Review party: Il marciume, Siri Pettersen – Raven Rings 2

L’anno scorso, mentre leggevo La figlia di Odino era agosto e mi trovavo immersa nella fredda estate inglese, un clima perfetto per una lettura di questo tipo. Oggi, invece, con più di trenta gradi, mi trovo immersa in un bagno di sudore, davanti al mio caro Mac per scrivere la recensione del secondo libro della serie Raven Rings di Siri Pettersen, edita Multiplayer Edizioni: Il Marciume e, capitemi, è tutta un’altra cosa. Ma non lamentiamoci: se già state soffocando per il caldo, diversi brividi può darveli la lettura che vi propongo oggi!

Titolo: Il Marciume
Autore: Siri Pettersen
Serie: Raven Rings #2
Preceduto da: La figlia di Odino (recensione)
Editore: Multiplayer Edizioni
Genere: Fantasy
Data di pubblicazione: 17/05/2018
Pagine: 492
Prezzo: 21.00 €
Link acquisto: Cartaceo

Trama: Hirka è prigioniera di un mondo morente, divisa tra cacciatori di teste, nati dalle carogne e la nostalgia di Rime: per rivederlo sacrificherebbe ogni cosa. Nel nostro mondo a lei sconosciuto, è un bersaglio facile e la lotta per la sopravvivenza non è nulla rispetto a ciò che accadrà quando prenderà coscienza della propria identità. La fonte del marciume ha bramato la libertà per mille anni. Una libertà che soltanto Hirka può dare.

Siri Pettersen conferma il suo talento di storyteller, intessendo una storia che mescola fantasy e realtà, tradizione e modernità, passato e presente: popolano le pagine di questo secondo volume inquietanti leggende, folklore, amore, passione, sensualità, ghiaccio, pioggia, solitudine, sangue. Il sangue, poi, scorre letteralmente a fiumi: tanti i debiti da pagare e le vendette da realizzare. L’arrivo di due nuovi, maestosi, personaggi e l’ambientazione leggermente diversa regala a questo secondo volume un sapore nuovo e avvincente.

I punti di vista: Hirka e Rime, divisi

Purtroppo sì, alla fine del primo volume Hirka, sacrificandosi per il bene di tutti, ha dovuto dire addio al suo bellissimo e coraggiosissimo Rime, col quale c’era appena stato un passionale bacio. I due ragazzi accettano il destino: Hirka, attraversando i cerchi dei corvi, svanisce, lasciando il nostro bel guerriero tutto solo. Ripartiamo proprio da questa separazione, perché se nel primo volume i POV erano tre (Hirka, Rime e Urd che ci ha lasciato proprio alla fine del libro), in questo secondo volume i due punti di vista principali, Hirka e Rime, fanno parte di due ambientazioni diverse: Hirka, infatti, attraversando i cerchi dei corvi si è ritrovata in un mondo popolato da figli di Odino come lei (cioè senza coda… cioè… NOI!), più precisamente Hirka si trova in Europa, vive in una chiesa. Rime, invece, è ancora a Ymslanda, è il più giovane portatore del corvo che il Consiglio abbia mai avuto, ma proprio per la sua natura ribelle e rivoluzionaria non è ben visto dalla maggior parte dei membri – conservatori – del Consiglio. Inoltre, la morte di Urd ha lasciato ombre inquietanti.

Tutto il romanzo è narrato con un alternarsi di capitoli in cui il pov è ora di Hirka e ora di Rime, questo ci permette di passare dal nostro mondo a quello di Rime continuamente e di allargare moltissimo i confini della storia. Hirka si trova bloccata nel nostro mondo che, però, non è esattamente come lo conosciamo noi: antiche leggende, inquietanti creature e millenarie maledizioni tengono uniti figli di Odino, nati dalle carogne e Ymslandesi e Hirka si ritroverà al centro di tutto questo, scoprirà qualcosa in più delle sue origini, farà la conoscenza di alcuni personaggi memorabili: Stefan, cacciatore di reietti, Allegra, una donna infelice e sola e poi Naiell e Graal, di cui non posso dirvi di più, ma sappiate che entrambi cattureranno tutta la vostra attenzione.

