Giornata della Memoria 2018: gli eroi dell’Olocausto

La memoria è diritto e dovere fondamentale di ogni comunità e di ogni uomo. Oggi è la Giornata della Memoria e di solito quando ricordiamo l’Olocausto lo facciamo ricordando la tragedia, le crudeltà, la follia omicida, le morti, le torture. E tutto questo è assolutamente giusto: dobbiamo continuare a provare orrore per quello che è successo. Sono anche convinta, però, che ricordare il Bene e ciò che di buono è accaduto in quegli anni bui, possa avere un valore altrettanto grande. Perché è quando il mondo crolla nell’oscurità che nascono gli eroi. Ecco perciò due storie, un uomo e una donna come tanti che, nel momento più buio, divennero eroi. Uno era italiano, l’altra polacca. Non si incontrarono mai e, forse, ignorarono l’esistenza l’uno dell’altra, ma lottarono dalla stessa parte, nello stesso modo. Rischiarono la vita ed ebbero il rimorso di non aver fatto abbastanza, ma la misura di quello che fecero è nella speranza che ancora arde leggendo le loro storie. Scoprite chi sono questi due eroi, vi sfido a non commuovervi.

È successo in Germania; ma le stesse cellule malate si trovano nel corpo di ogni nazione, pronte a entrare in attività.
(Charlie Chaplin)

Un eroe silenzioso

C’era una volta un uomo che, durante il periodo della dittatura fascista, disgustato dalla piega che la politica aveva preso, rinunciò alla cosa pubblica per tornare a fare il medico, in una clinica per disturbi mentali. Quando la furia nazi-fascista si rivolse contro gli ebrei, quest’uomo ebbe la geniale idea di dare rifugio a moltissimi ebrei e antifascisti, ricoverandoli nella sua clinica con cartelle cliniche falsificate. In questo modo, mettendo in pericolo la sua vita e quella dei suoi collaboratori, l’uomo salvò molte vite innocenti. Ma gli eroi sono eroi anche perché agiscono senza preoccuparsi della morte e della gloria, e infatti la storia di quest’uomo è rimasta sconosciuta, grazie anche alla discrezione della sua famiglia, finché la figlia di uno degli uomini da lui salvati non ha ritrovato il diario del padre, in cui raccontava la storia di questo eroe silenzioso. All’uomo, morto nel ’49, fu conferita la medaglia dei Giusti fra le nazioni, conferita solo ai non-ebrei che agirono in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare la vita anche di un solo ebreo. Volete il nome?
Si trattava di Carlo Angela, padre di Piero Angela e nonno di Albero Angela.
A questa famiglia dobbiamo davvero tanto, insomma.

L’eroina dei bambini

Jolanta era il suo nome in codice, Irena Sendler era una giovane infermiera polacca di 32 anni, che aveva aderito alla Resistenza polacca. La Resistenza le affidò il difficile compito di salvare i bambini del ghetto di Varsavia. Irena era anche dipendente dei servizi sociali della città e visto che i Tedeschi temevano un’epidemia di tifo, le diedero il permesso speciale di entrare nel ghetto alla ricerca di eventuali sintomi. Irena entrò nel Ghetto ebreo di Varsavia portando, nonostante non fosse ebrea, la stella di Davide cucita sul cappotto, in segno di solidarietà e per confondersi con gli ebrei. In quell’occasione, grazie a questo stratagemma, la donna riuscì a portare via dal ghetto moltissimi bambini in ambulanze e altri veicoli, fingendo che avessero il tifo. Successivamente, si spacciò per un tecnico di condutture idrauliche e fognature: entrò col suo furgone nel ghetto e riuscì a portar via alcuni neonati, nascondendoli nel fondo di una cassa per attrezzi, e bambini più grandi chiusi in un sacco di juta. A volte, con lei aveva portato un cane che teneva nel retro del furgone: il cane era stato addestrato ad abbaiare quando i soldati nazisti si avvicinavano, coprendo così il pianto dei bambini. Fuori dal ghetto, la donna forniva ai bambini documenti falsi e li affidava a famiglie cristiane. La donna annotò i nomi veri di tutti i bambini, accanto a quelli falsi, conservando i documenti in bottiglie e vasetti di marmellata che seppellì sotto un albero, nella speranza, un giorno, di poter restituire i bambini alle loro famiglie, cosa che, purtroppo, nella maggior parte dei casi non avvenne, visto che le famiglie furono tutte trucidate. Irena fu anche arrestata e torturata pesantemente, perché rivelasse il segreto: le fratturarono le gambe e rimase invalida a vita, ma non parlò. Condannata a morte, fu salvata dalla Resistenza polacca che corruppe i soldati tedeschi e riuscì a liberare Irena prima che venisse uccisa. Tornata a casa, la donna continuò a lottare contro il nazismo. 2500 bambini furono salvati, grazie al coraggio di Irena Sandler.

