The Queen Puppet on Holiday: cosa metto in valigia

Ragazzi, vi saluto per quest’estate (ma come sanno quelli che mi conoscono davvero, potrei smentirmi clamorosamente se mi viene voglia di dire qualche cazzata qui sul blog) e vi auguro buone vacanze (ma siamo davvero già ad agosto? Oh.Mio.Dio.) con un post impegnatissimo.
Cosa metto in valigia.
(Scusate, ma dopo una giornata di lavoro, di lagne allo specchio – perché sono ingrassata?, maledetta tiroide, maledette pillole per la tiroide, non mangio nulla, ho fame, non ho più fame, ho le braccia molli, voglio morire, ma va beh chi se ne fotte – e caldo africano non ce la posso fare a partorire di più – ah, sì. Mi sto curando da un anno e mezzo per l’ipertiroidismo. Esperienze? Ne siete usciti? Io ormai sono rassegnata).

Ma passiamo al dunque. Questo mese mi dividerò, come al solito, tra la montagna e il mare, prima dell’Inghilterra a settembre.

La montagna: il paesello dei nonni, San Donato di Ninea, Calabria (provincia di Cosenza).


Descrizione: 800 metri sul livello del mare, una manciata di abitanti, una festa del patrono caratterizzata da cantanti sconosciuti e terribili, ottimo cibo e molto alcol. In soldoni.
Io, The King Puppet, mia sorella e mio cognato partiremo da Salerno il 6 agosto alle ore BOH, secondo la nostra consueta precisissima scaletta. Lì troveremo mia cugina (love) che dopo due ore vuole suicidarsi perché tutto è troooooppo calmo e silenzioso. Di fatto, questa cosa del silenzio e dei tempi lunghissimi, che mi faceva impazzire da adolescente (volevo stare coi miei amici, fidanzato/i ecc. e invece i miei mi trascinavano lì per stare un po’ coi nonni) adesso mi fa impazzire in maniera positiva. Mi serve a ricaricare le batterie.

Motivi per cui amo andare a San Donato di Ninea (di cui ho scritto una roba simil-commovente qui)

Si dorme benissimo
Si mangia benissimo
Si vive con lentezza
Ci si gusta la natura, il silenzio
Ci si sveglia con il cinguettio degli uccellini (!!!)
Niente rumori di automobili. Zero. Ed è incredibile. Viviamo in un costante rumore di sottofondo che stanca il cervello e stressa anche quando pensiamo di star riposando. Godere della pace e del silenzio della natura è un privilegio.

Amo così tanto il paese che gli ho dedicato una fanpage su Facebook: eccola qui, se vi va di mettere un like e ammirare le tante bellezze di questo luogo rimasto un po’ indietro nel tempo: Scopriamo San Donato di Ninea.

Cosa metto in valigia?

Il mio pc portatile. Sì, perché – ahimé – pur trattandosi di ferie, dovrò comunque lavorare, tra una cosa e l’altra. Sempre se, nel frattempo, nel paesello è arrivato il wi-fi.

Abiti comodi. Pochi fronzoli: saremo in montagna. Farà comunque abbastanza caldo di giorno ma, di solito, di sera, le temperature calano e quando mi recherò, coi miei prodi, nell’unico bar del paese per bere qualcosa e mangiare il cornetto delle due di notte (c’è questa simpatica consuetudine), avrò bisogno di una giacca. Quindi valigia minimal (pantaloni, qualche abitino, giacca di jeans) e, soprattutto, scarpe basse (un paio di adidas e sandali), viste le salite e discese. Di certo, comunque, porterò il costume e le cose del mare perché visto che staremo qualche giorno, una capatina al mare, per fare un bagno come si deve nelle splendide acque calabresi, è d’obbligo.

Libri. Il kobo verrà con me e mi porterà anche un cartaceo, che dovrò scegliere fra quelli in lettura. Credo che proseguirò la lettura di La famiglia Aubrey di Rebecca West (Fazi) su Kobo e Una ragazza inglese di Beatrice Mariani (Sperling & Kupfer) in cartaceo.

Dopo un breve ritorno a Salerno per fare lavatrici, ecco che si fa una nuova valigia e si riparte per il mare: stavolta la meta è Atrani, in Costiera Amalfitana, dove i genitori di The King Puppet hanno una casa delle vacanze.

