scrittore, dal mondo circostante.

Chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria.

Cosimo incontra due donne: la prima è Ursula, una ragazza bella e dolce che vive, come lui, sugli alberi. Questo è un amore molto stereotipato, Ursula è dolce e arrendevole, priva di indipendenza, una donna che ispira amore ma non impegnativa. Cosimo la lascia, per non doversi sposare.

La seconda, la vera protagonista del romanzo, è Viola, una donna completamente diversa. Anche lei è bellissima ma a differenza di Ursula è una donna indipendente, capricciosa, che pretende da Cosimo continue prove d’amore, una donna che genera conflitti, in poche parole una donna impegnativa. Ma è soltanto di lei che Cosimo s’innamora davvero. Altro particolare fondamentale: Viola vive sulla terra, non sugli alberi. E prende in giro Cosimo per la sua decisione.

L’amore tra Cosimo e Viola non potrà mai concretizzarsi, proprio per questa loro distanza, ma nella descrizione dei due personaggi, Calvino sembra suggerire che è Cosimo, con la sua scelta di andare a vivere sugli alberi, a vivere una vita stereotipata, non libera, mentre Viola, che accetta di vivere sulla Terra, secondo le regole comuni, è una donna libera, autonoma, che è in grado di fare ogni cosa.

Ma in tutta quella smania c’era un’insoddisfazione più profonda, una mancanza, in quel cercare gente che l’ascoltasse c’era una ricerca diversa. Cosimo non conosceva ancora l’amore, e ogni esperienza, senza quella, che è? Che vale aver rischiato la vita, quando ancora della vita non conosci il sapore?

Vivere fuori dal mondo, contemplarlo senza sperimentarlo, non è vivere.

Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.

L’amore è conoscenza, Cosimo non si sarebbe mai conosciuto davvero se non avesse incontrato questa donna fuori dai canoni che gli ha insegnato cos’è l’amore.

Il cavaliere inesistente: Bradamante

L’ultimo romanzo della trilogia, Il Cavaliere inesistente, narra le vicende di Agilulfo, cavaliere dall’armatura vuota, che esiste solo attraverso la forza di volontà e la coscienza e di una serie di altri personaggi che ruotano attorno a lui, dalle personalità molto diverse e complesse. Agilulfo ha uno scudiero, Gurdulù, che possiede un corpo ma è privo di coscienza. Torna ancora una volta un tema molto caro a Calvino, quello del doppio, in questo caso dei due istinti umani, uno verso l’astrazione, la spiritualità, l’altro verso la corporeità, l’edonismo. Altro protagonista della storia è Rambaldo, un cavaliere che vuole vendicare suo padre.

La donna protagonista della storia è Bradamante, ancora una volta una donna autonoma e forte, una guerriera. A narrare le vicende, una voce femminile, quella di Suor Teodora. Di Bradamante s’innamora Rambaldo, ma lei non è interessata al cavaliere: chi ama è Agilulfo, che rappresenta il massimo grado di nobiltà per la donna. In effetti, il Cavaliere Inesistente è il simbolo del Cavaliere perfetto, nobile, dall’etica immacolata e forse, proprio per questo, per nulla umano, perché non è dotato di un corpo, ma solo di un involucro, l’armatura.

Perché la guerra la combatti bene soltanto dove tra le punte delle lance intravedi una bocca di donna, è tutto, le ferite il polverone l’odore dei cavalli, non ha sapore che di quel sorriso.

Calvino prende in prestito uno dei topoi della letteratura cavalleresca, quella dell’amore motore di ogni cosa, ma poi la ribalta, facendo diventare la donna l’unico motore della vicenda, l’unica capace di prendere decisioni, quindi di cambiamento.

Alla fine della storia, dopo aver amato senza speranza Agilulfo e aver ripiegato per breve tempo su Rambaldo, Bradamante decide che ne ha abbastanza degli uomini e se ne va, si ritira in convento e inizia a scrivere questa storia: diventa, dunque, ancora più protagonista, diventa la voce narrante, l’autrice cui Calvino affida i suoi stessi pensieri. La donna, in questo caso, è fondamentale e centrale nell’opera. E l’autore decide di descriverla così:

E così dicendo indossava pezzo a pezzo l’armatura da campagna, la guarnacca color pervinca e presto fu pronta in sella, mascolina in tutto tranne che nel fiero modo che hanno d’esser virili certe donne veramente donne.

È tutto mescolato: il femminile e il maschile, e tutto si concretizza in qualcosa che non ha genere, la fierezza, che in parte è integrità morale, in parte bellezza, coraggio, ma che è soprattutto la capacità di scegliere, di combattere la paura di essere liberi.

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