La Shoah è un fatto drammaticamente europeo. È vero che ha avuto cuore nella Germania nazista ma in tutti i paesi europei gruppi più o meno grandi hanno collaborato. Il 27 gennaio – giorno in cui furono abbattuti i cancelli di Aushwitz – è divenuto “giorno della memoria” per una legge dello Stato. Ciò che è stato fatto contro gli ebrei riguarda tutti».

(Andrea Riccardi)

 

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Addio a Ursula K. Le Guin: i libri non sono merce

Ursula K. Le Guin si è spenta a 88 anni il 22 gennaio scorso, lo ha annunciato suo figlio: la regina del fantasy e della fantascienza, cinque volte premio Hugo e sei volte premio Nebula, alla quale nel 2014 era stato attribuito il prestigioso premio alla carriera al National Book Award, era da tempo malata. In occasione del premio Nation Book Award alla carriera, Ursula Le Guin pronunciò un discorso che mi colpì moltissimo, per l’estrema lucidità di quanto affermato, come se la scrittrice fosse stata in grado di vedere oltre le nebbie del futuro. Mi piace, allora, ricordarla così, con quel discorso duro ma così vero, pronunciato dopo aver ritirato (dalle magiche mani di Neil Gaiman) uno dei più importanti premi della sua carriera.

Nel discorso dell’allora 85enne Ursula, ci sono molte cose su cui riflettere ed è rivolto principalmente a tutti quegli autori che alla prima pubblicazione pensano di essere già arrivati, che scrivono per vendere, non per dire qualcosa, agli store (online e non) che trattano i libri come fossero etti di prosciutto da piazzare, agli editori che si preoccupano più delle vendite che delle idee e della qualità.

Ecco la traduzione del discorso integrale (la fonte è Fantascienza.com)

A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie. Dal cuore. Alla mia famiglia, ai miei agenti, ai miei editor dico: sappiate che se sono qui è anche merito vostro, e questo premio è tanto vostro quanto mio. E mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti “realisti”.

Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.

Oggi abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte. Sviluppare materiale scritto per venire incontro a strategie di vendita con lo scopo di massimizzare il profitto di una società e la resa pubblicitaria non è la stessa cosa rispetto a scrivere e pubblicare libri in modo responsabile.

Io vedo il reparto vendita prendere il controllo su quello editoriale. Vedo i miei stessi editori, stupidamente nel panico dell’ignoranza e dell’ingordigia, chiedere alle biblioteche pubbliche sei o sette volte il prezzo praticato ai clienti normali per un ebook. Abbiamo appena visto un profittatore cercare di punire un editore per la sua disobbedienza, e gli scrittori minacciati da una fatwa corporativa. E vedo molti di noi, coloro che producono, che scrivono i libri e fanno i libri, accettare tutto questo. Lasciando che i profittatori commerciali ci vendano come deodoranti, e ci dicano cosa pubblicare e cosa scrivere.

I libri non sono merce. Gli scopi del mercato sono spesso in conflitto con gli scopi dell’arte. Viviamo nel capitalismo, e il suo potere sembra assoluto… ma attenzione, lo sembrava anche il diritto divino dei re. Gli esseri umani possono resistere e sfidare ogni potere umano. La resistenza spesso comincia con l’arte, e ancora più spesso con la nostra arte, l’arte delle parole.

Ho avuto una lunga carriera come scrittrice, una buona carriera e con una buona compagnia. Ora, alla fine di questa carriera, non voglio vedere la letteratura americana essere svenduta. Noi che viviamo di scrittura e di editoria vogliamo e dobbiamo chiedere la nostra parte della torta. Ma il nome di questo riconoscimento non è profitto. È libertà.

Ursula Kroeber Le Guin nacque a Berkeley, il 21 ottobre 1929, da un antropologo e una scrittrice, cosa che influenzò moltissimo la sua produzione. Studiò letteratura francese e del Rinascimento italiano e, trasferitasi a Parigi, incontrò il suo futuro marito, di cui assunse il cognome (Le Guin). Ha vinto cinque premi Hugo e sei premi Nebula – i massimi riconoscimenti della letteratura fantastica – ed è considerata una delle principali autrici di fantascienza. La profondità e attualità dei suoi temi, che spaziano dal femminismo all’utopia e al pacifismo, hanno reso i suoi romanzi noti e apprezzati ben oltre il tradizionale circolo di lettori di genere. Tra le sue opere si ricordano in particolare La mano sinistra delle tenebre (1969) e I reietti dell’altro pianeta (1974).