Anche qui, clima molto rilassato, certo sono lontanissimi i silenzi e la pace della montagna: in questo periodo Atrani è piena zeppa di turisti, ma per fortuna noi abbiamo la barca e quindi eviteremo le spiagge-carnaio di agosto (fa molto figo dire “abbiamo la barca”, vero?). Di solito la giornata-tipo ad Atrani si svolge così: sveglia intorno alle 10, colazione a casa, caffè da Pansa ad Amalfi, poi in barca fino alle cinque circa, pranzo/cena, riposino, passeggiata ad Amalfi per prendere il gelato in una delle tante deliziose gelaterie, ritorno per drink in piazzetta ad Atrani.

Cosa metto in valigia?

Abiti leggeri e un po’ chic. Niente pantaloni lunghi, si va di corto sempre e comune. La sera le temperature calano un po’, quindi felpa o giacca leggera. Anche qui scarpe basse, ma direi che potrò osare un tacchetto giusto per sentirmi un po’ femminile in mezzo alle valchirie tedesche che popolano la Costiera di questi tempi. Costumi a profusione e cappello di paglia: la Costiera è l’unico posto dove posso usarlo senza sentirmi una deficiente.

Libri. Anche qui il Kobo mi seguirà. Niente cartacei: sarò il 90% del tempo in barca. Il kobo è comodo per leggere la sera, mentre gli altri dormono.

Infine si torna a Salerno intorno al 20 agosto. Prima della partenza per l’Inghilterra (il 4 settembre, starò via 12 giorni), ho un matrimonio a Roma il 2.

Cosa metto in valigia in Inghilterra? Questo argomento merita un post a parte, stavolta farò le cose per bene, liste comprese, come insegna Rock’N’Fiocc, cioè la social media manager e IT blogger di Grazia Giulia Torelli (adoro soprattutto il suo IG e le storie che fa, non ha peli sulla lingua, è talmente diretta da sfiorare l’antipatia, ma mi piace anche per questo. Date un’occhiata, la amerete o la odierete).

Buone vacanze a tutti, ci risentiamo a fine agosto!

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Instagram Travel Photographers da seguire #1

Non so voi, ma se io potessi viaggiare continuamente sarei la donna più felice del mondo. Purtroppo però 1) non ho ricevuto ancora alcuna eredità da una vecchia zia americana 2) il mio è un lavoro che, sì, potrebbe anche essere itinerante ma i cui guadagni al massimo mi consentono di fare una vacanza all’anno (e sono già fortunata a potermelo permettere con le mie sole forze, lo so).

Piagnistei a parte, giungo al punto: viaggiare da casa è diventata una buona decente alternativa. Per farlo, seguo alcuni Instagram Travel Photographers davvero, davvero, davvero incredibili. Quindi, dopo i Literary Instagram preferiti, ecco i miei Travel Instagram del cuore!

Che i nostri viaggi d’esplorazione non abbiano mai fine.
Paul Wühr

chrisburkard

alexstrohl

chelseakauai

mformarica

haylsa

Spero che queste foto siano fonte di ispirazione come lo sono per me. Non temete, ve ne mostrerò altre, nel frattempo, però fatemi sapere quali sono i vostri preferiti e se ne avete altri, suggeritemeli nei commenti!

See Ya
The Queen Puppet

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Il Venerdì di Repubblica e il Rare Roma 2018: polemica in rosa

Dunque, ho letto l’articolo incriminato uscito sul Venerdì di Repubblica sul Rare Roma 2018, che ha scatenato l’indignazione di autrici, lettrici e blogger. Lo ammetto: volevo leggerlo perché avevo qualche pregiudizio. “Va beh, si starà esagerando, come al solito”, pensavo, memore del fatto che almeno due volte al mese un’autrice/lettrice/blogger s’incazza per qualcosa e se la prende con qualcuno. E invece ho dovuto ricredermi: la rabbia è giustificata da un articolo superficiale, spocchioso, sprezzante, sessista. Fallito anche l’intento ironico, quando il sarcasmo non lo sai usare, il risultato non può che essere disastroso: sono la prima a ridere, quando si usa in maniera intelligente l’ironia, anche per prendere in giro cose che amo. Non è questo il caso e, figuratevi, che non sono una gran lettrice di romance (anche se ne ho scritto uno perché, udite udite, raccontare l’amore è bello e mi piace!)