So che la domanda di tutti quanti i fan della ship Hirka/Rime si fanno è: “riusciranno i nostri eroi a coronare il loro sogno d’amore in questo volume?”, per conoscere la risposta dovrete leggere Il marciume, tenendo conto, comunque, che Siri Pettersen ama i twist plot e la suspense!

Il marciume, la superstizione, il nostro pianeta

Cos’è il marciume? La parola non lascia adito a fraintendimenti: il marciume è putrefazione, puzza di morte, decomposizione. É così che Hirka vede il nostro mondo, spostandosi di città in città: cumuli di immondizia, degrado, la vita frenetica di enormi agglomerati urbani, dove più persone ci sono, meno rapporti umani esistono. A Hirka il nostro mondo appare morente, ferito: e sembra così anche a noi, quando guardiamo con gli occhi di una ragazzina sedicenne che viene da un mondo dove conta ancora il sorgere e il calare del sole, il volo degli uccelli, l’accendersi delle stelle di notte. Il nostro caotico mondo è pericoloso, pieno di insidie ma anche di enormi possibilità, come Hirka scoprirà strada facendo.

L’evoluzione di Hirka, anche in questo volume, è straordinaria: ormai siamo di fronte a una donna, quasi, che sa esattamente cosa vuole e come fare per ottenerlo. Dimenticate, allora, la fragile ragazzina arrabbiata del primo volume: alla fine de La figlia di Odino, Hirka appariva già cambiata, era riuscita ad ammettere, soprattutto con se stessa, di essere innamorata di Rime, si era sacrificata per un bene superiore. In questo secondo volume la posta in gioco sale ulteriormente e le scelte di Hirka saranno ancora più difficili.

Ancora una volta una trama fatta di astuzie e coraggio, oltre che di una sottile, quasi impalpabile, eppure sostanziale, passione: passione intesa come sensualità pura, come amore, come attaccamento alla vita. É una storia di grandi e potenti sentimenti, mette al centro, ancora una volta, il desiderio di potere, di vita eterna e poi la vendetta, il rimorso, i rimpianti. Tutti i sentimenti che hanno reso l’Umanità quella che è ora, tutto ciò che bisogna trovare in una storia epica.

Un mondo stratificato descritto con potenza

Lo stile è sempre quello che abbiamo imparato ad amare: frasi brevi, concise, ma potenti, metafore sempre calzanti, mai abusate, che riescono a descrivere, visivamente, persone, cose, azioni, sentimenti. Anche in questo caso, l’influenza delle leggende nordiche con tutto il loro incredibile simbolismo, così profondo, crudele, diretto, si fa sentire: ed ecco allora che la storia si popola di carcasse di corvi, ballerine nude dal corpo dipinto, sanguinolente stregonerie, mescolate con leggende europee d’origine cristiana e vampiri. Il potere di questa storia è esattamente questo: Siri Pettersen è riuscita a collegare elementi lontanissimi tra loro, dando vita a un universo coerente, cangiante, la cui prospettiva cambia in continuazione e le cui regole iniziano, finalmente, a svelarsi.

Il finale lascia il lettore sul più bello, e va bene così: io non posso che sperare che il terzo e conclusivo volume, arrivi prestissimo!

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Tappa VIII – Blog Tour Il Marciume (Raven Rings #2): ambientazione e leggende

Benvenuti all’ottava tappa del Blog Tour dedicato all’uscita del secondo e attesissimo volume della serie Raven Rings di Siri Pettersen che Multiplayer Edizioni ha avuto il merito di portare qui in Italia: il nostro paese ha accolto calorosamente l’autrice e i suoi personaggi, che si sono guadagnati subito un fandom accanito e affezionato.

Per quanto mi riguarda, uno dei maggiori pregi della serie è la maniera con cui l’autrice è riuscita a usare e reinterpretare le tradizioni e le leggende nordiche, dando loro nuova linfa vitale e nuovi significati. Ecco perché ho deciso, in questa tappa, di parlarvi del fantastico simbolismo, legato ad ambientazioni e personaggi, che Siri Pettersen sviluppa nella sua opera. Andiamo subito alla scoperta delle leggende nascoste in questa storia stupenda, ma prima ecco le info tecniche sul libro!