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Recensione di La sfolgorante luce di due stelle rosse, Davide Morosinotto [ Mondadori ]

Siamo abituati a pensare alla storia come a una sequenza di date, battaglie, nomi altisonanti: invece la storia, come suggerisce il nuovo romanzo di Davide Morosinotto “La sfolgorante luce di due stelle rosse”, edito Mondadori, è fatta soprattutto da eventi spesso dimenticati, da piccoli grandi gesti di solidarietà, eroismo o vigliaccheria, da uomini e donne sconosciuti, da incontri casuali e in questo caso da due ragazzini di appena dodici anni, Viktor e Nadya, costretti ad affrontare le crudeltà e l’insensatezza della guerra, ancora più assurda se guardata attraverso gli occhi dei bambini.

Titolo: La sfolgorante luce di due stelle rosse
Autore: Davide Morosinotto
Genere: storico, romanzo per ragazzi
Data di pubblicazione: 2017
Pagine: 432
Prezzo: 17.00 €
Link acquisto: ebook | cartaceo

Il libro: Un’epopea avventurosa attraverso l’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale.
Viktor e Nadia hanno tredici anni, non si sono mai separati. Quando scoppia la guerra e Leningrado viene evacuata per sfuggire all’assedio dell’esercito nazista, le loro strade si dividono. Viktor finirà in Siberia, lontanissimo dalla sorella, e il suo viaggio per tornare da lei avrà il sapore metallico del sangue e delle armi e quello puro della neve e dell’avventura. Il romanzo si compone dei diari scritti dai due ragazzi ed esaminati da un colonnello dei servizi segreti sovietici chiamato a giudicare se le azioni dei due ragazzi siano meritevoli di encomio o di punizione. Una storia epica sulla spirito di resistenza, le atrocità della guerra e le assurdità del totalitarismo.

THE QUEEN PUPPET É COMPLETAMENTE E IRRIMEDIABILMENTE INNAMORATA DI QUESTO LIBRO!!!

Ambientato nel periodo del Fronte Orientale, la lunga e sanguinosa Campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, La sfolgorante luce di due stelle rosse mescola storia e finzione e lo fa attraverso gli occhi di due ragazzini russi di appena dodici anni, gemelli: Viktor e Nadya. Appartengono a loro le voci che ci racconteranno la guerra, il nazismo, il comunismo, le lunghe lande ghiacciate, il freddo, la mancanza di cibo, la tolleranza, la fiducia, l’amore, l’amicizia, la famiglia. Strutturato come un rapporto del Commissariato del Popolo per gli affari interni del CCCP, il romanzo è raccontato a tre voci: quella di Viktor, che scrive i suoi quaderni, quella di Nadya che fa altrettanto e quella di un colonnello russo incaricato di giudicare se Viktor e Nadya sono colpevoli o innocenti. In realtà la voce del colonnello ha il compito di dare un filo logico e mettere insieme, anche cronologicamente, i diari scritti dai due ragazzi che, per diverse ragioni, si ritrovano separati durante la storia.

La storia inizia a Leningrado: la minaccia tedesca costringe gli abitanti della città a scappare. Tra questi, ci sono Viktor e Nadya, i cui genitori lavorano all’Ermitage: mentre il padre è costretto ad arruolarsi, la madre decide coraggiosamente di restare al museo per mettere in salvo le opere d’arte dalla furia nazista. Viktor e Nadya vengono inviati in un luogo sicuro, ma ben presto il destino li separa e da quel momento al dolore della guerra si aggiungerà quello per la lontananza dai propri affetti, che i due ragazzi cercheranno di colmare con tutte le loro forze. Uniti da un filo invisibile (come spesso accade ai gemelli), Viktor e Nadya lotteranno per tornare l’uno nelle braccia dell’altra e, nel frattempo, salveranno la Russia dalla disfatta!