Chi è Paola Zanuttini e perché è controproducente insultarla

Paola Zanuttini, autrice dell’articolo, non è un Signor Nessuno. È una giornalista di Repubblica, autrice per Minimum Fax, si occupa da almeno vent’anni di cultura ed editoria. Insomma, se dobbiamo criticarla, meglio non farlo mettendo in discussione il suo curriculum. Sarebbe anche il caso di non citare, fra i capi d’accusa, una presunta vita sessuale di merda, se non altro per non ricadere negli luoghi comuni usati dalla giornalista per scrivere il suo articolo. Direi di analizzare, piuttosto, i fatti; perché anche una giornalista di lungo corso, una che i libri li conosce e conosce il mercato editoriale e che, udite udite, scopa con piacere e assiduamente, può prendere un’enorme e imbarazzante cantonata.

Che cosa è successo?

È evidente che, quando al Venerdì hanno deciso di scrivere un articolo sul RARE di Roma, le idee fossero essenzialmente due:

Il romance fa schifo, ma vende.

Dobbiamo vendere. Usiamo il romance.

L’occasione è stata il Rare, un evento di successo dedicato al romance, creato, che ha richiamato pubblico e che ha avuto risonanza sui social, grazie a un settore – quello del romance e sottogeneri – vivissimo proprio sui social network, dove autrici, lettrici e blogger hanno formato comunità floride, seguite, in cui si parla, ci si scambia pareri e, spesso, si tirano fuori lunghissimi flame (ebbene sì, ve lo dice una che coi social media ci lavora e vive: serve pure questo).

Detto ciò, è innegabile che i giornali siano aziende e le aziende necessitino di fatturare. I mezzi di comunicazione tradizionali, fra cui le riviste stampate come il Venerdì di Repubblica, non hanno ancora assorbito il contraccolpo causato dall’avanzata dei new media, sono inadeguati a raccontare la velocità con cui le cose accadono, non hanno il potere di condivisione che, invece, hanno i social. E però, in qualche modo, dovranno pur campare. Parliamo, si saranno detti in Redazione, di un argomento che va forte sui social. Buttiamoci a peso morto nel mare della cultura pop che più pop non si può, ma facciamolo mantenendo le distanze, perché il lettore-tipo del Venerdì vuole essere rassicurato: la cultura è per pochi, leggere libri è per pochi, siamo animali in via d’estinzione, i social network sono il male, e così via.

L’articolo sembra scritto proprio con queste intenzioni: un colpo al cerchio e una alla botte, insomma. Attiriamo l’attenzione con una copertina romance (all’acqua di rose, però: romanticismo sì, ma senza la “disdicevole” componente sessuale) ma parliamo male del romance, che è un genere di serie B, così le sciure e i professori di latino in pensione che leggono il Venerdì non si sentiranno oltraggiati (sì, questo è sarcasmo).

Ma andiamo all’articolo, vi sottolineo alcuni dei passaggi più odiosi:

Ingollare oltre duemila pagine di romanzi rosa in cinque giorni per prepararsi con scrupolo al Rare, il primo festival del romance sbarcato in Italia in un sabato d’estate, può alterare la percezione. Visioni, trasfigurazioni, forse allucinazioni. Così la sinuosa fila di lettrici che attendono di sciamare nello Sheraton per riverire una sessantina di scrittrici, per lo più americane, assume la forma di una processione, una di quelle processioni dell’Italia povera e contadina d’antan.

La premessa di Paola Zanuttini è prevenuta, suona come un’excusatio non petita: “Oh, mi c’hanno mandato, è lavoro, io non volevo andare, volevo restare a casa con Proust, ma sono stata costretta, ho perfino dovuto leggere quei ridicoli romanzi rosa che una volta si chiamavano Harmony, ma, figuratevi, che cosa sono oltre duemila pagine in cinque giorni, per una che, come me, conosce a memoria Tolstoj? Che impegno ci vuole per leggere oltre duemila pagine di peni e vagine che s’incontrano?”. Insomma, il vero problema è che questo articolo la fa sembrare un vecchio trombone, non una sagace opinionista.