Titolo: Il Marciume
Autore: Siri Pettersen
Serie: Raven Rings #2
Preceduto da: La figlia di Odino (recensione)
Editore: Multiplayer Edizioni
Genere: Fantasy
Data di pubblicazione: 17/05/2018
Pagine: 492
Prezzo: 21.00 €
Link acquisto: Cartaceo

Trama: Hirka è prigioniera di un mondo morente, divisa tra cacciatori di teste, nati dalle carogne e la nostalgia di Rime: per rivederlo sacrificherebbe ogni cosa. Nel nostro mondo a lei sconosciuto, è un bersaglio facile e la lotta per la sopravvivenza non è nulla rispetto a ciò che accadrà quando prenderà coscienza della propria identità. La fonte del marciume ha bramato la libertà per mille anni. Una libertà che soltanto Hirka può dare.

Ambientazione

L’autrice ha ambientato la sua storia in una gelida terra del nord dal nome mitico (Ymslanda), nella quale, ci tiene a specificare, non troverete draghi, spade magiche o altro. Una sorta di magia c’è, ma è una magia misteriosa, legata alla natura, alle leggende, alla superstizione. In questo secondo volume, inoltre, Siri Pettersen ambienta una parte della storia nel nostro mondo, nella nostra Europa, terra moderna ma ricca di antiche leggende.

Ymslanda è un mondo organizzato come nelle antiche terre vichinghe, disseminato di villaggi e agglomerati cittadini più grandi, in cui religione e politica spesso coincidono: il potere è concentrato nelle mani di un Consiglio ristretto che utilizza le leggende e la paura del diverso e dell’ignoto per governare e mantenere l’egemonia. Sangue, sacrifici, rituali sono la base di questo potere.

L’Europa, invece, è quella che conosciamo ma… con qualche segreto e leggenda in più! La bellissima mappa all’inizio del secondo volume ce la mostra per la terra dove sono nati miti e leggende.

Il collegamento tra i due mondi, Ymslanda ed Europa, avviene tramite dei portali, i Raven Rings che danno il titolo alla serie e richiamano una delle creature più significative della mitologia norrena: il corvo.

Le leggende

Dalle fonti, sappiamo che i Vichinghi tenevano in gran conto il coraggio, dunque l’arte della battaglia, che garantiva ai migliori guerrieri l’accesso al Valhalla, dove avrebbero banchettato al cospetto di Odino stesso, l’astuzia (una delle divinità più importanti del pantheon norreno è Loki, dio dell’astuzia) e il Fato, che governa tutte le azioni umane. Su questi tre elementi si fonda questa bellissima saga: coraggio, astuzia, fato.

Ma da quali leggende si è lasciata ispirare Siri Pettersen?

Il corvo

Nella mitologia norrena il corvo è il simbolo di Odino: il padre degli dei, infatti, viene raffigurato in compagnia di due corvi che rappresentano il Pensiero e la Memoria, due qualità fondamentali in una cultura, come quella vichinga, che non conosceva ancora la parola scritta. Tutto doveva essere pensato e ricordato, ecco perché i riti erano così importanti: conservavano la cultura intera di un popolo. Ed ecco perché il Rito cui è sottoposta Hirka nel primo volume (un rito di passaggio in cui deve dimostrare di possedere il Dono, una sorta di potere che la unisce alla Natura) svolge un ruolo così essenziale. Secondo la leggenda, i corvi di Odino ogni sera tornavano dal loro padrone, si appollaiavano sulla sua spalla per raccontargli tutto ciò che avevano visto: la loro figura, infatti, è collegata anche alla saggezza e alla conoscenza. Inoltre il corvo, nella mitologia norrena, è associato a saggezza, preveggenza e lungimiranza ed è simbolo di morte e distruzione, visto si nutre anche di cadaveri di animali e di uomini. Ora guarderete ai corvi che popolano le pagine di questa saga con un rispetto ancora maggiore, vero?