L’idea attorno a cui ruota questo romanzo è la scelleratezza della guerra, che fa fare cose orrende anche alle persone più normali (“Ho pensato che la guerra in fondo è proprio questo: persone normali che commettono normali cose terribili”), ma anche il potere che hanno i singoli individui quando si uniscono per una causa comune, l’eroismo di persone insospettabili (come i bambini o gli anziani), i piccoli gesti di solidarietà che possono cambiare il corso della storia. Se è verissimo che la guerra sono persone normali che fanno cose orribili, è sicuramente anche vero che la guerra sono persone normali che fanno cose incredibili: perciò, la storia di Viktor e Nadya potrà essere anche pura invenzione, potrà sembrare strano immaginare dei bambini salvare un intera città e un paese e capovolgere le sorti di una guerra, e invece, se ci pensiamo bene, è proprio così che funziona la storia: dietro le pagine dei nostri libri di scuola, i nomi nomi e le date delle battaglie, ci sono stati donne e uomini, bambini, anziani ormai dimenticati, stanze nelle quali si sono consumate piccole o grandi violenze o atti di eroismo che, alla fine, hanno cambiato tutto.

Quello che emerge dalle pagine di questo libro è un messaggio “sfolgorante” come la luce che illumina Viktor e Nadya: la memoria (e con l’avvicinarsi della Giornata della Memoria, il 27 gennaio, è bene sottolinearlo) è il nostro tesoro più prezioso, i diari di Viktor e Nadya non sono soltanto il modo in cui due ragazzini affrontano il momento più orribile della loro vita, ma anche la testimonianza che la storia è disseminata di sconosciuti eroi (chi è partito ed è andato in guerra e chi è restato e ha resistito), che tutto, anche ciò che sembra dimenticato, continuerà ad avere il suo peso nei secoli, che i libri, le opere d’arte, i monumenti, fanno parte dell’enorme bagaglio culturale affidato all’Umanità e che l’Umanità deve custodire, se non vuole scomparire, che non esistono popoli cattivi ma solo persone che fanno cose brutte per le ragioni più disparate ma che se al buio rispondiamo con la luce, allora non tutte le speranze sono perse: è ciò che dimostra la vicenda di Frank, il soldato tedesco che Nadya incontra durante il suo viaggio, un ragazzo come tanti (con una fidanzata, forse, degli amici, una famiglia, sogni e paure) che la guerra ha trasformato in un cecchino, un uomo con un fucile che non si fa scrupolo di torturare dei ragazzini. Può, una persona simile, essere perdonata e poi salvata? Secondo una giustizia chiusa e immutabile no, ma la storia umana non è una struttura chiusa e la pace è una conquista complicata che si basa su scelte coraggiose e, apparentemente, assurde: così, Nadya che risparmia l’uomo è il simbolo dell’innocenza e della speranza che non dobbiamo mai perdere, la luce che guiderà gli essere umani attraverso le tenebre, e lo sconosciuto magro e affamato che regala il suo tozzo di pane a Viktor, in una Leningrado costellata di cadaveri, e in cambio riceve il tesoro di Viktor, la medaglia in argento appartenuta a suo padre, simboleggia la solidarietà che cambia il destino degli uomini.

Avevo già avuto modo di amare lo stile di Davide Morosinotto nel Rinomato Catalogo Walker & Dawn (di cui vi ho parlato su YouKid.it e anche in questo articolo sul blog), quella era la storia di alcuni coraggiosi ragazzini alla ricerca del loro posto nel mondo, una storia di avventure e crescita, La sfolgorante luce di due stelle rosse è questo e anche altro: è un messaggio di pace, è un ricordo, è un modo per avvicinarci tutti e stringerci la mano, ricordare che le guerre non riguardano solo i paesi che combattono e gli eserciti che si affrontano, ma tutta l’Umanità.

Mi è piaciuto moltissimo il linguaggio giovane e immediato con cui la storia è stata raccontata, sono le parole di due ragazzini e dei loro amici, che parlano della guerra con la speranza tipica dei giovani, che affrontano la morte e il dolore, le ferite e le separazioni, con la testarda fiducia dell’innocenza. Non manca la poesia delle ampie lande russe, le albe sui laghi ghiacciati, le fortezze conquistate palmo a palmo, con orgogliose bandiere che sventolano sfidando i nemici, le città in rovina nelle quali camminano esseri umani smagriti ma ancora in grado di offrire ai bisognosi conforto e quel poco di cibo in loro possesso.

La terra russa emerge dalle pagine di questa storia come un gigante ferito che, in preda al dolore, colpisce e uccide, eppure è la natura a offrire salvezza e riparo (la famosa “Strada della Vita”) al momento opportuno. La cura e i dettagli con cui Davide Morosinotto descrive luoghi e vicende è un elemento che arricchisce ulteriormente questa storia, che consiglio a chi ama i metalibri (il romanzo è costituito dai diari di Viktor e Nadya, scritti con inchiostri diversi per distinguerli), da fotografie, mappe e disegni, i libri che mescolano fatti reali e fantasia, i romanzi avventurosi, epici e commoventi, le storie per ragazzi.