Ora, probabilmente le duemila pagine lette da Paola Zanuttini facevano veramente schifo al cazzo, il punto è che restiamo col dubbio, perché l’autrice dell’articolo non entra nel merito, non non ci dice quali libri ha letto, manca l’oggetto dell’analisi, come manca qualunque elemento per giudicare l’evento Rare nel suo insieme. Non ci dice se l’organizzazione è stata buona o cattiva, ci parla confusamente di poverette dalla vita banale che nei libri cercano evasione, femmine in processione (non in fila) per ossequiare (non incontrare, proprio genuflettersi come invasate) altre femmine che hanno messo su carta i loro più pruriginosi sogni erotici. (Quanto è sessista tutto ciò? Soprattutto se detto da una donna?).

Notiziona a margine: nei romanzi non si cerca solo conoscenza ma anche e, soprattutto, evasione, in un romance come in un thriller, in uno storico come in un fantasy. E non c’è nulla di male, anzi. Se gli scrittori fossero più coscienti che la loro missione è principalmente “divertire” il lettore e non insegnargli a campare saremmo salvi da un bel po’ di noiosissimi  e pretenziosi romanzi.

Vi cito Primo Levi, tratto dall’Altrui Mestiere, capitolo intitolato “Perché si scrive?”:

1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno.

2) Per divertire o divertirsi. [ INCREDIBILE! ]

3) Per insegnare qualcosa a qualcuno.

4) Per migliorare il mondo.

5) Per far conoscere le proprie idee.

6) Per liberarsi di un’angoscia.

7) Per diventare famosi.

8) Per diventare ricchi.

9) Per abitudine.

Ora, di certo chi scrive/legge romance non ha come fine ultimo quello di insegnare/imparare qualcosa sulle leggi dell’universo o dare una risposta alla alla domanda fondamentale sulla vital’universo e tutto quanto. È una scelta. I libri – udite, udite – sono anche puro intrattenimento, purché ben scritti. Come chi legge thriller – si spera – non ha come scopo quello di imparare a uccidere gente e sfuggire alla giustizia, ma sempre il caro, vecchio “divertissement”.

Paola Zanuttini, però, dà per scontato e senza fornire dati precisi – grave errore per una giornalista – che il genere romance sia spazzatura, che lettrici, autrici e blogger siano delle povere ignoranti represse, il che non è molto credibile anche da un punto di vista dell’analisi giornalistica, e lo dice una che non ha letto moltissimi romance. Devo anche dire che mi sono piaciuti pochissimi romance, la maggior parte erano libri scritti male, punto. Libri brutti. Libri che non meritavano di essere definiti libri, insomma, quello che volete. Il genere non c’entra nulla, perché potrei, parimenti, citare una montagna di fantasy brutti, di thriller orribili, di narrativa contemporanea imbarazzante.

E sapete qual è un’altra cosa che non c’entra assolutamente nulla? L’estrazione sociale di chi scrive/legge/recensisce romance.

Leggiamo un altro brano:

Originaria di Las Vegas, questa robusta signora immune da ogni civetteria [ che c’entra l’aspetto fisico? Sexism Alert ] si era trasferita con il marito militare in una piccola città della Virginia: noia mortale e depressione serpeggiante l’avevano spinta a cercare consolazione nella narrativa rosa shocking. La folgorazione, invece di stecchirla [ tentativo di sarcasmo fallito ] l’ha rinvigorita e le ha fatto lasciare il noioso lavoro nel ramo assicurazioni per diventare la patronessa del secondo più importante festival del romance negli Stati Uniti e uno dei cinque maggiori nel mondo [ Ah beh, hai detto niente ].

Si parla, lo avrete capito, di Amy Jennings, l’organizzatrice del Rare. Una donna che ha avuto un’intuizione felice, si è messa al lavoro e ha creato, dal nulla, un evento di successo, lasciando il lavoro precedente, sicuro ma noioso, e dedicandosi, invece, a qualcosa che ama. In storie femminili di imprenditoria, coraggio e rivalsa come questa il Venerdì di Repubblica (e in generale la carta stampata) di solito ci sguazza fino al vomito. Il problema, in questo caso, è che la donna-imprenditrice si è impegnata in un’attività che, per la giornalista, è ridicola. Quindi non conta il successo dell’evento (“secondo più importante festival del romance negli Stati Uniti e uno dei cinque maggiori nel mondo”), conta solo che la signora non si sia dedicata a salvare vite, aiutare i poveri, scoprire nuovi pianeti, ecc. [Sexism Alert anche qui, con una bella dose di classismo ]

By the Way: è un po’ come quando si prende per il culo Chiara Ferragni perché non sa fare niente e vive di frivolezza. Signore e signori, può non piacervi (io trovo ridicoli la maggior parte dei suoi outfit, per dire), ma la scoperta è che se quella frivolezza e quel “non saper fare” l’hanno resa milionaria, c’è poco da dire: i perdenti siete voi.