Odino

Hirka viene definita “figlia di Odino” perché non ha la coda, è diversa dal resto degli abitanti di Ymsland (praticamente è umana!) e viene accusata di aver lasciato passare gli Orbi a Ymslanda, attraverso i Cerchi di Pietre detti Raven Rings. Perché, dunque, “figlia di Odino”? Odino, il padre degli dei, è il dio più antico del pantheon norreno. Una delle sue caratteristiche è il perenne viaggiare alla ricerca della conoscenza: vi ricorda qualcuno? A me Hirka e il viaggio che deve intraprendere per scoprire la verità su se stessa e sul suo mondo. Odino, infatti, era rappresentato anche con le sembianze di un ramingo, l’unico a conoscere il segreto dei Nove Mondi in cui la mitologia norrena divide il mondo conosciuto. E anche Hirka, come Odino, è destinata a muoversi tra mondi diversi. Addirittura, anche prima che la sua avventura ufficialmente abbia inizio, Hirka vive viaggiando per tutta Ymslanda assieme al suo padre adottivo, un guaritore. Il viaggio, insomma, è nel suo sangue!

I capelli rossi

Hirka ha capelli rosso fuoco, una caratteristica che ha sempre richiamato un carattere fiero e sprezzante delle regole, come in effetti è anche la nostra eroina. In passato le persone dai capelli rossi venivano anche guardate con sospetto e, a volte, con paura, proprio per la loro diversità.

Raven Rings

I famosi Raven Rings della serie non sono altro che cerchi megalitici, cioè cerchi di pietre gigantesche che, personalmente, mi hanno ricordato molto Stonehenge. Costruzioni di questo tipo erano tipiche dell’area nordica (ma non solo, se ne trovano anche in Sardegna) di epoca neolitica. Alcuni pensano che Stonehenge rappresenti una sorta di “osservatorio astronomico”, anche se le leggende parlano di antichi portali per altri mondi e oscuri sacrifici (ops!). I Raven Rings di Siri Pettersen hanno sicuramente una funzione magica e misteriosa, come scoprirete leggendo.

Il marciume

Il marciume che dà il titolo al secondo volume è la più grande paura di Hirka e degli abitanti di Ymslanda: nella mitologia nordica, allo stesso modo, coloro che morivano per malattia (quindi non combattendo) o che in vita si erano comportati da codardi o male erano condannati alla Terra delle Nebbie, l’ultimo dei Nove Mondi, dove subivano punizioni feroci e dove i corpi erano sottoposti a una continua ed eterna putrefazione: che Siri Pettersen si sia ispirata a questa leggenda per definire il suo “marciume”? In effetti una delle grandi paure dei popoli antichi era proprio l’estrema volatilità della natura umana: ecco perché spesso i morti venivano bruciati, proprio per evitare l’orribile putrefazione della morte.

E con questo credo di aver approfondito alcuni degli aspetti più interessanti della serie, spero anche di avervi incuriosito e spinto a leggere questa serie! Non perdete le altre bellissime tappe!

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Ripley Bogle, Robert McLiam Wilson (Fazi)

Un incrocio fra Fante, Bukowski e Dickens, ecco come definirei la scrittura di Robert McLiam Wilson, scrittore irlandese, diventato famoso a livello internazionale con Eureka Street, romanzo in cui raccontava, con humour impietoso, il conflitto cruento tra protestanti e cattolici in Irlanda. In Ripley Bogle, pubblicato da Fazi a maggio 2018, torna la capacità dell’autore di descrivere con sguardo caustico ma mai rassegnato, pungente ma non melodrammatico, la dura vita della strada: in questo caso il protagonista è Ripley Bogle, ventiduenne dalla straordinaria intelligenza ma condannato a una vita randagia, un po’ per destino, un po’ per scelta.

Titolo: Ripley Bogle
Autore: Robert McLiam Wilson
Serie: Stand alone
Genere: Drammatico
Data di pubblicazione: 10 maggio 2018
Pagine: 384
Prezzo: 9.99 € ebook
Link acquisto: cartaceo | ebook

La vita di un senzatetto non è di certo un argomento così affascinante, se la si vuole raccontare davvero: dimenticate l’idea di romantiche dormite sotto le stelle, l’abbandono dei beni materiali per beni più preziosi e intimi, l’idea di essere liberi dalle catene che la società impone… No. La vita di Ripley Bogle non è nulla di tutto ciò: figlio di una prostituta irlandese e un ubriacone gallese, Ripley è stato destinato fin da piccolo a una vita fatta di violenze, fame, risse, nel ghetto di Belfast in cui è nato e cresciuto.