Leggete La sfolgorante luce di due stelle rosse, non ve ne pentirete!

Davide Morosinotto è nato nel 1980 in un piccolo paese vicino a Padova, vive a Bologna. É giornalista, traduttore di videogiochi, scrittore di fantascienza e libri per ragazzi. Nel 2007 ha vinto il Mondadori Junior Award, e ha pubblicato il suo primo libro. Da allora ha scritto più di trenta libri. Nel 2017 ha vinto il “Superpremio Andersen” con “Il rinomato catalogo Walker & Dawn.”

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Recensione dei quattro misteri di Fairy Oak, Elisabetta Gnone [ Salani ]

Leggere la trilogia di Fairy Oak (ecco la recensione della trilogia formata da Il segreto delle gemelle, L’incanto del buio e Il potere della luce) è stato come fare un tuffo nella mia infanzia: la capacità di raccontare e farti innamorare del suo mondo e dei suoi personaggi che possiede Elisabetta Gnone è più unica che rara.

Ho provato per tutto il tempo la sensazione di essere tornata a casa, fra sentimenti, odori, rumori e sapori conosciuti. Fairy Oak è una serie per bambini? In realtà, come tutti i grandi libri per bambini, credo sia una lettura perfetta anche per gli adulti che non hanno dimenticato. E poi: sentimenti “da bambini” l’amicizia, l’amore, il sospetto, il tradimento?

Per fortuna Elisabetta Gnone sapeva di non aver ancora detto tutto con i primi tre libri della serie, ed ecco allora arrivare quattro deliziosi spin-off, che ci riportano nel mondo incantato di Vaniglia e Pervinca per svelare quattro misteri. Sono passati tanti anni e Felì ha ormai lasciato le gemelle e fatto ritorno al suo paese.

Qui, però, le sue amiche fate non si accontentano della conclusione della storia: vogliono saperne di più, proprio come chi ha letto la trilogia! Così Felì/ElisabettaGnone ci accontenta e decide di narrare quattro misteri legati a Fairy Oak:

In quel momento decisi che avrei raccontato alle mie compagne quattro misteri di Fairy Oak, uno per ogni sera, per quattro sere, dopo di che non avrei più parlato del passato.
La prima sera parlai d’amore,
la seconda di mirabolanti incantesimi,
la terza di amicizia,
la quarta sera raccontai un addio.

Capitan Grisam e l’amore

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THE QUEEN PUPPET RITIENE CHE QUESTO LIBRO SFIORI LA PERFEZIONE

Il libro: In una grotta segreta, fra le cascate ghiacciate dall’inverno, cinque giovani amici aprono un antico baule e liberano una storia che per molti anni era stata chiusa e dimenticata! E si troveranno a mettere insieme i pezzi della storia del loro Capitano, fitta, come scopriremo, di colpi di scena. Pochi indizi, inattese scoperte e laconici ricordi aiuteranno i ragazzi a ricostruire i pezzi di un passato sepolto che a tratti appare oscuro e addirittura spaventa. Età di lettura: da 10 anni.

 

 

Capitan Grisam e l’amore è il primo dei quattro misteri che saranno svelati. Protagonista della prima storia il bellissimo e coraggioso mago del buio innamorato di Pervinca: Grisam, un personaggio che ho amato molto. La storia è ambientata qualche tempo dopo la fine delle vicende raccontate nel terzo e ultimo volume: il Terribile 21 è stato sconfitto e la vita a Fairy Oak è tornata alla normalità. Il fatto è che un posto dove convivono Magici e NonMagici non è destinato alla normalità, ed ecco allora un novo mistero da svelare, che coinvolge tutto il villaggio, la sua nascita, i suoi abitanti.

Dopo la morte del Capitano Talbooth, i ragazzi di Fairy Oak hanno ricevuto in eredità diverse cose, fra cui un forziere che contiene gli elementi di una storia misteriosa, quella di un uomo innamorato, tradito da un amico e destinato all’oblio. Questa storia rischia di gettare una luce cattiva sulla vita del Capitano, ma i ragazzi proprio non ci stanno. Il Capitano Talbooth era un uomo d’onore e non avrebbe mai raccontato loro tutte quelle bugie: la banda di Capitan Grisam, allora, si mette alla ricerca della verità nascosta tra vecchie foto e lettere misteriose.