Karina, una bella signora bionda, giunonica, che firma autografi col bicchiere in mano…

Qui si parla, invece, di una scrittrice. Anche lei viene descritta come una casalinga alcolizzata della provincia americana negli anni ’50. Paola Zanuttini non ci dice quasi nulla dei suoi libri, del suo modo di scrivere, dei suoi personaggi. Cosa conta? Che sia una bella signora bionda e giunonica, praticamente una nonna Papera che si è messa in testa di scrivere libri. Tzè.

Ma passiamo alla maniera in cui la giornalista affronta il tema dei blog:

Nella decadenza generale della critica letteraria hanno preso piede i blog. E, nel caso del romance, schifato dai recensori ufficiali, hanno potere di vita e di morte. […] Al Rare incontro tre blogger: Vanessa, neurologa di 47 anni, Sara, 40 anni, moglie di un rapper e Karin, 37 anni, tabaccaia.

Anche qui, sessismo e classismo come se piovesse: le tre blogger sono identificate col nome, la professione (per sottolineare che non hanno una laurea in giornalismo, una addirittura viene definita “moglie di”) e l’età (per evidenziare la disperazione di donne adulte che invece di fare altro, si dedicano ad attività risibili).

Esiste sicuramente un problema per quanto riguarda i blog (ho in programma di scrivere un post): molti sono sciatti, gestiti male, con contenuti tutti uguali, capacità di recensire e parlare di libri pari a zero, italiano discutibile e chi più ne ha più ne metta. Il problema, però, è sempre parlare fornendo dati, argomenti, analisi. Paola Zanuttini avrebbe dovuto dare il nome dei rispettivi blog, non “i titoli” delle blogger. Avrebbe potuto parlare, ad esempio, dell’ignoranza di alcuni sedicenti book blogger, che non sanno cosa sia un impianto narrativo. Inoltre, avrebbe dovuto informarsi sul fenomeno dei blog: vale esattamente lo stesso discorso fatto per le laureate in moda che criticano la Ferragni. Esistono blog di ragazzi giovani che spostano le opinioni, sono seguiti e influenzano le vendite: cosa dovrebbero fare le Case Editrici, rifiutare la loro esistenza in quanto professionisti non accertati da un titolo? Per favore.

Questa narrativa conservatrice – però democratica, non repubblicana, mi garantiscono le americane – mantiene tutti i cliché del rosa, ma scarta nel postmoderno con l’avvento del sesso esplicito e con l’aggiornamento del linguaggio: dialoghi che sembrano rubati da WhatsApp e ironica forzata, un po’ scemetta.

Anche se detto in maniera pedante, i problemi che ho riscontrato io in parecchi romance sono proprio questi: 1) narrativa essenzialmente conservatrice, 2) dialoghi che non contengono alcun filtro letterario ma sono spesso copiati pari pari dal linguaggio da chat (serie di puntini esclamativi e abbreviazioni comprese) e 3) ironia forzata, la cosa che forse detesto di più (quando i personaggi fanno battute che dovrebbero essere brillanti ma fanno ridere solo loro e l’autore del libro). Detto ciò, sono problemi, questi, che si trovano in parecchi romanzi: si tratta dei famosi “brutti libri”, un genere trasversale.

Mi sono dilungata anche troppo, voglio solo concludere sul perché penso che la verità stia nel mezzo:

Paola Zanuttini ha scritto un articolo brutto, impreciso, superficiale, rozzo, sessista e classista, usando un linguaggio da “barone” e “un’ironia forzata e scemetta”, esattamente come i romanzi che critica. Lo ha fatto, forse, di proposito, solo per scatenare il flame? Ci è riuscita. Ha portato a casa condivisioni e citazioni, anche se non ha fatto il suo dovere di giornalista.