É Ripley che ci racconta la sua vita e lo fa con voce forte, pungente, sarcastica, brutale, che non lascia spazio all’immaginazione, non fa sconti, né a se stesso né agli altri: è ancora pieno di energie, Ripley, nonostante la vita lo abbia già messo a dura prova più di una volta. La sua esperienza è quella di un ventiduenne dall’intelligenza straordinaria, che vede e sente più degli altri, sensibile, malinconico ma ben piantato nella realtà.

Ripley è un personaggio davvero pieno di sorprese, mai uguale a se stesso: la sua estrema intelligenza e l’ironia e la sensibilità con cui descrive il mondo ce lo fanno subito sentire vicino: Ripley ci racconta la sua vita che inizia negli anni ’70, per le strade luride di Belfast, fra la violenza, le risse e il menefreghismo della sua famiglia, da lì Ripley inizierà la sua esperienza di sensatetto.

Ripley alterna, nel suo racconto, poesia e brutalità, romanticismo e sarcasmo, in un complesso “flusso di coscienza”. Ripley è talmente folle e straordinaria da riuscire, nonostante tutto, a vincere una borsa di studio per frequentare il Trinity College di Cambridge, dove la sua vita cambia del tutto: qui conosce un’esistenza completamente diversa da quella della strada, una vita che però, non gli appartiene. Firmato dall’autore quando aveva solo 23 anni, Ripley Bogle parla di amore, senso di libertà, voglia di normalità e desiderio, allo stesso tempo, di straordinarietà, di personaggi anticonformisti, reali, eroi di bassifondi e di una Londra sporca e, allo stesso tempo, lirica nella sua decadenza.

Ho ammirato moltissimo la scrittura di Robert McLiam Wilson, autore di talento, in grado di dare immagini molto vivide e immediate al lettore, la storia, devo essere sincera, mi ha attratto meno: se non fosse stata supportata da una scrittura superlativa avrei abbandonato. La vita di Ripley è interessante solo se raccontata dalla sua voce, ho trovato diversi passeggi lenti per i miei gusti, anche il finale pieno di colpi di scena ha un che di “esagerato” per i miei gusti. In ogni caso, se siete in cerca di forti emozioni, a livello descrittivo, dovreste leggerlo.

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I fiori non hanno paura del temporale, Bianca Cataldi (HarperCollins)

Vi ricordate gli anni ’90? I Nirvana, i diari segreti, gli appuntamenti telefonici, i walkman? Vi ricordate di quando non vivevamo perennemente connessi e i rapporti umani erano forti e spaventosamente fragili allo stesso tempo? Potevi incontrare una persona e, senza avere il suo numero o il suo indirizzo, perderla per sempre… Forse per questo quei rapporti assumevano tutt’altro significato, erano lenti, pochi e profondi, vicini. Ecco, il fulcro del bellissimo romanzo di Bianca Cataldi, I fiori non hanno paura del temporale, edito HarperCollins Italia è, a mio parere, proprio questo: un inno alla fragilità, che può essere un valore aggiunto, per assurdo simbolo di eternità, proprio come quei fiori, all’apparenza così fragili, che resistono ai temporali, tornando a rialzare la testa dopo la pioggia.

Titolo: I fiori non hanno paura del temporale
Autore: Bianca Rita Cataldi
Serie: Stand alone
Genere: Drammatico
Data di pubblicazione: 22 febbraio 2018
Pagine: 277
Prezzo: 14.45 € | 6.99 €
Link acquisto: cartaceo | ebook

Bologna, 1997: Corinna ha i capelli rosso fuoco, ha 16 anni e un padre che è scappato prima di conoscerla. Serena ha sette anni, non le somiglia per niente (o almeno è ciò che pensa), ma guarda a sua sorella maggiore con il tipico interesse delle sorelle minori, come a una proiezione di se stessa nel futuro, di ciò che farà quando avrà anche lei sedici anni, scoprendo, tramite la sorella, l’amore, la musica e anche il dolore. Corinna e Serena si ritrovano a condividere i segreti contenuti in una scatola di scarpe, segreti che riguardano il padre di Corinna, la storia con sua madre, il passato di Corinna stessa e, forse, il suo futuro. Inizia, allora, una specie di caccia al tesoro per interpretare tutti i simboli contenuti nella scatola: un taccuino, un biglietto del cinema, delle forbici da barbiere… una caccia al tesoro che ha senso solo calata nello spirito dei tempi, in un mondo senza cellulari, internet, computer, dove la ricerca avviene non seduti davanti a un pc, tramite un motore di ricerca, ma è fatta di appuntamenti, persone, domande, facce, racconti.