Elisabetta Gnone ci riporta a Fairy Oak con un’avventura che farà crescere ancora di più i ragazzi, cementerà ulteriormente i loro rapporti, che farà scoprire loro il valore dell’amicizia e quello dell’amore. Di amore, molto, si parla, come di una forza incredibile capace di attraversare gli Oceani alla ricerca della verità. Come ogni libro di Fairy Oak, anche questo contiene un messaggio positivo, buono, dedicato ai ragazzi: siate curiosi, inseguite avventure, cercate la verità, amatevi profondamente.

Gli incantevoli giorni di Shirley

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Il libro: A Fairy Oak è finalmente giunta la primavera. L’aria profuma di narcisi, di giornate lunghe e di giochi. Ma anche di pioggia. E infatti piove, diluvia, grandina perfino! Per lunghi, interminabili giorni. Menomale che c’è Shirley Poppy a sollevare gli animi dei giovani del villaggio, con un nuovo, intricato mistero. Nascosto nel laboratorio di sua zia, infatti, la giovane e potentissima strega, ha trovato un ricettario molto, molto strano. Non a uova e farina si fa cenno nelle antiche pagine sgualcite, ma a spade di sale, a pezzi di cielo, a cuori di pietra e a un segreto, il Segreto del Bosco. Decisa a scoprire di cosa si tratta, Shirley coinvolge le gemelle Vaniglia e Pervinca e tutta la Banda del Capitano in una serie di mirabolanti avventure. Sarà pericoloso, i ragazzi lo sanno, ma ciò che vedranno e impareranno li ripagherà di ogni ferita e paura. Per sempre. Età di lettura: da 10 anni.

Il tema del secondo volume è la magia: e non potrebbe essere altrimenti, visto che la protagonista è Shirley Poppy, una strega molto particolare, perché racchiude in sé l’Infinito Potere, ossia sia Luce che Buio. L’intervento di Shirley ha permesso al villaggio di Fairy Oak di sconfiggere il Terribile 21 e ora un nuovo magico mistero, che coinvolge le origini della bambina, viene alla luce: Vaniglia, Pervinca e tutta la banda del Capitano Grisam si attiverà per risolverlo, salvando, nel contempo, ancora una volta Fairy Oak.

È primavera a Fairy Oak, ma la pioggia bagna ancora la valle incantata: come mai? Certo, è dura essere felici con questo tempo, ma niente paura: Shirley Poppy e i suoi incanti misteriosi terranno i ragazzi occupati! C’è un mistero da risolvere!

Come sempre, la magia che emerge dalle pagine di questa serie è in grado di affascinare bambini e adulti: mi ha ricordato la meraviglia con cui leggevo le fiabe da bambina. Il linguaggio è diventato più complesso, ma sempre adatto a un pubblico giovane, c’è molto più humour e un’attenzione particolare per gli altri abitanti di Fairy Oak.

Come sempre i capisaldi di questa serie sono l’amore, l’amicizia, la solidarietà, l’amore per Madre Natura, che va sempre rispettata, assieme a tutte le sue creature. Insegnamenti importantissimi, raccontati con uno stile moderno e dolce, che ricorda al lettore l’importanza di avere persone e cose di cui prendersi cura.

Flox sorride in autunno

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Il libro: Succede sempre così, un giorno di settembre, qualcuno commette una stranezza più strana delle solite stranezze, e da quel momento, per un mese, a volte due, da Fairy Oak è bandita la normalità. La chiamano “La danza delle follie di stagione”. È esilarante quel che avviene in quei giorni e bellissimo, perché ciascuno sembra dare davvero il meglio di sé quanto a fantasia, forza, abilità e… stravaganza. Anche gli alberi non scherzano, l’intera Valle sembra stregata. E Flox ha una teoria al riguardo: basta guardare gli occhi di chi danza per capire che… Lasciamolo dire a Flox, questo mistero lo svelerà lei, la ragazza arcobaleno, l’amica del cuore di Vi e Babù. Questa storia è dedicata a lei e all’amicizia, quella che ovunque ti volti te la ritrovi davanti e qualche volta ti lascia i lividi. E non solo sulla pelle… Età di lettura: da 8 anni.

