La prima cosa che mi ha attratto dei libri di Paolo Nori sono i titoli: bellissimi, musicali e contenenti un mistero che si desidera subito svelare. Perché quel titolo? Che cosa vuole dire? A che punto del viaggio ne scoprirò il senso?
Dei due romanzi di cui vi parlo oggi, il primo che ho letto (che è anche il primo in assoluto di Paolo Nori che ho letto) è stato Sanguina ancora, che potrei definire una semi-autobiografia dostoevskijana, nel senso che l’autore utilizza il pensiero e la vita di quello che è lo scrittore “impegnato” e impegnativo per antonomasia (poi ve la spiego questa), Fëdor Dostoevskij, per raccontare pezzi di vita sua incredibilmente connessi all’amore per Dostoevskij, per la letteratura russa e per la letteratura in generale e per dimostrarci che certi libri, anche se scritti in Russia circa due secoli fa, hanno la capacità di descrivere la nostra esistenza hic et nunc e non solo, hanno il potere di comprenderci e di consolarci, di farci sentire al sicuro, di mostrarci, in qualche caso la via.
In realtà, questo è lo stesso spirito che pervade anche il secondo romanzo, Chiudo la porta e urlo, una semi-autobiografia però stavolta in chiave baldiniana, perché la figura letteraria centrale è quella di Raffaello Baldini, la cui fama non è paragonabile a quella di Dostoevskij e, per questo, il racconto si fa ancora più interessante, perché la poetica di Baldini, che scrive in tempi e luoghi molto più vicini a noi (è nato a Sant’arcangelo di Romagna nel 1924 ed è morto a Milano nel 2005) condivide con quella dello scrittore russo la stessa capacità descrittiva e consolatoria.
Sia Dostoevskij che Baldini parlano di dolore, con due voci molto diverse, ma due attitudini capaci di annullare la distanza con il lettore, coinvolgendolo in una maniera perfino commovente. E questa stessa capacità, con altro linguaggio ancora e l’espediente narrativo della “semi-biografia” che coinvolge e avvicina il lettore ce l’ha la scrittura di Paolo Nori, una scrittura che ti fa dire: “Paolo Nori. Uno di noi.”
Sanguina ancora: l’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij
Che senso ha, oggi, nel 2021, leggere Dostoevskij? Perché una persona di venti, o di trenta, o di quaranta, o di settant’anni dovrebbe mettersi, oggi, a leggere o a rileggere, Dostoevskij? Ecco. Domanda che non mi mette minimamente in imbarazzo. La mia risposta è: non lo so.
Questo è l’incipit. Ah, dimenticavo. La scrittura di Paolo Nori sfrutta un flusso di coscienza immediato, popolare, ironico e auto-ironico per raccontare cose serie, serissime, impegnative con un sorriso e una lacrima tra le ciglia. Una maniera gogoliana di raccontare, secondo me. Quando leggi Gogol, per esempio, nella stessa pagina, anzi a volte nello stesso rigo, puoi ridere a crepapelle e piangere. Leggete, per esempio, Le memorie di un pazzo: mi darete ragione.
Perciò, la prima cosa che vi dico, è che se cercate un modo per avvicinarvi a Dostoevskij, uno di quegli scrittori di cui si ha un po’ paura, per i temi per la mole (lo scrittore “impegnato” e impegnativo, ora vi spiego, sì) questo libro è perfetto. Paolo Nori usa un linguaggio schietto e semplice ma senza sminuire il contenuto che è di qualità.
Prima ho detto che Dostoevskij passa per essere l’emblema della letteratura per “gente pesante” o addirittura per quelli che fingono di leggere libri impegnati, a volte. In generale la letteratura russa ha questa fama di letteratura impegnativa al limite del noioso, i classici mattoni. Beh, questo libro di Paolo Nori ci mostra che Dostoevskij non solo non è pesante (per me i suoi libri scorrono che è una bellezza!) ma che è modernissimo, divertente addirittura, poetico. Insomma, sia i romanzi brevissimi che quelli lunghi sono un’esperienza intima e sconvolgente che ogni lettore, almeno una volta nella vita, dovrebbe fare.
Ha senso quindi oggi leggere Dostoevskij? Spoiler: sì.