La ricerca di Corinna e della piccola Serena, detta Poochie, che le fa da aiutante è solo uno degli elementi di una trama semplice e ricca allo stesso tempo: spostandosi agilmente sull’asse del tempo con la leggerezza di un’acrobata, Bianca Cataldi visita il passato, mostra il presente e descrive scampoli di futuro, mescolando le carte, creando un puzzle spazio-temporale che tiene sempre desta l’attenzione del lettore. Un attimo prima Serena ha sette anni e sta andando con la nonna a visitare la cappella di famiglia nella quale sono seppellite le sagge zie alle quali le donne della sua famiglia si rivolgono quando hanno qualche problema, un attimo dopo Serena è adulta e sta scrivendo una storia, questa storia, poi saltiamo negli anni ’80, quando i genitori di Corinna si sono incontrati, poi ancora prima, a quando i nonni di Corinna e Serena si sono innamorati… Il tempo è una variabile romantica, è scandito da profumi, rumori, voci, incontri, particolari all’apparenza infinitesimali (un abito con dei limoni, una macchina da scrivere, il ronzio di un’ape, la ricetta di un dolce scritta a mano, il gorgoglio del tè, ecc.) e proprio per questo permane in tutta la sua forza. Sono i particolari a conservare i ricordi.

Lo stile di Bianca è poetico, ricco di metafore e utilizza un lessico ricercato ma, allo stesso tempo, in grado di toccare le corde più intime del lettore: non c’è un uso prolisso e autoreferenziale della lingua, anzi. Che Bianca sappia raccontare e usare la lingua italiana si vede, forte e chiaro, ma il tutto avviene con estrema naturalezza e la lettura scorre via veloce, senza intoppi, avvolge e coccola il lettore, lo fa sentire importante, come se ogni frase fosse stata dosata, pesata, scolpita e messa lì con sapienza e coscienza (ed è proprio ciò che è avvenuto).

La caratterizzazione dei personaggi è chiara e precisa: di ognuno abbiamo sufficienti elementi per definirne l’aspetto e il profilo psicologico, visto attraverso gli occhi di Serena, in un modo che ci fa sentire come se sfogliassimo un album di foto di vecchi amici. La costruzione del personaggio di Serena si è rivelata particolarmente incisiva: l’evoluzione della ragazza, che da “spalla” di Corinna, diventa protagonista, assumendo il ruolo di Cantastorie, è profonda e centrale. Mentre tutti gli altri personaggi sono immagini intrappolate in vecchie foto, ricordi cristallizzati e rievocati dalla voce narrante, Serena evolve, cambia, diventa donna e torna piccola, ci racconta e si racconta e il mondo cambia, visto dai suoi occhi, ora di bambina, ora di adulta.

Un romanzo poetico, un inno alla fragilità, dicevo, e alla complessità dei rapporti umani, al legame profondo e unico che unisce due sorelle, anche se non hanno lo stesso padre. Un inno alla famiglia, un concetto ampio, dai confini non strettamente definiti (nella famiglia di Serena e Corinna trovano spazio padri naturali e putativi, nonne, zie, amiche di famiglia, ecc.) con una dedica speciale alle donne, alla loro straordinaria forza, al coraggio, all’intelligenza e alla resilienza, che si concretizza in quelle zie chiacchierone e sagge seppellite nella cappella di famiglia, un’immagine semplice ma di straordinaria potenza: è lì che inizia tutto, è lì che finisce tutto, in un cerchio che unisce vita e morte, rendendo quest’ultima ciò che è: un esito naturale. Gli esseri umani lasciano impronte (una ricetta scritta a mano, una scatola piena di ricordi…), è per questo che vale la pena vivere, ricordare, raccontare.