Eccoci giunti al terzo mistero: quello in cui Felì racconterà dell’amicizia: la sesta avventura ambientata a Fairy Oak ha come protagonista la simpaticissima e colorata Flox e una serie di follie che accadono solo quando a Fairy Oak arriva l’autunno! Ho letteralmente adorato questo volume: ci ho trovato molto più umorismo ma, allo stesso tempo, pensieri profondi, osservazioni sulla vita e il primo, vero, reale incontro con il trascorrere del tempo. I bambini che abbiamo conosciuto stanno crescendo, iniziano a prendere coscienza della vita, con tutte le sue sfumature, dalla tristezza e solitudine della vecchiaia alla ineluttabilità della morte: l’autunno è la stagione in cui i colori esplodono e tutto il mondo sembra investito da una sorta di follia generale. È la scintilla che brucia prima del gelido inverno, quando tutti si rinchiuderanno a casa, davanti al camino, mentre la neve bloccherà le strade e renderà silenziosi i boschi.

Voi siete ancora dei poppanti, il tempo non vi ha ancora asciugato tutto il latte sulle labbra. Con noi, invece è canaglia: ci passa vicino e si porta via i nostri amici. Uno dopo l’altro, via, come foglie al vento. Questo succede quando si diventa vecchi. Eh, i giovani non lo sanno e ci trascurano o, peggio ancora, ci compatiscono, perché d’un tratto siamo lenti, orbi, sordi e anche un po’ scemi. Se ci ripetiamo, pensano che siamo suonati, se chiediamo scusa per il disturbo, non capiscono che ci dispiace sul serio dover dipendere da qualcuno” sospirò. “Se faccio una domanda, me la ripeto in testa mille volte, perché so che una domanda sciocca in bocca a un vecchio è sciocca tre volte, e gli altri alzeranno gli occhi al cielo.

A Fairy Oak, comunque, l’estate è ormai finita: è bellissima la maniera in cui Elisabetta Gnone descrive, nel capitolo iniziale, il passaggio dalla libertà della bella stagione, con le nuotate e le giornate infinite, all’incedere dell’autunno. Le giornate sono più fredde, ci si inizia a coprire con diversi strati di abiti, proprio come Flox, la migliore amica di Vaniglia e Pervinca. La ragazzina ha una vera e proprio filosofia per quanto riguarda i colori: li adora, li indossa, li colleziona, li vive. Proprio per questo è decisa ad analizzare e spiegare il perché della Danza delle Follie di Stagione.

Cos’è la Danza delle Follie? È una specie di smania che prende a tutta Fairy Oak quando arriva l’autunno! Un giorno, qualcuno fa qualcosa di strano e da quel momento iniziano ad accadere follie una dopo l’altra. Questa è stata sicuramente l’avventura che ho preferito finora: contiene la giusta dose di umorismo (soprattutto nella descrizione delle “follie” commesse dagli abitanti del villaggio), buoni sentimenti e… tristezza. Sì, soprattutto tristezza: perché l’autunno è una stagione piena di colori, è vero, ma che annuncia l’inverno, è un piccolo, bellissimo addio, proprio come questo terzo mistero fa da preludio all’ultimo, quello con cui saluteremo per sempre Fairy Oak.

Cosa s’impara leggendo questo volume di Fairy Oak? Che tutti hanno bisogno di qualcuno, di amici, di amore, anche (e soprattutto) chi non lo chiede o chi sembra non averne bisogno, che non bisogna mai fermarsi alle apparenze, ma ci si deve sforzare di capire gli altri, che gli anziani non sono una seccatura, ma una risorsa, che la morte non è solo dolore, ma una parte della vita, una cosa inevitabile, da accettare, proprio come gli addii e, infine, che fare domande è la maniera migliore per trovare risposte, anche alle cose più folli.

Addio, Fairy Oak

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THE QUEEN PUPPET RITIENE CHE QUESTO LIBRO SFIORI LA PERFEZIONE

Il libro: Felì è tornata a casa. Nei quindici anni che ha trascorso lontano, ha sempre scritto alle compagne rimaste a casa, descrivendo il villaggio, le bambine e tutte le incredibili avventure che viveva con loro e i loro fantastici amici. Al punto che ora le fate vogliono saperne di più, desiderano che lei racconti ancora, anzi, che non smetta mai! Chiedono altre storie, nuovi aneddoti, di sapere tutto del villaggio della Quercia Fatata e dei suoi abitanti. Felì accetta di buon grado e promette quattro nuovi racconti: le permetteranno di restare in compagnia dei suoi ricordi e di rivivere quei bellissimi giorni. Sì, ma per quanto ancora? Prima o poi dovrà separarsi dal passato e affrontare il futuro. Lei lo sa, e ora, che manca solo un racconto, sente il cuore batterle forte: riuscirà a dire addio a Fairy Oak? La sua ultima storia è intensa e commovente, e tuttavia cela un mistero, e svela una profezia… Età di lettura: da 8 anni.