Dal canto loro, gli autori romance, i lettori, perfino i blogger hanno la responsabilità di migliorare il settore di cui fanno parte. Alcune delle critiche fatte costantemente al romance (ma qualche tempo fa, il “capro espiatorio” letterario era il fantasy, il mio genere, quindi posso capire!) non sono campate in aria. In giro ci sono un sacco di sedicenti autori, un sacco di libri brutti, un sacco di blog sciatti: tutto questo non fa altro che screditare un settore (ad es. il self publoshing) e un genere, in questo caso il romance, che dovrebbe essere considerato al pari degli altri. Dunque, è giusto arrabbiarsi per un articolo così stupido, ma è anche necessario rimboccarsi le maniche e provare a distinguere, nel marasma di roba chiamata “romance”, ciò che ha dignità di libro e ciò che non la ha. Forse, col tempo, si riusciranno a sconfiggere anche i pregiudizi.

Volete sapere quali romance ho letto e ho apprezzato e quali invece ho proprio detestato? Fatemelo sapere nei commenti, potrebbe diventare l’argomento del mio prossimo post!

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Literary Instagram che amo #1

Non so voi, ma Instagram è il social che, in assoluto, preferisco: scegli il trend dei post da seguire, non ti ritrovi la bacheca piena zeppa di foto o pensieri che non ti interessano. Facebook ormai ha fatto il suo tempo, io lo uso per lavoro ma, anche coi miei clienti, sto tendendo a spostare il discorso su Instagram o altri social meno caotici (per usare un eufemismo).

Detto ciò, su Instagram seguo principalmente profili che parlano di libri e viaggi, occasionalmente di moda e cucina. Mi trovate come The Queen Puppet (seguitemi se volete e palesatevi, così posso ricambiare!): anche sul mio profilo, come vedrete, il tema principale sono i libri e, quando posso, i viaggi. Nelle stories invece vi parlo spesso di me, vi mostro i miei outfit, quello che mangio, di lavoro, insomma della vita di tutti i giorni.

Ma passiamo al motivo per il quale avete cliccato su questo articolo: i literary instagram che amo e adoro e che mi ispirano. Sono tutti feed stupendi, ho scelto quelli che amo particolarmente e mi sono limitata a dieci (ma seguiranno altre puntate, non temete).

gatsby_books

Le foto di Gatsby Books sono vere e proprie opere d’arte, per quanto mi riguarda: ogni immagine è studiata nei minimi dettagli, dai colori, agli elementi che richiamano il libro in questione, fino a inglobare, con una manipolazione mai esagerata, ma sempre elegante e intelligente, il libro nell’insieme di elementi. Sono foto da osservare con attenzione e dietro le quali c’è grande lavoro e professionalità. Sono anche estremamente originali. Insomma: amo questo feed.

addymanbooks

Profilo dai colori vividi e caldi e la texture corposa, molta importanza viene data all’accostamento di colori e alla composizione, che è la carta vincente di questo feed. Interessanti anche i titoli fotografati, ovviamente! Adoro le foto “vintage”.

foldedpagesdistillery

Foto piene zeppe di dettagli, alcuni davvero minuscoli, composizione e inquadrature sempre diverse, ma dominano marrone, verde e bianco per un feed dall’aria naturale e accogliente, che ricorda una scrivania ingombra di fogli e pensieri. Semplicemente adorabile.

graywolfpress

Cambiamo completamente genere e andiamo verso uno più minimal che sfrutta sfondi, texture e colori: è questo il punto di forza di questo feed che, nella sua semplicità (ma vi assicuro che è complicatissimo trovare gli sfondi e i colori giusti) dà assuefazione.

fictionnotfriends

Feed che amo moltissimo per la sua atmosfera dark: poche macchie di colore, per lo più desaturate, spiccano fra le ombre, come le pagine, in primo piano, di libri o taccuini. Questo tipo di fotografia è abbastanza semplice da realizzate, tutto è concentrato nella scelta dell’inquadratura, adoro le linee oblique che danno movimento alle foto.

bookbento

Le bento box sono le coloratissime scatole giapponesi che contengono il pranzo da asporto. In questo caso a essere serviti sono libri abbinati per lo più a pietanze, rigorosamente dello stesso colore. Ovviamente lo sfondo è in tinta. Non so, ma per me queste foto sono una droga!