Bianca Rita Cataldi è nata nel 1992 a Bari, laureata in Filologia Moderna, diplomata al Conservatorio, sta svolgendo un dottorato a Dublino presso la School of Languages, Cultures and Linguistics. Lavora come editor e ghostwriter. È stata finalista al Premio Campiello Giovani 2009, è socia ordinaria dell’EWWA (European Writing Women Association) e del Movimento Internazionale Donne e Poesia. Ha pubblicato diversi romanzi: Il fiume scorre in te (2011), Waiting room (2013), Isolde non c’è più (2015) e I fiori non hanno paura del temporale (2018).

 

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I figli del male, Antonio Lanzetta ( La Corte )

Torna Damiano Valente, lo Sciacallo, torna Castellaccio, l’immaginario paese del Sud nella provincia di Salerno, torna il buio. Ho letto d’un fiato il secondo thriller di Antonio Lanzetta, I figli del male, che dopo Il buio dentro si conferma autore capace di catturare e guidare il lettore nei meandri di una storia cupa e angosciante che non conosce momenti di sosta.

Titolo: I figli del male
Autore: Antonio Lanzetta
Serie: autoconclusivo, #2 serie di Damiano Valente
Genere: Thriller
Data di pubblicazione: 15 marzo 2018
Pagine: 356
Prezzo: cartaceo 15.21 € | ebook 9.99 €
Link acquisto: cartaceo | ebook

Antonio Lanzetta ci porta nuovamente in viaggio negli angoli più bui e spaventosi dell’animo umano: ancora una storia in parte raccontata dalla voce sofferente eppure ferma dello Sciacallo, Damiano Valente, scrittore diventato famoso ricostruendo i casi di cronaca nera nei suoi libri, che abbiamo imparato a conoscere nel primo volume della serie, Il buio dentro. La vita di Damiano è cambiata drasticamente dopo l’omicidio della cara amica d’infanzia Claudia e dopo l’incidente che lo fa ferito e deturpato per sempre, ma che lo ha unito a doppio filo ai suoi amici Flavio e Stefano (anche le loro storie sono protagoniste del primo volume). Con Flavio e Stefano, Valente continua ad avere a che fare, soprattutto dopo la vicenda de Il buio dentro, che li ha portati sulla pista dell’Uomo del Salice.

Occhi che guardavano nella sua direzione.
Lui vede.
Che significa?

Tre diversi piani temporali, tre storie intrecciate

Ancora una volta, le incredibili doti di perspicacia e coraggio di Damiano Valente e il suo self-control saranno messi a dura prova da una nuova e inquietante vicenda, quella che si scatena dopo il ritrovamento del cadavere di un uomo con la gola tagliata e un biglietto infilato in bocca su cui è scritto: “Lui vede”. Da questo orribile omicidio partono i fili di una ragnatela fittissima che ingloba Castellaccio, come epicentro del male, e si estende al territorio intorno varcando anche le soglie del tempo: sì, perché il male scivola come acqua e filtra dappertutto, Antonio Lanzetta ce lo ha raccontato nel primo volume e lo ribadisce ne I figli del male; tre sono i piani temporali in cui la storia si svolge, di cui i due più importanti sono quello contemporaneo,  affidato alla voce di Damiano Valente che conduce, suo malgrado, una nuova indagine in cui sono coinvolti i suoi affetti e il suo passato (Flavio, scomparso senza lasciare tracce, mentre indagava sul caso di una paziente, Roberta, che aveva in cura nella clinica psichiatrica nella quale lavora) e gli anni ’50, il dopoguerra, raccontati dalla voce di Tommaso, giovane figlio di un lattaio violento. Infine, sprazzi di luce e buio sull’adolescenza di Flavio: gli anni 80-90 sono raccontati dalla sua stessa voce.

Continuava a rivedere la faccia di quel bambino che affiorava dall’acqua. La carne ridotta a brandelli, il sangue che aveva tinto i sassi di nero.