E siamo arrivati, allora, al momento dell’addio. In quest’ultimo capitolo, la fatina Felì parlerà per l’ultima volta di Fairy Oak e dei suoi abitanti: il concetto attorno a cui ruota tutta la storia è che gli addii sono tristi ma necessari, a volte. Necessari come in questo caso: la fatina Felì ha lasciato le gemelle perché ora le piccole Vaniglia e Pervinca sono cresciute e possono andare avanti da sole, anzi devono! Mentre a Felì toccherà iniziare un’altra avventura in una nuova famiglia che ha bisogno di lei. Gli addii servono anche a far sì che la storia resti bella, che conservi dei misteri, perché anche i misteri sono utili e rendono la realtà magica.

Se Felì continuasse a parlare alle sue amiche fatine di Fairy Oak, probabilmente finirebbe con l’annoiarle e l’avventura perderebbe la sua magia: perché Fairy Oak resti il ricordo prezioso che è oggi, ecco che bisogna dirgli addio. Attraverso le parole di Felì, l’autrice stessa ci spiega la sua decisione di chiudere, con questo volume, le avventure di Vaniglia e Pervinca: tutto ciò che doveva essere detto è stato detto, ora ognuno può interpretare a modo suo i misteri e le magie di cui ha sentito raccontare.

La struttura di questo volume è diversa da quella dei precedenti: diviso in quattro diversi archi temporali, racconta piccoli e, all’apparenza, insignificanti fatti accaduti a Fairy Oak quando le gemelle erano appena nate, quando avevano sei anni, prima che scoppiasse la guerra contro il Terribile 21 e poi dopo, fino al momento in cui, compiuti i quindici anni, Vaniglia e Pervinca intraprendono le rispettive strade. É un lungo e struggente addio, fatto di cose piccole che vanno a riempire vuoti, a raccontare e ad approfondire la storia che già conosciamo. Meno avventuroso e appassionante dei precedenti tre (Flox sorride in autunno è in assoluto il mio preferito dei Quattro Misteri, seguito subito da Gli incantevoli giorni di Shirley e da Capitan Grisam e l’amore) ma ugualmente fondamentale per comporre, alla fine, il ritratto di questo incantevole mondo magico.

Addio, Fairy Oak è l’insieme di tanti, deliziosi, ritratti, è come sfogliare un album dei ricordi, è come sedere accanto al fuoco per ascoltare i nonni raccontare “storie antiche”: vediamo le gemelle crescere e cambiare, prendere consapevolezza di loro stesse, passare dall’infanzia all’adolescenza e via, verso l’età adulta, e questi passaggi, fondamentali, vengono raccontati mediate giornate qualunque, piccoli fatti quotidiani, azioni e parole apparentemente minuscoli. Anche i rapporti tra i vari personaggi sono raccontati con dolcezza e profondità: quello tra le gemelle, quello tra i ragazzi della banda di Capitan Grisam, i primi amori destinati a diventare eterni e poi l’amicizia tra Felì e Tomelilla…

Insomma, Fairy Oak mi ha davvero conquistato e resterà nel mio cuore come una delle serie più dolci, magiche e affascinanti mai lette: è stato come fare un tuffo nella mia infanzia, Elisabetta Gnone è riuscita a raccontare una storia e un mondo che tutti i lettori, grandi e piccoli, possono sentire come familiari, merito di uno stile perfetto che dosa con sapienza e attenzione gioie e lacrime, avventure e riflessioni. Alla fine, vi sembrerà di conoscere, uno per uno, tutti gli abitanti di Fairy Oak e sarò davvero dura dire loro addio, ma sarete consapevoli che tutto ciò che doveva essere detto sarà detto e riuscirete a risolvere anche l’ultimo mistero: “perché, a un certo punto, le bambine non hanno più bisogno di una fata?”. Felì non lo racconta, ma raccoglie tutti gli indizi: sta al lettore rifletterci e capire.

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[ Video ] Recensione L’Accademia di Anjur, il numero 31 – F. Petroni, La Corte

Ciao lettori, torno sul canale YouTube (iscrivetevi, mi raccomando!) per parlarvi di un fantasy letto qualche settimana fa e che mi è piaciuto moltissimo, si tratta del primo volume dell’Accademia di Anjur, il numero trentuno di Federica Petroni, edito La Corte Editore (di cui vi avevo già parlato qui).

Fatemi sapere cosa ne pensate e segnalatemi il vostro profilo YouTube, se ne avete uno!

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