Da dove comincio, allora? Uno potrebbe domandare. Paolo Nori ha iniziato da Delitto e castigo, letto da ragazzo. È lì che si apre la ferita, quella che “sanguina ancora”, un amore viscerale, profondo, che accompagna la vita e le esperienze dello scrittore che da lettore a un certo punto si trasformerà in narratore.
La vita di Paolo Nori si inserisce nelle pieghe di quella di Dostoevskij e viceversa, una sensazione che solo chi ama profondamente le storie può comprendere. Ecco, leggendo del colpo di fulmine che poi si trasforma in Amore Vero di Paolo Nori per Dostoevskij, della passione viscerale per la letteratura russa in generale, così vicina al sentire dell’Umanità intera, si capisce perché, oggi, uno dovrebbe leggerlo, Dostoevskij.
Chiudo la porta e urlo: Paolo Nori racconta il poeta Raffaello Baldini
«La battaglia contro la coglionaggine comincia da se stessi», scrive Raffaello Baldini. Lo scrive in un monologo, che si intitola La fondazione, dove la chiama anche stupidaggine. E a me viene in mente quel che dice Ricky Gervais, che quando sei morto tu non lo sai, è doloroso solo per gli altri. La stessa cosa, dice, succede quando sei stupido. Ecco. Cominciamo pure.
Raffaello Baldini io non lo conoscevo e magari neppure voi lo conoscete, e questo romanzo – il cui impianto è del tutto simile a quello su Dostoevskij – è di certo la maniera migliore per incontrarlo. È un poeta del dopoguerra, è quello il periodo in cui inizia e lo fa in un posto chiamato Il circolo della saggezza che in realtà si chiama Caffè Trieste, dove s’incontra con altri giovani poeti, tra cui Tonino Guerra.
Prima di tutto, il fatto che questo poeta di grandissimo spessore scriva nel dialetto di Sant’Arcangelo di Romagna non basta a porre un limite tra noi e lui, tanto quanto tale separazione non esiste tra noi e Dostoevskij che scriveva in russo. La letteratura va oltre. Le poesie di Baldini, tradotte in italiano dal poeta a piè pagina, sono dirette, di una semplicità ingannevole che conduce il lettore disarmato alla staffilata: una rivelazione di sofferenza e solitudine così umane da far venire le lacrime agli occhi. Ecco un esempio:
La maestra di Sant’Ermete delle volte, il pomeriggio, si chiude in camera e accende una Giubek. Non fuma. Sdraiata sul letto la guarda consumarsi. Le piace l’odore. Delle volte le viene da piangere.
Una poesia che sembra un brevissimo racconto, in realtà un’immagine, una fotografia intima e raccolta che si materializza nella mente, possiamo avvertire l’odore del fumo di sigaretta, sentire la morbidezza delle lenzuola, avvertire i rumori dalla strada e la luce obliqua del pomeriggio. E poi, il delicato colpo finale: le lacrime pronte a bagnarle le guance. Non sappiamo il perché, ma sappiamo come.
Ed è quella stessa sensazione che trasmette il titolo, tratto da una poesia di Baldini: la trasmissione di un dolore privato, nascosto agli altri, ma anche costretto a nascondersi, per non turbare gli altri o per non esporsi davanti al mondo. In quel dolore che è possibile urlare soltanto dietro una porta, dopo aver finto sorrisi, dopo aver esibito una finta normalità, c’è una solitudine così intima, così umana, che è difficile non riconoscersi.
Il linguaggio della poesia è proprio questo: la capacità di parlare una lingua comune, di riunire gli uomini in quella specie di fratellanza, di comunione di sentimenti e di supporto di cui parlava Dostoevskij. Forse è proprio questa la bellezza che salverà il mondo.
Consigliati? Ovviamente sì. Se amate la letteratura e ne avvertite il grande potere terapeutico, allora proverete tanti brividi e grande emozione per i racconti di Paolo Nori che saltellano dalla sua vita a quella di questi due grandi autori. Armatevi anche di matita, se amate sottolineare i libri (come me) qui ne avrete tante di frasi da sottolineare.
Scrivo, leggo, mi lamento.
Autrice delle serie: Armonia di Pietragrigia, Judi Ghost, La Clessidra d'oro (self), Hated, gli occhi del demone (HomoScrivens) e Dafne & l'Amore (PAV Edizioni).
Sono anche su Instagram (profilo autrice: @i_libri_di_Angelica e personale: @angelicaelisamoranelli)