Castellaccio, epicentro del Male

Uno degli aspetti del romanzo che più mi hanno affascinato è l’ambientazione, che ha reso la vicenda ancora più credibile: Antonio Lanzetta ha saputo integrare una vicenda macabra e cupa scavando nelle viscere di luoghi reali, ancora più di quanto aveva già stato fatto nel primo volume: Salerno, la Questura, il Lungomare, la Quiete, ecc. diventano i nodi della mappa del Male, seguire gli spostamenti dello Sciacallo, mentre ricostruisce una nuova scia di sangue e dolore, è fare un viaggio in una Salerno dalla doppia faccia: luminosa e oscura allo stesso tempo, dotata di un fascino macabro che non ha nulla da invidiare alle ambientazioni thriller d’Oltreoceano.

Il passato non si dimenticava. Mai.

Sangue, passato, amore

Sangue ce n’è tanto ma ce n’è il giusto: Antonio Lanzetta, pur raccontando una vicenda fatta di omicidi cruentissimi, dosa benissimo l’aspetto “macabro” con i tempi dedicati all’indagine. La storia si apre con una donna incinta, alla quale viene sottratto il bambino da un misterioso personaggio: il richiamo alle parole “figli” e “male” è già chiaro nel prologo ma il significato vero del titolo si comprenderà solo alla fine, dopo un lungo e complesso viaggio che porterà più volte il lettore a perdersi. Lo scopo di Antonio Lanzetta, infatti, sembra quello di aprire e chiudere porte, consentire al lettore di accendere luci e spingerlo nel buio, senza coordinate, di nuovo. Il senso di confusione, però, non porta il lettore ad abbandonare la lettura, anzi, è una miccia che accende la curiosità, perché l’autore è molto bravo a creare una confusione ordinata, a ingarbugliare fili che restano comunque ben saldi fra le sue dita. Le domande, alla fine, avranno risposte, ma solo quando il viaggio sarà davvero concluso. C’è tanto sangue, dunque, ma anche tanto passato e tanto amore: a Castellaccio il piccolo Tommaso deve sopravvivere alle angherie di un padre violento e ci riesce anche grazie all’amore di sua sorella Teresa e della sua amica Elvira. La vita di Tommaso sarà sconvolta dal ritrovamento del cadavere di un bambino, evento che cambierà profondamente la sua vita e quella delle persone che lo circondano. Sua sorella Teresa è innamorata, ricambiata, di Mimì, che abbiamo già conosciuto nel primo volume: è il nonno di Flavio, un personaggio che non si può non amare per la sua passione, nonostante le sue scelte di vita. E poi c’è Roberta, una ragazza traumatizzata che ha smesso di parlare, con la quale solo Flavio, oggi, riesce ad avere una sorta di contatto: chi è Roberta e cosa le è successo?

«A loro piace giocare.» […] «E noi vogliamo farli giocare. Con la persona sbagliata, però.»

Lo stile: affilato ed essenziale

Lo stile di Antonio Lanzetta descrive con naturalezza, senza mai eccedere: la morte è orribile, puzza e fa rivoltare le budella, come nella realtà; cinematografica quanto basta, ma sempre ancorata alla realtà, la scrittura di Antonio Lanzetta descrive una realtà che non ha bisogno di aggiunte, il buio c’è, è dovunque, è fuori e dentro di noi e coinvolge ogni aspetto dell’esistenza umana, senza risparmiare, neanche questa volta, la “sacralità” dell’infanzia.

Può mai nascere qualcosa dal male? Può il male procreare, avere dei figli, diffondersi dando la vita?
Antonio Lanzetta risponde, sottilmente, a tutte queste domande, ma per avere le risposte, bisogna avere anche il coraggio di sporcarsi le mani, affondando nel buio.

Nato a Salerno, con Warrior e Revolution, pubblicati per La Corte Editore, ha conquistato pubblico e critica, affermandosi come uno dei più talentuosi scrittori italiani della nuova generazione, con questo romanzo cambia genere, ma riconferma il suo talento.
Già vincitore del “Premio Cittadella” con il suo primo romanzo “Ulthemar – La forgia della vita”,  è sempre suo il racconto thriller Nella pioggia, del 2015, finalista al premio Gran Giallo di Cattolica e arrivato al primo posto della classifica dei racconti più venduti su ebook. Con le sue opere si è rivelato un autore capace di tenere incollati i propri lettori dalla prima all’ultima pagina grazie ad una scrittura testosteronica e adrenalinica che non potrà non entusiasmare i suoi lettori e i fan di autori come George RR Martin o Terry Brooks.

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