mylittlebooktique

Feed “cozy”, che ricorda casa, divano, morbidi cuscini, lunghe giornate di relax trascorse a sorseggiare caffè e leggere libri come se non ci fosse un domani. Colori predominanti: panna e beige. Vi verrà voglia di caffellatte, io vi ho avvisati!

bookshelfporn

Lo dice già il nome: Bookshelf porn, per i maniaci di biblioteche, librerie, libri impilati in ordine e non. Qui potete tranne ispirazione per riordinare i vostri scaffali o semplicemente godere della vista di queste enormi e meravigliose librerie, magari sognandone una simile per il futuro!

bookotter

Liza, 25 anni, content creator: anche qui la tinta predominante è il caffellatte, sfondo pulitissimo e bianco, uso sobrio e minimal della fotomanipolazione, sempre ben inserita nel contesto. La trovo molto brava, il suo feed è sempre fonte d’ispirazione.

silkreads

Un feed di un’eleganza pazzesca: adoro il bianco con pochissimi tocchi di colore, adoro le composizioni, le inquadrature.

Spero che questo viaggio nei Literary Instagram che seguo vi sia piaciuto, ve ne mostrerò anche altri, nel frattempo vi piacerebbe sapere quali Travel Instagrams seguo? Il post arriverà a breve! Iscrivetevi alla Newsletter per non perdervi neanche un post.

See ya!
The Queen Puppet

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Recensione di Quattro madri di Shifra Horn (Fazi)

La storia inizia con la nascita di un bambino, un bambino sano, la cui madre si chiama Amal ed è israeliana. Questo gioioso evento, secondo la madre, la nonna e la bisnonna di Amal, spezza l’antica maledizione che ha colpito le donne della sua famiglia. Di quale maledizione si tratta? Con un linguaggio poetico e immediato, perfino crudo, Shifra Horn in Quattro madri, edito Fazi, racconta una storia tutta al femminile, intrisa di realismo magico, ma anche di psicologia, che è un modo meraviglioso per viaggiare nelle profondità dell’animo femminile, in una società fortemente maschilista ma che non può impedire la nascita di donne meravigliosamente forti e, forse proprio per questo, sole. Ecco la mia recensione!

Titolo: Quattro madri
Autore: Shifra Horn
Editore: Fazi
Serie: Autoconclusivo
Genere: narrativa contemporanea
Data di pubblicazione: 21 giugno 2018
Pagine: 369
Prezzo: 14,87 € | 9,99 €
Link d’acquisto: cartaceo | ebook

La storia di quattro generazioni di donne, a Gerusalemme, raccontata dal punto di vista dell’ultima donna ad aver partorito un figlio, in famiglia: Amal, che ha appena ricevuto in eredità dalla sua bisnonna una serie di foto scattate da un certo Edward, il suo grande amore. Le foto sono una traccia, per Amal, che la guida in un viaggio di scoperta alla ricerca di suo padre, delle radici della sua famiglia, attraverso la vita, i dolori, le perdite e la storia delle sue donne. Shifra Horn ci porta in un mondo fatto di simboli antichi, sangue e carne, un mondo estremamente tangibile, che profuma di spezie ma anche di sudore, illuminato dal sole cocente e spazzato da venti impietosi. Il mondo di quattro donne, le loro radici, gli affetti, le sconfitte, la forza, le lacrime.

E chi sono queste donne?

Mazal l’orfana, il cui matrimonio colpito dal destino dà inizio alla maledizione che vede ogni donna della famiglia partorire una femmina dovendola poi crescere da sola in seguito all’abbandono da parte del padre; sua figlia Sarah, i cui splendidi capelli biondi sono assieme segno di potere e solitudine; la figlia di Sarah, Pnina-Mazal, la cui straordinaria capacità di percepire i pensieri altrui le porterà gioie e dolori; e, infine, la figlia di Pnina-Mazal, Gheula, madre di Amal, la cui intelligenza è assieme un dono e una maledizione.

La storia di Mazal è solo un’introduzione per condurre il lettore nel cuore di questa famiglia di donne destinate a restare sole: la maggior parte del romanzo, infatti, è dedicato a Sarah dai lunghi capelli color oro, la donna più bella di Gerusalemme, desiderata da tutti e anche per questo sfruttata e spesso torturata dalla gente. Sara, dopo aver sposato Avraham (Abramo) e aver partorito Yitzhak (Isacco), bambino affetto da un grave ritardo mentale, accetta di seguire il marito all’estero, dove questi dovrà prendersi cura del padre malato. In America, lontana dai suoi affetti e preda di una suocera cattiva e invadente, che riesce a separare marito e moglie, Sarah è infelice. Così, dopo aver partorito una bambina che chiama Pnina (come la suocera) ma segretamente Mazal (come sua madre), Sarah prende i suoi figli e fa ritorno a Gerusalemme, senza suo marito. Ed è a questo punto che la storia inizia davvero. Sulla nave che la riporta a casa, Sara incontra il fotografo americano Edward: nasce un amore che li accompagnerà per tutta la vita, tra alterne vicende, e che documenterà tutte le fasi della storia di questa famiglia.

Gli uomini sono quasi del tutto assenti dalla storia, la scelta di Shifra Horn è voluta: le conseguenze delle loro azioni e il riflesso della loro presenza si sente, forte e chiaro, ma l’autrice sceglie di farli svanire dalla scena, esattamente come questi uomini hanno fatto con le loro donne.

Gerusalemme, coi suoi profumi, le voci nelle strade, la polvere e le tradizioni, è uno sfondo affascinante e ricco di luci e ombre, perfetto per raccontare una storia di un crudo pragmatismo e seducente realismo magico alla Garcia Marquez, in cui l’amore, ma soprattutto l’eros, è il vero motore. L’autrice dà moltissima importanza al corpo delle donne, all’erotismo, al fuoco della passione. Le donne sono, sembra dire Shifra Horn, condannate a provare di più degli uomini, sono soggiogate da leggi che impediscono loro di soddisfare desideri naturali, sono prigioniere di routine maschiliste, ma quando si liberano, quando si concedono di sentire liberamente, le catene si spezzano, i muri crollano. Le donne di questa storia amano, piangono, vivono per i loro figli e per gli spazi vuoti lasciati dai loro uomini, ma sanno trovare in quei vuoti il posto che spetta loro e, quando finalmente lo occupano, diventano invincibili e fanno paura.

Lo stile è scorrevole, immediato, fa uso di periodi lunghi, ricchi di metafore, simbolici, pieni di riferimenti alla tradizione, ma mai oscuri: Shifra Horn descrive sentimenti umani, reali e lo fa senza mezze misure, usando parole dirette. Anche l’erotismo è immediato, naturale, primordiale, direi: l’autrice non si concede inutili parafrasi, va dritta al dunque e riesce a essere poetica e allo stesso tempo spietata. La maggior parte della storia è raccontata, quindi i dialoghi sono davvero pochi, ma non è appesantita da un linguaggio tronfio e autoreferenziale, anzi.

Della storia mi è piaciuta la struttura, adoro le saghe familiari e l’idea di questo viaggio “fotografico” in quattro generazioni di donne l’ho trovata perfetta, molto bello anche lo stile. Ho adorato la storia di Mazal, Pnina-Mazal e di Gheula, i personaggi che mi hanno interessato meno sono, paradossalmente, quelli principali: Amal, che racconta la storia, e Sarah, a cui è dedicata la maggior parte del libro. Di Amal sono riuscita a percepire davvero poco, mentre su Sarah mi sarei soffermata molto meno.

Il libro è consigliato a chi ama le storie di donne forte e consapevoli, a chi adora i libri di Garcia Marquez, perché vi troverà echi e omaggi, a chi vuole respirare un’atmosfera esotica, calda, polverosa, speziata, venata d’erotismo e passione ancestrale.

È nata nel 1951 a Tel Aviv e vive a Gerusalemme. Dopo aver concluso la Hebrew University laureandosi in studi biblici e archeologia, ha proseguito la formazione approfondendo anche l’ambito della comunicazione di massa e ottenendo un diploma per l’insegnamento. Negli anni universitari è stata funzionario didattico per l’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei, coordinando la campagna per salvare gli ebrei etiopi e farli tornare in Israele. Ha trascorso cinque anni in Giappone come corrispondente dall’Estremo Oriente per il quotidiano «Maariv». Autrice pluripremiata di fama internazionale, con Fazi Editore ha pubblicato Quattro madri (2000), La più bella tra le donne (2001), Tamara cammina sull’acqua (2004), Inno alla gioia (2005), Gatti (2007) e Scorpion dance (2016).


 


			
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